BOLZANO. Se la coscienza non viaggia in parallelo alla ricerca, l'incrocio mortale è inevitabile. Nell'arco di un mese la sorte ha tolto la vita a Maurizio Zucchetti ed Andrea Antonelli, l'abilità integrale ad Alessia Polita e le speranze di una dignità autentica al motociclismo e, soprattutto, a chi lo pratica. Ai tempi di Giacomo Agostini il pilota era considerato eroico se moriva nel proprio letto.

Applicata oggi, una tale riflessione farebbe rabbrividire, scandalizzare ed anche arrabbiare. Gli strumenti che la ricerca ha messo a disposizione per liberarci dalla presenza della “dama nera” in una gara di moto sono tanti ed efficaci, mai però abbastanza quanto la consapevolezza che, comunque, di moto si può anche morire. Eppure approssimarci allo zero percentuale si può, si deve, perchè le condizioni ci sono, se applicate.

Siamo entrati nel vivo del tema con piloti e dirigenti locali. Peter Ennemoser, pluricampione italiano su pista e su strada sostiene che le gare in moto siano come la realtà della montagna, portatrice sana di rischi che non puoi azzerare. «La tragedia di Antonelli - afferma il pilota di Fiè allo Sciliar - era evitabilissima poiché non si doveva dare bandiera verde sotto quel diluvio».

Per Marco Bolzonello, numero uno di FederMoto in provincia, la morte di Antonelli non è “figlia” del motociclismo, ma «della gestione approssimativa sullo specifico evento. Eppure - prosegue Bolzonello - la Federazione italiana e quella mondiale stanno lavorando quotidianamente ed alacremente intorno alla sicurezza, sino nel risvolto più dettagliato. Non voglio essere cinico ma se su 30mila piloti impegnati agonisticamente in una stagione accade una sola disgrazia, significa che la sicurezza esiste ed è praticata, in ovvia considerazione del fatto che correre in moto non è giocare a scacchi». E' lo stesso delegato Fmi ad accusare poi i media per aver dimenticato lo sport del motociclismo, di cui si parla troppo per le sue disgrazie e pochissimo per la meraviglia che esprime, indicando come per doping, in altri sport come il ciclismo, si muoia e non certo per fatalità.

Anche per la campionessa di Monte San Pietro, Ilena Faeckl, la gara di Antonelli non doveva avere bandiera verde, causa le proibitive condizioni. Per lady Faeckl, invece, la sicurezza sui circuiti italiani «manca ancora di interventi fondamentali, come quelli legati agli airfence, gigantesche protezioni capaci di sopportare gli urti violenti alle alte velocità. La stessa Alessia Polita - ricorda Ilena - non avrebbe probabilmente perso la funzionalità delle gambe se ad accoglierla nell'urto fossero stati gli airfence e non quei vecchi pneumatici a bordo pista».

Il fuoriclasse altoatesino Emmanuel Vallazza, riferimento nazionale della velocità, non se la sente di criminalizzare i circuiti, ricordando sia il lavoro certosino che la federazione applica intorno alla sicurezza, sia il fatto che «il motociclismo ha nel suo dna un rischio alto e che mai potrà essere liberato completamente da potenziali drammi. Comunque la tragedia di Antonelli ha origine da responsabilità umane».

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