Foreste incalo,emissioni digas serrainaumento e unaridotta diversità dellecolture: sono questi glieffetti dellemultinazionali in Africa, dove le imprese straniere trasferiscono le attività più inquinanti grazie alla regolamentazione molto più debole. È quanto emerge dallo studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Climate Change e guidato dall'Università canadese della British Columbia, al quale ha partecipato anche l'Università di Bologna. I risultati mostrano lanecessità di introdurre standard ambientali internazionali,estendereleresponsabilitàdeipaesi d’origine delle multinazionalianche alle operazioni svolte all’estero e di attivare normative europee che impongano di dimostrare che attività e catene di approvvigionamento non hanno avuto impatti ambientali negativi. 

"Nel complesso, i risultati mettono in evidenza unequilibrio delicato", afferma Tommaso Sonno dell'Università di Bologna, co-autore della ricerca che ha analizzato l'intero continente dal 2007 al 2018. "Lemultinazionalirappresentano unmotoredicrescita economica,ma senza regole efficacirischiano diaccentuarele pressioni sugliecosistemi,al punto che ibenefici economici di breve periodosono spesso superati dai costi ambientali. Ogni nuova affiliata - sottolinea Sonno - aumenta il Pil locale di circa lo 0,3%, intorno ai 106 milioni di dollari, ma riduce la copertura forestale di circa lo 0,3%, ovvero 10.200 ettari, con perdite dal costo economicopari a circa693 milioni di dollari".

I ricercatori hanno cercato di capire se le multinazionali favoriscono lo sviluppo sostenibile, trasferendo tecnologie e pratiche più avanzate, o se invece creino più danni spostando le produzioni più inquinanti verso paesi con regole ambientali più deboli. Analizzando le informazioni su milioni di imprese combinate con dati sulla regolamentazione e osservazioni satellitari dell'ambiente, lo studio mostra che, nel caso africano, prevale nettamente il secondo effetto.