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Lacrosta terrestresotto gliAppennini si staaprendo come unacerniera, con laparte inferiorepiù densa che si stalentamente staccandodalla porzionesuperiore persprofondare nel mantello sottostante: questo processo di 'delaminazione' è cominciato circa10 milioni di anni fae con la fine del processo che ha portato all'apertura del mar Tirrenoè rimasto ilprincipale motore della sismicità lungo la catena montuosa. Lo dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment dai geologi dell'Università di Firenze e dell'Istituto di Geoscienze e Georisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Geo), in collaborazione con Sapienza Università di Roma, Università di Pisa, Università di Palermo, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e Istituto di Scienze Marine di Barcellona (Spagna).
"Si tratta di un vero eproprio cambio di paradigmanel modo in cui vediamo ilmotore della sismicitàinAppennino", dice all'ANSA il primo autore dello studio Stefano Tavani, geologo dell'Università di Firenze associato al Cnr-Geo. "Finora si pensavache iterremoti fossero collegatidirettamente allaspinta delle placche, ma in realtà questa spinta in Appennino è arrivata al capolinea e ladeformazione attivaèguidata da questoprocesso profondo".
I ricercatori lo hanno compreso dopo averincrociato i datidelcatalogo sismicocon quelli relativi a20 anni di movimenti della crosta terrestre(monitorati dasistemi satellitariGnss e da studi interferometrici InSar) e con irilievi geologici. Hanno cosìelaborato un nuovo modellodiflessione elasticache mostra come questaprogressiva delaminazionedella crosta inferiore e del mantellomigri dal Tirreno verso l'Adriatico.
"Questa dinamica - sottolinea Tavani - ci aiuta anche acomprendere meglioilparadosso dellacoesistenza di terremoti compressivisulversante adriatico(come quelli in Emilia-Romagna o nel Pesarese) e terremotidistensivi lungo l'assedella catena (come ad Amatrice, Norcia, L'Aquila e in Irpinia)".


