BOLZANO. Alex Schwazer non ha tradito. Non solo le attese degli inquirenti o dei media di mezzo mondo, ma nemmeno di coloro (in primis l’allenatore Sandro Donati) che gli hanno dato fiducia e credito nella sua volontà di voltare pagina ed aiutare lo sport a liberarsi della piaga del doping che ancora rispunta periodicamente in alcune discipline. In poco più di un’ora e mezza di deposizione davanti al tribunale di Bolzano, il marciatore azzurro (che spera di poter partecipare alle prossime Olimpiadi) non ha mai avuto tentennamenti e ha risposto serenamente e con sicurezza a tutte le domande del pubblico ministero Giancarlo Bramante. E ha confermato, nella sostanza, che almeno dal maggio 2012 (a pochi mesi dalle Olimpiadi di Londra) i vertici della Federazione di atletica leggera sarebbero stati al corrente del tunnel in cui lui aveva deciso di infilarsi. Dapprima nel corso di una drammatica telefonata poi in un incontro a quattr’occhi nei pressi di Parma il 21 maggio 2012 Alex Schwazer confessò a Pierluigi Fiorella (dirigente federale e responsabile medico per i settori mezzofondo, fondo, maratona e marcia) di essersi dopato per tentare di migliorare le sue prestazioni. L’obiettivo era arrivare alle Olimpiadi di Londra con una carica in più. «Non volevo vincere facile - ha detto al giudice - ma semplicemente partire alla pari con altri atleti che in più occasioni non avevano fatto mistero di far uso di sostanze proibite». Facile trovare riscontro nel recente scandalo che ha travolto una trentina di atleti russi per i quali si è parlato di «doping di Stato». Ad indurre Schwazer a confidarsi con Fiorella erano stati alcuni valori ematici particolarmente sballati emersi dopo una gara sui 20 chilometri vinta a Lugano il 18 marzo 2012. Fu il dato relativo ai reticolociti (globuli rossi immaturi) a far capire a Schwazer che sarebbe stato scoperto: se risultano in una percentuale troppo bassa rispetto ai globuli rossi maturi, infatti, sono dimostrazione che il sangue è stato “arricchito” artificialmente. E dopo la vittoria di Lugano nel sangue di Schwazer venne rilevata una percentuale di reticolociti bassissima e palesemente anomala . Per questo il marciatore si rese conto di rischiare la “frittata” a pochi mesi dalle Olimpiadi (anche perchè i dati ematici erano consultabili in via telematica a tutti i dirigenti Fidal) e decise di rivolgersi a Fiorella il quale gli avrebbe chiesto se fosse convinto che ne valesse la pena, facendogli capire che avrebbe dovuto smettere. «In realtà - ha detto Schwazer - io ero ormai nel tunnel e pensavo solo ad andare sino in fondo per l’appuntamento di Londra». Nessuno, ai vertici della Federazione, lo fermò. In precedenza Schwazer (che ha ammesso anche contatti e incontri con il medico Michele Ferrari) aveva confermato in aula di aver maturato l’idea di doparsi da solo, di essersi documentato in internet e di aver scelto di andare ad acquistare personalmente le fiale di Epo in Turchia. Tutti particolari già noti ma che ieri Schwazer ha ribadito in un’aula di tribunale ove oltre a Pierluigi Fiorella sono accusati di favoreggiamento nei anche altri due dirigenti federali e cioè Giuseppe Teodoro Fischetto (dirigente Fidal e membro della commissione medica antidoping della federazione internazionale di atletica leggera) e Rita Bottiglieri, dirigente dell’area tecnica della stessa federazione. In mattinata dalla deposizione in aula del colonnello dei Ros dei carabinieri Michael Werner Senn (che svolse le indagini) erano arrivate vere e proprie bordate nei confronti dei vertici della federazione e, di conseguenza, degli imputati. L’ufficiale ha parlato di «situazione sconvolgente” emersa dalle indagini sui controlli antidoping della Fidal. «Un sistema colabrodo, che non poteva funzionare», gestito con approssimazione e sottile connivenza con gli atleti ai quali veniva concesso di eludere le regole più basilari per evitare controlli e analisi a sorpresa. E l’inchiesta ha avuto il merito di far emergere la triste realtà di un mondo sportivo su due livelli: quello dalla facciata ufficiale e pulita e quello compromesso e tollerante anche nei confronti del doping come dimostrano inequivocabilmente alcune email sequestrate nei computer e riportate in aula ieri mattina.

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