MOSCA (Russia). Le tre “I” di Carolina, Immensa, Intramontabile, Infinita. È notte fonda, fuori nevica copiosamente da oltre ventiquattr’ore, la colonnina di mercurio sfiora i meno 10 gradi, lo Sport Palace Megasport di Mosca è vuoto, al piano terra si scattano ancora fotografie alle tre migliori pattinatrici d’Europa. Carolina Kostner ha il bronzo al collo che non pensava di avere nei minuti successivi la sua uscita dalla zona della patinoire. Infatti, prima di concedersi ai nostri taccuini non era stata intervistata da nessuna televisione ed era certa del quarto posto. Quando le abbiamo detto di commentare il bronzo, Caro, incredula e sorpresa, ha risposto: «È una medaglia? Ma veramente? Ero convinta di essere quarta».

L’ovazione che il pubblico le ha tributato quando la gardenese è scesa sul ghiaccio è stata toccante, quasi alla pari delle atlete russe. Undici medaglie come il mito sovietico Irina Rodnina, quattordici partecipazioni come nessuno mai in Europa. Quell’amore per il pattinaggio che ormai perdura da quando era bambina le ha consentito di diventare anche lei un mito vivente. Il futuro? In agenda ha “solo” due appuntamenti, i Giochi olimpiadi in Corea del Sud e i Mondiali di Milano a fine marzo. Il resto è tutto da scoprire. Certa è la passione infinita di Carolina mai così forte come oggi.

Com’è nata l’idea del tutone verde? Lo indosserà anche alle Olimpiadi?

«È una mia creazione con la collaborazione di Lori (Nichol, la coreografa, ndr). Volevo sottolineare la parte esotica di Debussy ispirandoci alle stagioni russe di Vaslav Nijinsky (ballerino e coreografo degli inizi del 1900 di origini ucraine). Deciderò se proseguire la stagione con questo costume solo dopo aver visto il video. Tutto dipenderà se mi piacerà, comunque è comodo da vestire».

Come valuta il suo programma lungo in chiave olimpica?

«Non m’aspettavo di eseguire un programma pulito ma sono comunque un po’ arrabbiata perché non rispecchia la condizione che dimostro in allenamento. Sono in crescita, sto migliorando di giorno in giorno. Gli errori del lungo ti fanno vedere esattamente su quello che dovrò lavorare fino a PyeongChang e quindi mantiene i piedi per terra e restare concentrata. Ci sono tanti spunti sui quali lavorare».

Come riassume sotto l’aspetto tecnico le sue quindici partecipazioni europee?

«Quando ho fatto i miei primi Campionati europei (nel 2003 a Malmö, ndr) ricordo che avevo pattinato due programmi abbastanza puliti con due combinazioni con salti triplo nel libero ma mi avevano detto che non ero salita sul podio (quarta) perché solamente con i salti non bastavano e serviva anche la parte artistica, molto importante per le giurie. Questo fatto mi ha dato la scintilla per migliorarmi anche artisticamente. Passando attraverso le diverse età e fasi del corpo diventando donna, la formazione non è sempre stata facile. Molto più spesso devi combattere anche con te stessa, trovare qualcosa di nuovo e continue motivazioni. C’è bisogno di pazienza, determinazione e amore per quello che fai e io ce l’ho. Non trovare una tua sicurezza e trovare pace interiore con quello che stai facendo. Se ripenso a due anni fa posso dire che ho davvero iniziato da zero».