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BOLZANO. Sul viso non porta i segni di tante battaglie. Il naso è intatto. Più gentleman che combattente. E allora gliela buttiamo lì: «Scusi, Nicotera, ma lei non era un pugile? «Come no! 110 match, solo 10 sconfitte e ben 30 vittorie per ko». E ti chiude subito all’angolo: «Guardi che il pugilato non è violenza, è scuola di vita. Per tutti. Giovani, anziani, donne. Me ne accorgo ogni giorno».
Francesco Nicotera, oggi aitante 45enne, è l’uomo che sta portando sempre più bolzanini sul ring. L’agonismo è solo uno degli aspetti. Con lui il pugilato diventa anche una terapia. Una cura per soggetti di fronte ai quali pure psicologi e assistenti sociali getterebbero la spugna.
Nicotera, niente pallone ma subito i guantoni fin da piccolo?
«Ho iniziato prestissimo, nel 1979, ai Giochi della Gioventù. Mi dissero che avevo una vivacità da controllare e che il ring poteva essere l’habitat migliore. Scelta azzeccata, grazie anche al mio primo maestro, quel Bruno Barcheri a cui devo molto».
Solo un buon dilettante?
«Al professionismo ci sono andato vicino, anzi vicinissimo. Ai campionati italiani di Bari entrai nelle grazie nientemeno che di Rocco Agostino, all’epoca il principale manager italiano. Ero un welter, 67 chili, dalle buone potenzialità. Ma con un difetto».
Quale?
«Il pugilato ha regole severissime. Per arrivare a combattere ti rivoltano come un calzino, devi essere fisicamente perfetto. E io non lo ero. Un avvallemento cranico parietale di un centimetro. Un difetto congenito. E addio idoneità. La fine di un sogno per il quale avevo dato tutto, l’inizio di un incubo».
Ma non poteva continuare a fare il dilettante?
«Col caschetto? Certo, ma non trovavo avversari. Nessuno mandava un suo allievo a combattere con un pugile che stava per passare professionista. E li capsco».
Crisi esistenziale?
«Diciamo che ero entrato in un brutto giro, cattive compagnie soprattutto. Una vita spericolata dalla quale sono uscito rimettendomi in gioco come maestro di pugilato e grazie alla mia compagna, Lorena, che mi è sempre stata vicino e dalla quale ho avuto due figli, Denis e Samanta».
Insegnare boxe a Bolzano. A chi?
«Ce n’è per tutti. Alla mia scuola ho 20 ragazzi che fanno agonismo e 30 amatori. Quello della boxe amatoriale è un mondo in crescita».
Perchè?
«Abbraccia tutti, dai 6 ai 65 anni. La Fit Boxe prevede solo un contatto leggero, combattere sì ma non troppo. La Boxe music e la Boxe in action sono amate dalle donne. La Boxe Competition non prevede contatti, si combatte ma senza toccarsi, si valuta solo la tecnica. Plasma i muscoli, migliora il coordinamento e piace a chi vuole imparare i rudimenti del pugilato però non può permettersi di presentarsi al lavoro il giorno dopo col volto tumefatto. Un giorno un avvocato mi disse: “ho un’udienza di un processo per rissa, mica posso andarci con un occhio nero”».
Ma lei sta portando il pugilato anche fuori dal ring?
«Sono stato contattato da Casa Famiglia. Un ragazzo di 14 anni stava facendo ammattire tutti. Violento, sulla via dell’alcolismo, senza regole. Con la severità che il pugilato richiede, lezione dopo lezione, ho avuto una delle mie più belle soddisfazioni: ora non beve più, mi chiama maestro, si allena regolarmente, è felice perchè gli ho regalato un paio di scarpe da allenamento. Ha preso pure un 8 in italiano a scuola. Tutti contenti, psicologi compresi. Scusate, ma ci tengo a dirlo: tutto gratuitamente».
Una medicina, quindi?
«Una terapia di sicuro. Per il giovane aggressivo e per quello che soffre di autostima. In entrambi i casi ho visto miglioramenti. E infatti il mio sogno è portare il pugilato nelle scuole. I contatti sono già avviati. Diteglielo, a quelli della Rai, che vogliono togliere la boxe dalla prima fascia perchè considerata violenta. Io non insegno solo a tirar di pugni, il pugilato è prima di tutto rispetto e lealtà nei confronti dell’avversario. Infatti nella mia palestra c’è solo una categoria di persone che non è accettata».
Vale a dire?
«Ho qualche ragazzo che non può pagare, e va bene, ma ho mandato via chi ha usato la boxe non come autodifesa».
Dedicato ai genitori: quanto rischia un ragazzo che fa pugilato?
«Rispondo con una domanda: da quanto è che non si parla di un morto nella boxe? Mi pare che ci si faccia più male a giocare a calcio, si muore di più nel motociclismo. Ho rischiato di perdere mio figlio Denis, 16 anni, per un incidente in auto. Grazie a Dio ce l’ha fatta, anche se guarigione e recupero completo sono ancora lunghi. Sono padre, so cosa vuol dire. Eppoi ci sono regole severissime, non è come in altri sport da combattimento».
Ci spieghi meglio....
«Prima servono idoneità mediche particolari, poi si viene tutelati. C’è un caschetto, i guantoni hanno protezioni che ammortizzano il colpo, tanto è vero che di kappaò se ne vedono sempre meno. E nome rigide: se incassa un pugno ben assestato il giovane dovrà restare fermo almeno 10 giorni, senza neppure allenarsi. In caso di ko lo stop sale a 45 giorni, scatta il ritiro della licenza e bisogna rifare tutte le visite mediche». E qui Nicotera sferra il colpo del ko: «Kick Boxing e Thai Boxe in questo senso sono una giungla: la settimana prima sei in ospedale, quella dopo combatti». Già: la noble art è sempre una.


