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BOLZANO. C’era una volta l’hockey sul ghiaccio in via Roma. Per capire dove stiamo andando dobbiamo conoscere da dove veniamo! Nel capoluogo altoatesino il disco su ghiaccio sta vivendo un nuovo fulgido periodo che ha ridestato l’entusiasmo e la partecipazione del grande pubblico. L’hockey è amore, passione e condivisione. Le radici dello sport più amato dai bolzanini sono lontane.
Dal 1994 la casa dell’hockey è il Palaonda di via Galvani, prima lo è stato il Palafiera di via Roma, teatro di stagioni trionfali o malinconiche, di battaglie rocambolesche e di grande coinvolgimento emotivo da parte del pubblico. Un fenomeno sociale, bello e genuino. Dopo i tempi pioneristici, un bel giorno, precisamente il 7 novembre 1953, venne inaugurato l’impianto coperto nel padiglione della fiera, nella centrale via Roma, nel quale la disciplina del disco su ghiaccio trovò una calorosa culla fino al 1993, quando si costruì, a Bolzano sud il polifunzionale impianto in occasione dei Mondiali gruppo A. A ricordare le gesta dei giocatori biancorossi sul ghiaccio di via Roma, dove l’Hc Bolzano s’è fregiato di undici scudetti: il primo nel ’63, il secondo dieci anni dopo, nel ’73, poi gli altri, saranno proprio gli stessi protagonisti, chiamati a raccontare aneddoti e curiosità, emozioni e passioni.
Mercoledì 19 settembre dalle ore 18.00 alle 20.00 presso il Centro Culturale Trevi di via Cappuccini, nell’ambito degli eventi collaterali della rassegna ArteSport è in programma infatti un incontro pubblico intitolato “Via Roma, la storia e il mito dell’hockey bolzanino”, un evento condiviso dall’Hockey Club Bolzano e inserito nell’ambito degli eventi in occasione degli 85 anni della società biancorossa.
Gli ex giocatori dell’Hcb, protagonisti sul ghiaccio del Palafiera sono invitati a rievocare i ricordi che hanno accompagnato intere generazioni di appassionati. La passione, l’entusiasmo, la partecipazione, le epiche sfide, le forti emozioni, ma anche le lunghe code per acquistare un biglietto e per entrare al Palaghiaccio, lo stretto rapporto tra la squadra e la tifoseria raccontati dai protagonisti di un fenomeno sociale, di un esempio di integrazione e condivisione.
Seguire la squadra al Palaghiaccio di via Roma, ribattezzato negli ultimi anni di utilizzo Palafiera, per molti (anche quando i risultati non arrivavano) era un autentico rito, un’abitudine, un piacere, quasi un dovere settimanale, un passatempo, un irresistibile richiamo, un qualcosa di fortemente fascinoso a tal punto che non pesavano ore e ore di coda al botteghino acquistare i biglietti e altrettante ore e ore di coda ad attendere l’apertura dei cancelli in occasione delle partite clou. E in coda c’erano, fianco a fianco o uno dietro l’altro rigorosamente composti lo studente e il professionista, la casalinga e l’operaio, il pensionato e l’impiegato, eccetera, eccetera.
Qualche sgomitata per guadagnare un paio di posti sia in fase di acquisto, che in fase d’entrata.
Qualche imprecazione, ma tanto entusiasmo e, per quelli destinati nella “mitica” galleria, era d’uopo la corsa alla balaustra subito dopo l’apertura dei cancelli, perché da quella posizione si poteva vedere l’interno anello ghiacciato, mentre già nella prima fila delle tribune i tubi Dalmine, non si aveva la completa visibilità della pista di gioco. C’era la zona destinata ai tifosi organizzati, divisi in fazioni. Il Palaghiaccio di via Roma era un punto d’incontro, la meta di tutti coloro con l’hockey nel sangue, chi si faceva trascinare dagli amici, chi sentiva forte il richiamo del tam tam quotidiano che partiva dai banchi di scuola, si estendeva negli uffici, dilagava nelle fabbriche e nelle aziende. C’era una volta anche un Bolzano che non vinceva, ma piaceva. La gente lo seguiva lo stesso. Tanti giocatori cresciuti in casa, italiani e tedeschi in campo insieme per perseguire un unico obiettivo, una spontanea quanto esemplare integrazione. Tanti campioni stranieri: Da Coletti a Longarini, a Moren e Roberts, dai fratelli Hiti a Chipperfield, da Sullivan a Derkatsch, dalla stella t a Nilsson, al protagonista di “Miracle on ice” Pavelich, a Flockhart, Napier, Orlando, il “poi” senatore Usa Tomassoni, accanto ai giocatori autoctoni e agli “italo”. Tanta apprensione quando rapirono il presidente Ander Amonn. Teatro: il Palafiera, dagli odori che cambiavano nel corso della giornata, passando da quello dell’ammoniaca usata per fare ghiaccio il mattino, a quello di vin brulé la sera. In via Roma i ritrovi dei giocatori e degli appassionati: il vecchio bar Internazionale gestito dalla famiglia Vattai, con Nano capitano del Bolzano per anni e il bar “Margherita”. I giocatori biancorossi di quel periodo cresciuti in via Roma, per un paio d’ore, potranno raccontare le rispettive storie.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Dal 1994 la casa dell’hockey è il Palaonda di via Galvani, prima lo è stato il Palafiera di via Roma, teatro di stagioni trionfali o malinconiche, di battaglie rocambolesche e di grande coinvolgimento emotivo da parte del pubblico. Un fenomeno sociale, bello e genuino. Dopo i tempi pioneristici, un bel giorno, precisamente il 7 novembre 1953, venne inaugurato l’impianto coperto nel padiglione della fiera, nella centrale via Roma, nel quale la disciplina del disco su ghiaccio trovò una calorosa culla fino al 1993, quando si costruì, a Bolzano sud il polifunzionale impianto in occasione dei Mondiali gruppo A. A ricordare le gesta dei giocatori biancorossi sul ghiaccio di via Roma, dove l’Hc Bolzano s’è fregiato di undici scudetti: il primo nel ’63, il secondo dieci anni dopo, nel ’73, poi gli altri, saranno proprio gli stessi protagonisti, chiamati a raccontare aneddoti e curiosità, emozioni e passioni.
Mercoledì 19 settembre dalle ore 18.00 alle 20.00 presso il Centro Culturale Trevi di via Cappuccini, nell’ambito degli eventi collaterali della rassegna ArteSport è in programma infatti un incontro pubblico intitolato “Via Roma, la storia e il mito dell’hockey bolzanino”, un evento condiviso dall’Hockey Club Bolzano e inserito nell’ambito degli eventi in occasione degli 85 anni della società biancorossa.
Gli ex giocatori dell’Hcb, protagonisti sul ghiaccio del Palafiera sono invitati a rievocare i ricordi che hanno accompagnato intere generazioni di appassionati. La passione, l’entusiasmo, la partecipazione, le epiche sfide, le forti emozioni, ma anche le lunghe code per acquistare un biglietto e per entrare al Palaghiaccio, lo stretto rapporto tra la squadra e la tifoseria raccontati dai protagonisti di un fenomeno sociale, di un esempio di integrazione e condivisione.
Seguire la squadra al Palaghiaccio di via Roma, ribattezzato negli ultimi anni di utilizzo Palafiera, per molti (anche quando i risultati non arrivavano) era un autentico rito, un’abitudine, un piacere, quasi un dovere settimanale, un passatempo, un irresistibile richiamo, un qualcosa di fortemente fascinoso a tal punto che non pesavano ore e ore di coda al botteghino acquistare i biglietti e altrettante ore e ore di coda ad attendere l’apertura dei cancelli in occasione delle partite clou. E in coda c’erano, fianco a fianco o uno dietro l’altro rigorosamente composti lo studente e il professionista, la casalinga e l’operaio, il pensionato e l’impiegato, eccetera, eccetera.
Qualche sgomitata per guadagnare un paio di posti sia in fase di acquisto, che in fase d’entrata.
Qualche imprecazione, ma tanto entusiasmo e, per quelli destinati nella “mitica” galleria, era d’uopo la corsa alla balaustra subito dopo l’apertura dei cancelli, perché da quella posizione si poteva vedere l’interno anello ghiacciato, mentre già nella prima fila delle tribune i tubi Dalmine, non si aveva la completa visibilità della pista di gioco. C’era la zona destinata ai tifosi organizzati, divisi in fazioni. Il Palaghiaccio di via Roma era un punto d’incontro, la meta di tutti coloro con l’hockey nel sangue, chi si faceva trascinare dagli amici, chi sentiva forte il richiamo del tam tam quotidiano che partiva dai banchi di scuola, si estendeva negli uffici, dilagava nelle fabbriche e nelle aziende. C’era una volta anche un Bolzano che non vinceva, ma piaceva. La gente lo seguiva lo stesso. Tanti giocatori cresciuti in casa, italiani e tedeschi in campo insieme per perseguire un unico obiettivo, una spontanea quanto esemplare integrazione. Tanti campioni stranieri: Da Coletti a Longarini, a Moren e Roberts, dai fratelli Hiti a Chipperfield, da Sullivan a Derkatsch, dalla stella t a Nilsson, al protagonista di “Miracle on ice” Pavelich, a Flockhart, Napier, Orlando, il “poi” senatore Usa Tomassoni, accanto ai giocatori autoctoni e agli “italo”. Tanta apprensione quando rapirono il presidente Ander Amonn. Teatro: il Palafiera, dagli odori che cambiavano nel corso della giornata, passando da quello dell’ammoniaca usata per fare ghiaccio il mattino, a quello di vin brulé la sera. In via Roma i ritrovi dei giocatori e degli appassionati: il vecchio bar Internazionale gestito dalla famiglia Vattai, con Nano capitano del Bolzano per anni e il bar “Margherita”. I giocatori biancorossi di quel periodo cresciuti in via Roma, per un paio d’ore, potranno raccontare le rispettive storie.
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