BOLZANO. Un’entrata a piedi uniti. Di quelle che fanno male. La proposta lanciata dal ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge sullo “ius soli” sta spaccando il mondo politico e la società civile.

Riconoscere la cittadinanza per chi nasce in Italia da stranieri residenti da almeno 5 anni e la possibilità di richiederla anche per chi in Italia non è nato ma vi è cresciuto: questo vuole il ministro del neonato governo Letta.

A Williams Adu Amofah, ghanese in attesa di diventare italiano, vien voglia di fare una capriola di felicità, come quella che fece nel 2006 (a 18 anni) quando segnò il suo primo gol in serie D con la maglia del Bolzano. «Un segnale importante di apertura verso il cambiamento» afferma l’attaccante, in questa stagione in forza al Maia Alta, campionato di Eccellenza.

Amofah è un po’ il simbolo dei giocatori di colore che militano nel calcio dilettantistico di casa nostra. Soprannominato Willy, come il Coyote del cartone animato, ma somigliante più a “Beep Beep” per la velocità, imprendibile sul campo, Amofah è giunto in Italia giovanissismo. E attende, sempre più impaziente, di diventare un cittadino italiano.

Amofah, ci riuscirà?

«Lo spero. Sono tre anni che aspetto».

Si sente italiano?

«Ho 25 anni, sono nato a Kumasi, in Ghana, ma sono arrivato a Bolzano che di anni ne avevo 9. Come dovrei sentirmi?».

Come è arrivato un ghanese a Bolzano?

«L’ha voluto mio padre Kofi, il primo della famiglia a trasferirsi in Italia, quasi 30 anni fa. Poi siamo arrivati noi. Una vera fortuna per me avere una famiglia accanto. Non è così per tutti gli immigrati. Io invece ho loro».

Che sarebbero?

«Mia madre Giorgina e mia sorella Daniela, che oggi ha 15 anni. Lei è già cittadina italiana, io no».

Per quale motivo?

«Essendo minorenne ha ottenuto la cittadinanza automaticamente, visto che i mei genitori sono dal 2010 italiani a tutti gli effetti».

E a lei cosa manca?

«Sono anni che sto battagliando. Essendo maggiorenne, i tempi di attesa sono davvero lunghi. Sono tre anni che faccio pressione, forse tra un po’ ce la faccio. Ecco perchè dico: ben venga un ministro come la Kyenge».

Si sente emarginato?

«Quello no, infastidito però sì. Sono ormai 15 anni che vivo qui. Ho fatto prima le scuole Alfieri, poi l’Ipc De’Medici, ho un diploma di animatore turistico sportivo conseguito col progetto Olympia. Gioco a calcio ma non solo: lavoro part time alla cooperativa Cs2A. Parlo italiano, inglese e ghanese. E ho molti amici. Che altro debbo fare per diventare ciò che già mi sento?».

Amofah come Balotelli: testimonial della proposta del ministro?

«Grazie per il paragone, certo è che avere uno come Mario in appoggio alla proposta è davvero importante. Lui è un campione, magari difficile da capire, anzi talvolta proprio non riesco a decifrare certi suoi atteggiamenti, ma la lotta al razzismo e alle discriminazioni nello sport passa necessariamente attraverso personaggi del suo calibro».

Stadi e campi di calcio fra i palcoscenici preferiti di violenti e razzisti. Episodi vissuti?

«Ammetto di aver sempre ricevuto più applausi che insulti. Sul mio connazionale Armah invece, a Tamai in Friuli, fioccarono ululati di scherno».

Un inserimento facile quindi, il suo...

«La mia prima squadra furono i Piani. Ma un po’ in tutte le società in cui ho giocato non ho mai avuto problemi. Ammetto comunque di avere trovato la strada in discesa: quando tutti ti considerano più bravo degli altri le cose diventano più facili. Ma non credo di essere stato subito accettato per questo. Almeno non qui a Bolzano, una città ben lontana dal razzismo».

Fermerebbe la partita in caso di manifestazioni razziste?

«No, lo sport deve andare avanti. Fosse successo a me quanto accaduto a Boateng, per esempio, io avrei continuato a giocare nella più totale indifferenza. Ecco, l’indifferenza in campo penso sia la risposta migliore che si possa dare a certe persone. Credo nello sport come diffusione di principi quali tolleranza e integrazione, per cui lo sport non si deve fermare. Mai».

Una legge sulla cittadinanza degli stranieri proposta da un ministro di colore. Se lo sarebbe mai aspettato?

«No. Ma ci speravo. E credo che stavolta l’Italia abbia davvero fatto un gran passo in avanti. E la mia voglia di diventare cittadino italiano è ulteriormente cresciuta».

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