Bolzano. Il 13 aprile 2014 è un nuovo spartiacque nella storia del Bolzano. Al primo tentativo, nel ruolo di matricola, i biancorossi trionfano in Ebel, prima squadra non austriaca a compier questa impresa. Quel giorno è bastato un momento straordinario, in un’overtime pazzesco di gara 5, sulla serie in perfetta parità contro i “milionarios” targati Red Bull, per cambiare, ancora una volta il corso della storia biancorossa, aprendone un nuovo capitolo.

Esaltante, unico, miracoloso

La sequenza, a sei anni di distanza dalla “prima” notte del Volksgarten, la ricordano tutti. I protagonisti sul ghiaccio, il popolo biancorosso in tribuna e anche quella fetta consistente di tifosi e appassionati, costretti a vivere un pomeriggio di passione lontano dalla città di Mozart.

Motzko va in tilt in zona neutra, Lalibertè ruba il disco, mostra i muscoli, disco a Sharp, discesa in angolo e puck meraviglioso per Pance, che lascia di sasso Bruckler. Otto secondi spaccati e il Bolzano si ritrova campione, dopo avere sciupato due match-point nella serie. Nonostante il braccino e la forza evidente di un avversario vera e propria corazzata, ma non una squadra, costruita per fare a fette tutti gli avversari, il miracolo si è consumato.

Tutto è cominciato da lì, da quel giorno che ha aperto una nuova frontiera. L’HCB, sei anni più tardi, ha allargato il suo bacino, ha riportato la gente allo stadio, ha scoperto nuovi tifosi, appassionati, dalla provincia, dalla regione e anche dalle zone limitrofe.

Da sempre, in Italia, Bolzano è stato il Golia dell’hockey, abituato ad alzare trofei, costretto, ma è bastato un solo anno in Austria, travestito da Davide, per capire che, anche in quei panni del tutto nuovi, quella storia non sarebbe cambiata.

Tre artefici e una grande squadra

Dieter Knoll, in quasi quarant’anni di hockey, ne ha viste di tutti colori e quel trionfo lo ricorda come fosse accaduto ieri. «Ci sono tre artefici principali – sottolinea il patron -. Il primo è il nostro compianto Giancarlo Bolognini, a quel tempo ancora presidente della Fisg, senza il cui benestare non avremmo potuto lasciare il campionato italiano. Fu un gesto coraggioso, perché Bolognini, durante quelle riunioni alla Casa dello Sport di Bolzano, la sede del Coni locale, dovette scontrarsi con tanti pareri negativi. Con Tom Pokel – ricorda Knoll – decidemmo di costruire una squadra di sconosciuti, con pochi soldi ma un solo obiettivo: partire e sorprendere tutti. Devo molto anche a lui, perché ha sempre condiviso le mie scelte di mercato, creando un gruppo fantastico, guidato da un leader come Trent Whitfield, un modello dentro e fuori dal ghiaccio. Da quel giorno siamo diventati la squadra della provincia, abbiamo portato sempre più gente allo stadio, riportando l’hockey biancorosso ai livelli che meritava».

Il futuro

Di fronte ad un nemico forte come il Covid-19, anche Knoll deve fare i conti, ogni giorno. «Ad oggi la Ebel, che cambierà nome, deve risolvere tante questioni aperte: non sappiamo quando potremo tornare ad allenarci, se dovremo giocare le gare del prossimo anno a porte chiuse e se per i giocatori stranieri del Nordamerica vi sarà la possibilità, fin da agosto, per varcare i confini e sbarcare in Europa. Lavoriamo tutti i giorni, adesso l’importante è la salute della gente e la graduale ripresa dell’economia. Di una cosa però sono certo: quando tutto sarà finito, la gente apprezzerà ancor di più questo sport, la voglia di stare insieme e di venire allo stadio per stare in compagnia. Questa esperienza ci segnerà, avremo più consapevolezza sui veri valori della vita».