Merano. «Se ami l'hockey davvero, lo ami per sempre». Parole sincere, che arrivano dal cuore di una persona, che nella gioia di una vita vissuta al massimo, ha costruito da solo un piccolo, grande capolavoro. Perchè per raggiungere certi obiettivi, serve perseveranza, un briciolo di lucida follia e una dose generosa di carattere: le basi del miracolo sportivo partorito a Merano da Hansjörg Brunner, l'uomo della leggenda, capace di rendere possibile ciò che sembrava impossibile. Era un guerriero, per sua stessa ammissione, uno che nella vita non si era mai arreso. Questa volta, però, il “Presidente”, come tutti amavano ricordarlo nella città del quale era follemente innamorato, si è arreso a 73 anni, lasciando un vuoto incolmabile. Brunner è stato il leader maximo dell'hockey meranese, costruendo, in un percorso durato quasi quattro decenni, un giocattolo, colorato di bianco e nero, che ha fatto impazzire di gioia una città tipicamente un po' “freddina”, capace però di identificarsi, fin da subito, in quelle tre, magiche, lettere: HCM, Hockey Club Merano. Brunner ha smesso di lottare lo scorso weekend, sconfitto da un male a cui, in un primo momento, era riuscito a mettere la museruola. Un combattente nato, che nel mondo dell'hockey è riuscito a ritagliarsi un posto fisso fra i più grandi di sempre.

Già, perchè in un mondo nel quale i sacrifici superano di gran lunga i benefici, quei ritorni economici per i quali vale davvero la pena investire passione e denaro, Brunner, alla pari di presidenti del calibro di Ander Amonn o anche Nilo Riva, ha sempre lottato in prima fila. Era un uomo di cuore, talvolta un po' brusco e severo, ma che quando parlava di quella sua magnifica passione, sapeva trasformarsi in un abile e fenomenale oratore, in grado di descrivere, con certosina e maniacale dovizia di particolari, ogni passaggio di quel meraviglioso viaggio sportivo.

Lascia una famiglia che lo ha amato tanto e alla quale ha trasmesso la passione per questo sport. Una città intera lo ricorda e lo piange e alla notizia della scomparsa, si è unita nel cordoglio, ricordando le gesta del “guerriero” Hansjörg. Il padre dell'hockey meranese, riferimento di generazioni di giocatori succedutesi negli anni, che in lui hanno sempre riconosciuto l'unico, vero, presidente bianconero.

Le origini e i trionfi

Brunner amava la vita, la sua famiglia, la sua Merano. La sua prima, autentica, passione, quella per i motori, nata nel 1963, alla guida della sua Alfa GTA, con la quale aveva macinato migliaia di chilometri per l'Italia e l'Europa, lasciò spazio, come il classico colpo di fulmine, all'hockey su ghiaccio. Negli anni ’70 entrò nel Merano, convinto da Karl Schmid, colui che portò l'amaro Jägermeister in Alto Adige e allora era il proprietario della squadra. Brunner divenne presidente della società e nonostante le tante problematiche del caso, «perchè solo dopo un po' di tempo – amava ricordare – avevo capito che mancava l'acqua in quella vasca», cominciò una lunga e brillante ascesa. Dalla serie B alla massima serie, dall'impianto di Maia Bassa al catino bollente di Via Mainardo, trasformato in una polveriera, dove soprattutto nei derby contro il Bolzano, trovare un posto libero era come vincere alla lotteria di Capodanno, Brunner costruì un modello nuovo e vincente nell'hockey. Scoprì e porto Brian Lefley in Italia, vincendo nel 1986 il primo scudetto bianconero della storia. I tempi di Morrison, Bellio, Manno, Goegan, Milano e tanti altri. Merano era una realtà, Brunner la guida dall'alto che aveva trasformato e forgiato l'hockey, trasformandola in una grande passione popolare.

Il “sacco di Bolzano”

Nell'hockey che animava migliata di persone negli stadi, il popolo bianconero aveva individuato nel tempo il grande nemico sportivo da affrontare: il Bolzano. Nel 1999, ecco allora materializzarsi il “Sacco di Bolzano”. Al Palaonda, il Merano, guidato in tribuna da oltre 2000 tifosi, espugnò la “casa” dell’hockey a Bolzano, centrando il secondo tricolore contro gli acerrimi rivali. In Via Palade, quella notte, si riversarono migliaia di persone, che riempirono le strade. Una notte pazzesca. Fu l'ultimo grande capitolo di quel sogno. Da allora, il meccanismo si ruppe, l'hockey fece un pesante passo indietro. La conseguenza? Stranieri ridotti, meno spettacolo e tribune, come quelle della Meranarena, semivuote. Brunner provò a ridestare la piazza, ma senza successo. Lasciò l'hockey e la presidenza nel 2008, ormai sconfortato, per dedicarsi alla produzione di vino, alla sua famiglia, i nipoti, l'amato cane Gino, senza però mai rinunciare alle “sue partite”. Girava parecchio, “scortato” dai fedeli amici di sempre Walter Andriolo e Peter Zanon, perchè quell'amore per il ghiaccio era davvero speciale, travolgente, unico.

Addio presidente, artefice di un periodo fantastico, che non tornerà mai più.

©RIPRODUZIONE RISERVATA.