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Cercavano un pallone. Volevano scambiarselo, palleggiare fra loro, fermare il tempo. Solo che non erano su un campo da calcio e non avevano più vent’anni e nemmeno trenta. Indossavano giacca e cravatta, come le circostanze imponevano. Erano ai piedi del palco dove stava per cominciare la conferenza stampa di presentazione di uno degli eventi più straordinari nella storia del calcio. Una serata di gala con un rappresentante, almeno uno, per ogni edizione del Mondiale, dal 1930 al 1986: Pelé e Bobby Charlton, Carlos Alberto e Paolo Rossi, Giacinto Facchetti e Michel Platini. C’era perfino Lucien Laurent, il francese autore del primo gol nella storia della competizione. Tutto merito di quella straordinaria fabbrica di idee che era Candido Cannavò. Vigilia di Italia 90. Loro, i protagonisti del siparietto, erano Juan Alberto Schiaffino e Fritz Walter, ciascuno vincitore di un Mondiale che non avrebbe dovuto vincere. Il Brasile, 1950, era strafavorito sull’Uruguay di Schiaffino. Stesso discorso, quattro anni dopo, per l’Ungheria nei confronti della Germania Ovest di Walter. Invece, ad alzare la coppa furono uruguagi e tedeschi.
Mi trovavo a pochi metri da quei due monumenti del calcio. Sembravano bambini scesi nel cortile sotto casa per dare sfogo alla loro passione preferita, felici di essere di nuovo assieme dopo tanti anni, circondati da altri compagni di viaggio che non vedevano da una vita e mai più avrebbero rivisto. In un angolo della sala c’era una signora distinta. Sorrideva anche lei. Parlava un tedesco fluente, ma i tratti del viso tradivano un’origine diversa. Si chiamava Italia. Italia Bortoluzzi. Origini bellunesi, trapiantata in Germania, era la moglie di Fritz Walter. Mi feci raccontare la sua storia, la loro storia. Lei, di professione interprete, lavorava per le truppe francesi di stanza in Germania dopo la fine della seconda guerra mondiale. Le era toccata la regione della Renania-Palatinato e in particolare la città di Kaiserslautern, una delle roccaforti del calcio tedesco di allora.
Riavvolgiamo il nastro e andiamo a quel 1945. A Kaiserslautern ha fatto ritorno da poco uno dei figli prediletti della città. Fritz Walter, appunto. La città non è grandissima, i posti dove passeggiare e incontrarsi sono sempre gli stessi. Il calciatore e l’interprete si conoscono, si piacciono, si sposano. Lui è già un giocatore affermato, ha debuttato in nazionale a vent’anni non ancora compiuti, nel 1940, segnando una tripletta nel 9-3 contro la Romania. Centrocampista con il vizio del gol, Walter è una spanna sopra tutti gli altri. Avrebbe sicuramente fatto parte della Germania al Mondiale del 1942, poi a quello del 1946, invece quei due tornei non si sono mai disputati. Per il ragazzo di Kaiserslautern, gli appuntamenti saltati alla fine saranno addirittura tre. In Brasile, nel 1950, i tedeschi non andranno.
Negare ad un calciatore la possibilità di giocare tre Mondiali è come azzerarne la carriera. Fritz Walter avrà la pazienza di aspettare il suo turno. La volta buona coinciderà con l’edizione del 1954. Alle soglie dei trentaquattro anni, diventerà il più dolce dei risarcimenti per le privazioni passate. Ma prima di arrivare a quel Mondiale ci sono parecchie cose da raccontare. Dopo l’esordio contro la Romania, il giovanissimo Fritz entra in pianta stabile nella rosa della nazionale. E’ già guerra, ma i giocatori non partono per il fronte: vengono dislocati nelle varie guarnigioni stanziali, pronti a rispondere alla chiamata dell’allenatore Sepp Herberger ogni qualvolta venga organizzata una partita. “Si giocava – ha raccontato Walter al giornalista e amico Rudi Michel – contro i Paesi con cui non eravamo in guerra. Ogni volta ci consentivano di fare un salto a casa, così potevamo portare cose che ormai non erano più reperibili nei negozi, ad esempio cioccolata svizzera”.
Si prosegue così fino al novembre del 1942. La Germania batte 5-2 la Slovacchia, poi il regime nazista ordina che anche i calciatori della nazionale vengano destinati al fronte. La partenza per i luoghi di guerra non è automatica, così Walter resta inizialmente a Diedenhofen, nella Mosella. Un giorno riceve l’invito per giocare una partita a Parigi. Accetta ma chiede di essere registrato sotto falso nome, Fritz Hack. Nessuno deve sapere, meglio non rischiare. Un giornalista però lo riconosce e pubblica la notizia. La punizione minima sarebbe la destinazione verso qualche remoto teatro di guerra, ma è fortunato perché negli stessi giorni il suo battaglione viene trasferito in Sardegna: non c’è tempo di occuparsi dei singoli. Al caldo del Mediterraneo Fritz Walter si ammala di malaria, un problema che si porterà dietro per il resto della vita. Dopo l’8 settembre, il ragazzo di Kaiserslautern diventa un pacco postale: dalla Sardegna alla Corsica, dalla Corsica a Piombino, da Piombino all’isola d’Elba.
Dopo qualche tempo, lo convocano al comando tedesco di Portoferraio. La domanda lo coglie di sorpresa: soldato Walter, che esperienze ha di volo? Nessuna. Strano, perché è arrivato l’ordine di trasferirla alla squadriglia di caccia di Jever, in Bassa Sassonia. Dalla fanteria alla Luftwaffe senza nessuna competenza specifica: capirà tutto una volta arrivato a destinazione. Ad accoglierlo trova il colonnello Hermann Graf, amico di Herberger e grande appassionato di calcio. Ha formato una squadra che quando le circostanze lo consentono disputa partite amichevoli. Nome: Die Roten Jaeger, i cacciatori rossi. Rossi perché le uniche maglie disponibili erano di quel colore.
Ultima partita dei Rote Jaeger, il lunedì di Pentecoste del 1944: vittoria per 3-2 contro l’Amburgo. “Il giorno dopo, gli americani bombardano la nostra base aerea. Duecento morti, il colonnello Graf gravemente ferito, io incolume. Dobbiamo trasferirci a Rennes. Ci distribuiscono su dodici aerei, sette vengono abbattuti. Il mio è costretto ad un atterraggio di emergenza a Orleans: si apre il portellone, sto per volare fuori. Sarebbe morte sicura, mi salvano due commilitoni”.
Rennes è una soluzione temporanea. Quello che resta della squadriglia di Fritz Walter viene trasferito in Polonia e da lì in Slovacchia. I sovietici avanzano, la capitolazione tedesca è sempre più vicina. “L’8 maggio 1945 entriamo in un campo di prigionia americano. Ci sono già 40 mila persone, gira la voce che vogliano consegnarci ai russi”. Andrà proprio così. A piedi verso il confine austriaco, i capelli rasati a zero per rendere più facilmente identificabile chiunque abbia l’idea di scappare. Walter ha un attacco di malaria, l’ennesimo: è costretto al ricovero in un sanatorio e poi a sedici giorni di camion fino a Sighetu Marmatiei, in Romania. Lì vengono formati gruppi di cento prigionieri che poi partiranno per la Siberia. “Sono fra gli ultimi ad essere registrato, mi viene assegnato il numero uno. Con me ne restano altri trentaquattro, così decidono di farci partire il giorno dopo, quando ne arriveranno altri e si potrà formare un gruppo di cento”.
Il futuro di Fritz Walter è appeso ad un filo, per non parlare della sua carriera di calciatore. Ancora una volta il destino gli dà una mano: “Arriva la sera, vedo un paio di persone che giocano a calcio. Sono poliziotti addetti alla vigilanza del campo. Mi arriva la palla sui piedi, la restituisco con una certa eleganza. La scena si ripete poco dopo. Quasi senza volerlo, mi ritrovo a giocare anch’io. Arriva altra gente, si formano due squadre: polizia contro ospedale. Nell’intervallo mi sommergono di domande. Spiego che sono un giocatore della nazionale tedesca. A qualcuno torna alla mente un Germania-Ungheria del 1942 a Budapest: partita bellissima, vincemmo 5-3 e io segnai due gol. Alla fine i poliziotti, soprattutto quelli ungheresi, mi promettono che faranno di tutto per impedire la mia deportazione”. Ci vuole un po’ di tempo, ma Fritz Walter rimette piede a Kaiserslautern. Accade il 28 ottobre del 1945. “I miei commilitoni torneranno dall’Unione Sovietica nel 1949. E nemmeno tutti. Ho giocato tante partite nella mia vita, ho avuto la fortuna di vincere un Mondiale, ma la partita più importante è stata quella nel campo di prigionia di Sighetu Marmatiei”.
E’ dura ricominciare in una Germania devastata dalla guerra. Kaiserslautern non fa eccezione. Fritz Walter mette assieme un po’ di vecchi compagni e organizza quelle che vengono chiamate Kartoffelspiele, le partite delle patate: “Per giocare ci si spostava a bordo di un campion scoperto. Venivamo pagati in natura: frutta, verdura, patate, vino”. Di volta in volta si tratta sul prezzo: un gol, un sacco di patate. L’avversario è riuscito a riempire dodici sacchi di patate? E allora Fritz Walter, sul 12-1, ordina ai compagni di smettere di segnare. Intanto conosce Italia Bortoluzzi, che sposerà nel 1948. Grazie a lei, raggiunge un accordo con le truppe francesi di stanza a Kaiserslautern: allena due volte la settimana la loro squadra di soldati e in cambio lui e i suoi compagni possono tornare ad usare il Betzenberg, lo storico campo che prende il nome dalla collina che domina la città.
Italia Bortoluzzi e i tedeschi: un feeling impossibile, almeno all’inizio. “Se non una di Kaiserslautern che sposi almeno una della regione”, diceva la gente. Invece sceglie un’italiana, con l’aggravante della passione per scarpe di lusso e pellicce. A gettare benzina sul fuoco ecco Sepp Herberger, l’allenatore della nazionale: “Quella non sa far da mangiare, non sa cucire, finirà per rovinare il nostro Fritz”. Si sbagliano tutti. Italia Bortoluzzi avrà tempo e modo di consumare la sua rivincita. Accade un giorno del 1951, quando a casa Walter si presenta nientemeno che Helenio Herrera. Allena l’Atletico Madrid e ha pronto un contratto faraonico: 250 mila marchi subito e uno stipendio di diecimila marchi al mese. Trenta volte più di quello che Fritz guadagna nel Kaiserslautern. Come si fa a dire di no? Interviene Frau Italia: “Schnuckelino (si può tradurre con “tesoruccio”, n.d.a.), sei sicuro di accettare? Pensa al tuo amato Betzenberg, a quanti qui a Kaiserslautern ti vogliono bene, alla nazionale”. Il buon Fritz ci pensa e congeda Helenio Herrera. Grazie ma non me la sento. Game, set and match per la signora Italia Bortoluzzi in Walter.
Il Kaiserslautern comincia a vincere - due titoli, nel 1951 e nel 1953 – ma soprattutto torna a giocare la nazionale tedesca. Prima partita contro la Svizzera, il 15 aprile 1951. Sono passati otto anni e mezzo dall’ultima volta, Fritz Walter e Sepp Herberger sono l’anello di congiunzione fra passato e presente. Si guarda al prossimo Mondiale, quello del 1954 in Svizzera. C’è una nazionale che sta dominando in lungo e in largo: è l’Ungheria, quella che in patria chiamano Aranycsapat, la squadra d’oro. Non perde da quattro anni, ha battuto l’Inghilterra in casa e fuori, prima nazionale non britannica a vincere a Wembley. Particolare non trascurabile, gioca un calcio bellissimo. In Svizzera, finisce nello stesso girone della Germania. Alla vigilia del Mondiale i tedeschi non sono in forma. Uno, in particolare: Fritz Walter. Il suo Kaiserslautern ha perso la finale di campionato con l’Hannover e lui farebbe volentieri a meno di giocare il Mondiale. Herberger c’è abituato: già due anni prima, dopo una brutta sconfitta con la Francia, il suo capitano voleva lasciare la nazionale. Un giornale aveva scritto: “A centrocampo ha giocato il proprietario di lavanderie Fritz Walter”. Vero, nel senso che i primi guadagni li aveva investiti in quel ramo. “Non dica sciocchezze”, lo aveva liquidato Herberger. Parola più parola meno, è quello che gli dice alla vigilia del Mondiale.
Ungheria-Germania Ovest è una delle partite più sbilanciate del torneo. I tedeschi vengono sconfitti 8 a 3. Nel ritiro sul lago di Thun arrivano telegrammi per Herberger con l’invito a cambiare mestiere. Nessuno fa caso ad un particolare: l’allenatore ha lasciato a riposo mezza squadra titolare. Tanto, per arrivare ai quarti basterà battere nel successivo spareggio la Turchia. Gli ungheresi lamentano l’infortunio del loro giocatore più forte, Ferenc Puskas, azzoppato da un intervento del difensore Liebrich ai confini del codice penale. Salterà le due partite successive, avversari Brasile e Uruguay, che l’Aranyacsapat vincerà con qualche patema di troppo. Come da pronostico, la Germania batte la Turchia. Poi la Jugoslavia e l’Austria. E’ finale, si giocherà il 4 luglio a Berna. I tedeschi scrutano il cielo: tifano per la pioggia, vogliono il Fritz-Walter-Wetter, le condizioni meteo care al capitano. Se fa caldo, Walter rende la metà. Rapido sondaggio in tribuna stampa: pronostico a senso unico, in trentanove contro uno votano Ungheria. L’unico a dire Germania è Kurt Brumme, ovviamente tedesco. In uno dei pochi locali di Berlino dotato di televisione si raccolgono scommesse. La vittoria tedesca è quotata 18 a 1. C’è chi punta venti marchi: a fine giornata incasserà l’equivalente di un mese di stipendio.
A Berna risuonano gli inni. I tifosi tedeschi intonano la strofa “Deutschland ueber alles”, parole che riportano al nazismo e per questo cancellate dopo la guerra. L’imbarazzo in tribuna è palpabile, la radio svizzera toglie per qualche secondo l’audio. Piove, sul volto di Fritz Walter compare un sorriso. Sparirà presto: dopo otto minuti l’Ungheria è avanti due a zero, gol di Puskas e Czibor. Ma la partita è ancora lunga. Accorcia le distanze Morlock, pareggia Rahn. Tutto nei primi venti minuti. Helmuth Rahn è il più boarderline fra i tedeschi. Gli piace bere, ogni tanto esagera. Herberger lo ha messo in stanza con Walter: il diavolo e l’acqua santa. Intervallo. Il magazziniere suggerisce all’allenatore di cambiare i tacchetti dei giocatori. Ne ha preparati di appositi per il campo pesante. Si chiama Adolf Dassler, Adi per gli amici. Non è solo magazziniere: ha fondato una fabbrica di attrezzature sportive e per battezzarla ha unito il diminutivo Adi e le prime tre lettere del cognome. “Adidas”. Con i nuovi tacchetti i tedeschi stanno in campo meglio. E a sei minuti dalla fine passano in vantaggio. Segna ancora Rahn, raccogliendo un traversone di Schaefer. Adesso è un assedio davanti alla porta di Turek. Gli ungheresi un gol lo segnerebbero, ma l’arbitro Ling, inglese, annulla per un fuorigioco di Puskas. Dubbio. Finisce tre a due. Per gli sconfitti, e non solo per loro, non è questione di tacchetti. C’è dell’altro, dietro la vittoria tedesca: doping. Da quel 1954 non si è mai smesso di parlarne. Alcuni giocatori finiscono in ospedale subito dopo il torneo colpiti da itterizia. Uno di loro, Richard Herrmann, una riserva, morirà a 39 anni di cirrosi epatica. “Il nostro doping era l’amicizia”, taglierà corto Fritz Walter. La Germania, già divisa in Ovest e Est, è in festa. Sarà una delle ultime volte in cui gli occidentali e gli orientali potranno condividere un momento di felicità. A nove anni dalla fine della guerra, la gente, urla “wir sind wieder wer”, siamo di nuovo qualcuno. I tedeschi fanno il pieno di autostima. Qualcuno, per la verità, frena. La Suddeutsche Zeitung, ad esempio: “Se ci lasciamo andare in questo modo per una partita, come reagiremo il giorno in cui la Germania tornerà unita oppure nel mondo scoppierà la pace?” Il radiocronista Herbert Zimmermann definisce il portiere Turek Fussballgott, dio del calcio, e viene rimproverato dai propri superiori. Non piace nemmeno che si parli di miracolo, sa tanto di blasfemia. “Ma in fondo era un termine che esprimeva un sentimento di euforia che anch’io, che avevo 18 anni, ho provato”. Parole di Karl Lehmann, che un giorno diventerà cardinale e sarà presidente della conferenza episcopale tedesca.
In questa cornice di entusiasmo, giganteggia la figura di Fritz Walter. Lo storico Joachim Fest lo eleva addirittura a padre fondatore della Repubblica Federale tedesca: “Lui per la forza mentale, Konrad Adenauer per la politica, Ludwig Erhard per l’economia”. Esagerato, forse, ma per molti il 4 luglio 1954 rappresenta la data di nascita della Bundesrepublik, il giorno in cui una nazione in ginocchio è riuscita a rialzarsi. Grazie al calcio. Walter raccoglie a quasi 34 anni quello che la guerra gli aveva tolto. Con in più la soddisfazione di avere in squadra il fratello Ottmar. Vorrebbe chiudere con la nazionale, e stavolta Herberger non prova a fargli cambiare idea. Non subito, almeno. Il vecchio allenatore tornerà alla carica alla vigilia del Mondiale 1958. E il capitano dirà di sì dopo un’assenza di quasi due anni. Si farà male nella semifinale persa contro la Svezia, e quella sarà davvero la sua ultima volta con la maglia della Mannschaft.
La terza vita di Fritz Walter comincia nel 1959. Rimane lontano dai riflettori, ma le sue giornate sono piene di tante cose. Diventa il motore della fondazione intitolata al suo vecchio maestro Sepp Herberger. Visita soprattutto le carceri, per raccontare che la vita ti offre sempre una seconda opportunità. Molto autobiografico. E poi riallaccia i contatti con gli sconfitti di Berna. Incontra spesso Ferenc Puskas, e ogni volta sono baci e abbracci. “Forse devo scusarmi con te per aver vinto quella partita”, gli dice un giorno. E aggiunge: “Sarebbe stato bello vincere tutti e due”. E invece per gli ungheresi la sconfitta di Berna è stata solo il preludio ad anni di violenze, culminati con l’invasione sovietica. I superstiti delle due squadre si ritroveranno nel 1994, per i quarant’anni della finale. In quell’occasione Puskas sbarca a Francoforte con un’enorme bottiglia di champagne: il manico della borsa si rompe e allora lui, visibilmente sovrappeso, per reggere la bottiglia si aiuterà con la pancia.
A Kaiserslautern, lo stadio Betzenberg diventa il Fritz Walter Stadion. Omaggio al campione di un tempo che però in tribuna non si vede quasi mai. Troppa sofferenza, meglio camminare nei boschi vicino a casa e aspettare che la sua Italia si affacci sul balcone per comunicargli il risultato. Se il Kaiserslautern ha vinto, si stappa una bottiglia di quello buono. Ogni tanto invita a brindare un giovane attaccante che si sta facendo conoscere a suon di gol: Miroslav Klose. Poi la Germania ottiene l’organizzazione del Mondiale del 2006. La scelta degli stadi scatena rivalità cittadine, diventa anche una questione politica. Alla fine resta da riempire una casella: Kaiserslautern o Brema. Vince Kaiserslautern, e per molti il merito è di un signore che qualcosa, per il calcio tedesco, ha fatto.
A Fritz Walter non dispiacerebbe affatto vivere da spettatore il Mondiale di casa. Nel suo stadio, oltretutto. Non ci riuscirà. Nel 2001 muore Italia. Ed è un po’ come se cominciasse a morire anche lui. Tirerà avanti pochi mesi, se ne andrà il 17 giugno 2002: sono i giorni di un altro Mondiale, quello di Corea e Giappone. Se ce l’avesse fatta ad arrivare al 2006, magari avrebbe visto al Fritz Walter Stadion l’ottavo di finale fra Italia e Australia. Partita decisa dal rigore di Francesco Totti, un altro che per tutta la vita ha indossato una sola maglia.
Mi trovavo a pochi metri da quei due monumenti del calcio. Sembravano bambini scesi nel cortile sotto casa per dare sfogo alla loro passione preferita, felici di essere di nuovo assieme dopo tanti anni, circondati da altri compagni di viaggio che non vedevano da una vita e mai più avrebbero rivisto. In un angolo della sala c’era una signora distinta. Sorrideva anche lei. Parlava un tedesco fluente, ma i tratti del viso tradivano un’origine diversa. Si chiamava Italia. Italia Bortoluzzi. Origini bellunesi, trapiantata in Germania, era la moglie di Fritz Walter. Mi feci raccontare la sua storia, la loro storia. Lei, di professione interprete, lavorava per le truppe francesi di stanza in Germania dopo la fine della seconda guerra mondiale. Le era toccata la regione della Renania-Palatinato e in particolare la città di Kaiserslautern, una delle roccaforti del calcio tedesco di allora.
Riavvolgiamo il nastro e andiamo a quel 1945. A Kaiserslautern ha fatto ritorno da poco uno dei figli prediletti della città. Fritz Walter, appunto. La città non è grandissima, i posti dove passeggiare e incontrarsi sono sempre gli stessi. Il calciatore e l’interprete si conoscono, si piacciono, si sposano. Lui è già un giocatore affermato, ha debuttato in nazionale a vent’anni non ancora compiuti, nel 1940, segnando una tripletta nel 9-3 contro la Romania. Centrocampista con il vizio del gol, Walter è una spanna sopra tutti gli altri. Avrebbe sicuramente fatto parte della Germania al Mondiale del 1942, poi a quello del 1946, invece quei due tornei non si sono mai disputati. Per il ragazzo di Kaiserslautern, gli appuntamenti saltati alla fine saranno addirittura tre. In Brasile, nel 1950, i tedeschi non andranno.
Negare ad un calciatore la possibilità di giocare tre Mondiali è come azzerarne la carriera. Fritz Walter avrà la pazienza di aspettare il suo turno. La volta buona coinciderà con l’edizione del 1954. Alle soglie dei trentaquattro anni, diventerà il più dolce dei risarcimenti per le privazioni passate. Ma prima di arrivare a quel Mondiale ci sono parecchie cose da raccontare. Dopo l’esordio contro la Romania, il giovanissimo Fritz entra in pianta stabile nella rosa della nazionale. E’ già guerra, ma i giocatori non partono per il fronte: vengono dislocati nelle varie guarnigioni stanziali, pronti a rispondere alla chiamata dell’allenatore Sepp Herberger ogni qualvolta venga organizzata una partita. “Si giocava – ha raccontato Walter al giornalista e amico Rudi Michel – contro i Paesi con cui non eravamo in guerra. Ogni volta ci consentivano di fare un salto a casa, così potevamo portare cose che ormai non erano più reperibili nei negozi, ad esempio cioccolata svizzera”.
Si prosegue così fino al novembre del 1942. La Germania batte 5-2 la Slovacchia, poi il regime nazista ordina che anche i calciatori della nazionale vengano destinati al fronte. La partenza per i luoghi di guerra non è automatica, così Walter resta inizialmente a Diedenhofen, nella Mosella. Un giorno riceve l’invito per giocare una partita a Parigi. Accetta ma chiede di essere registrato sotto falso nome, Fritz Hack. Nessuno deve sapere, meglio non rischiare. Un giornalista però lo riconosce e pubblica la notizia. La punizione minima sarebbe la destinazione verso qualche remoto teatro di guerra, ma è fortunato perché negli stessi giorni il suo battaglione viene trasferito in Sardegna: non c’è tempo di occuparsi dei singoli. Al caldo del Mediterraneo Fritz Walter si ammala di malaria, un problema che si porterà dietro per il resto della vita. Dopo l’8 settembre, il ragazzo di Kaiserslautern diventa un pacco postale: dalla Sardegna alla Corsica, dalla Corsica a Piombino, da Piombino all’isola d’Elba.
Dopo qualche tempo, lo convocano al comando tedesco di Portoferraio. La domanda lo coglie di sorpresa: soldato Walter, che esperienze ha di volo? Nessuna. Strano, perché è arrivato l’ordine di trasferirla alla squadriglia di caccia di Jever, in Bassa Sassonia. Dalla fanteria alla Luftwaffe senza nessuna competenza specifica: capirà tutto una volta arrivato a destinazione. Ad accoglierlo trova il colonnello Hermann Graf, amico di Herberger e grande appassionato di calcio. Ha formato una squadra che quando le circostanze lo consentono disputa partite amichevoli. Nome: Die Roten Jaeger, i cacciatori rossi. Rossi perché le uniche maglie disponibili erano di quel colore.
Ultima partita dei Rote Jaeger, il lunedì di Pentecoste del 1944: vittoria per 3-2 contro l’Amburgo. “Il giorno dopo, gli americani bombardano la nostra base aerea. Duecento morti, il colonnello Graf gravemente ferito, io incolume. Dobbiamo trasferirci a Rennes. Ci distribuiscono su dodici aerei, sette vengono abbattuti. Il mio è costretto ad un atterraggio di emergenza a Orleans: si apre il portellone, sto per volare fuori. Sarebbe morte sicura, mi salvano due commilitoni”.
Rennes è una soluzione temporanea. Quello che resta della squadriglia di Fritz Walter viene trasferito in Polonia e da lì in Slovacchia. I sovietici avanzano, la capitolazione tedesca è sempre più vicina. “L’8 maggio 1945 entriamo in un campo di prigionia americano. Ci sono già 40 mila persone, gira la voce che vogliano consegnarci ai russi”. Andrà proprio così. A piedi verso il confine austriaco, i capelli rasati a zero per rendere più facilmente identificabile chiunque abbia l’idea di scappare. Walter ha un attacco di malaria, l’ennesimo: è costretto al ricovero in un sanatorio e poi a sedici giorni di camion fino a Sighetu Marmatiei, in Romania. Lì vengono formati gruppi di cento prigionieri che poi partiranno per la Siberia. “Sono fra gli ultimi ad essere registrato, mi viene assegnato il numero uno. Con me ne restano altri trentaquattro, così decidono di farci partire il giorno dopo, quando ne arriveranno altri e si potrà formare un gruppo di cento”.
Il futuro di Fritz Walter è appeso ad un filo, per non parlare della sua carriera di calciatore. Ancora una volta il destino gli dà una mano: “Arriva la sera, vedo un paio di persone che giocano a calcio. Sono poliziotti addetti alla vigilanza del campo. Mi arriva la palla sui piedi, la restituisco con una certa eleganza. La scena si ripete poco dopo. Quasi senza volerlo, mi ritrovo a giocare anch’io. Arriva altra gente, si formano due squadre: polizia contro ospedale. Nell’intervallo mi sommergono di domande. Spiego che sono un giocatore della nazionale tedesca. A qualcuno torna alla mente un Germania-Ungheria del 1942 a Budapest: partita bellissima, vincemmo 5-3 e io segnai due gol. Alla fine i poliziotti, soprattutto quelli ungheresi, mi promettono che faranno di tutto per impedire la mia deportazione”. Ci vuole un po’ di tempo, ma Fritz Walter rimette piede a Kaiserslautern. Accade il 28 ottobre del 1945. “I miei commilitoni torneranno dall’Unione Sovietica nel 1949. E nemmeno tutti. Ho giocato tante partite nella mia vita, ho avuto la fortuna di vincere un Mondiale, ma la partita più importante è stata quella nel campo di prigionia di Sighetu Marmatiei”.
E’ dura ricominciare in una Germania devastata dalla guerra. Kaiserslautern non fa eccezione. Fritz Walter mette assieme un po’ di vecchi compagni e organizza quelle che vengono chiamate Kartoffelspiele, le partite delle patate: “Per giocare ci si spostava a bordo di un campion scoperto. Venivamo pagati in natura: frutta, verdura, patate, vino”. Di volta in volta si tratta sul prezzo: un gol, un sacco di patate. L’avversario è riuscito a riempire dodici sacchi di patate? E allora Fritz Walter, sul 12-1, ordina ai compagni di smettere di segnare. Intanto conosce Italia Bortoluzzi, che sposerà nel 1948. Grazie a lei, raggiunge un accordo con le truppe francesi di stanza a Kaiserslautern: allena due volte la settimana la loro squadra di soldati e in cambio lui e i suoi compagni possono tornare ad usare il Betzenberg, lo storico campo che prende il nome dalla collina che domina la città.
Italia Bortoluzzi e i tedeschi: un feeling impossibile, almeno all’inizio. “Se non una di Kaiserslautern che sposi almeno una della regione”, diceva la gente. Invece sceglie un’italiana, con l’aggravante della passione per scarpe di lusso e pellicce. A gettare benzina sul fuoco ecco Sepp Herberger, l’allenatore della nazionale: “Quella non sa far da mangiare, non sa cucire, finirà per rovinare il nostro Fritz”. Si sbagliano tutti. Italia Bortoluzzi avrà tempo e modo di consumare la sua rivincita. Accade un giorno del 1951, quando a casa Walter si presenta nientemeno che Helenio Herrera. Allena l’Atletico Madrid e ha pronto un contratto faraonico: 250 mila marchi subito e uno stipendio di diecimila marchi al mese. Trenta volte più di quello che Fritz guadagna nel Kaiserslautern. Come si fa a dire di no? Interviene Frau Italia: “Schnuckelino (si può tradurre con “tesoruccio”, n.d.a.), sei sicuro di accettare? Pensa al tuo amato Betzenberg, a quanti qui a Kaiserslautern ti vogliono bene, alla nazionale”. Il buon Fritz ci pensa e congeda Helenio Herrera. Grazie ma non me la sento. Game, set and match per la signora Italia Bortoluzzi in Walter.
Il Kaiserslautern comincia a vincere - due titoli, nel 1951 e nel 1953 – ma soprattutto torna a giocare la nazionale tedesca. Prima partita contro la Svizzera, il 15 aprile 1951. Sono passati otto anni e mezzo dall’ultima volta, Fritz Walter e Sepp Herberger sono l’anello di congiunzione fra passato e presente. Si guarda al prossimo Mondiale, quello del 1954 in Svizzera. C’è una nazionale che sta dominando in lungo e in largo: è l’Ungheria, quella che in patria chiamano Aranycsapat, la squadra d’oro. Non perde da quattro anni, ha battuto l’Inghilterra in casa e fuori, prima nazionale non britannica a vincere a Wembley. Particolare non trascurabile, gioca un calcio bellissimo. In Svizzera, finisce nello stesso girone della Germania. Alla vigilia del Mondiale i tedeschi non sono in forma. Uno, in particolare: Fritz Walter. Il suo Kaiserslautern ha perso la finale di campionato con l’Hannover e lui farebbe volentieri a meno di giocare il Mondiale. Herberger c’è abituato: già due anni prima, dopo una brutta sconfitta con la Francia, il suo capitano voleva lasciare la nazionale. Un giornale aveva scritto: “A centrocampo ha giocato il proprietario di lavanderie Fritz Walter”. Vero, nel senso che i primi guadagni li aveva investiti in quel ramo. “Non dica sciocchezze”, lo aveva liquidato Herberger. Parola più parola meno, è quello che gli dice alla vigilia del Mondiale.
Ungheria-Germania Ovest è una delle partite più sbilanciate del torneo. I tedeschi vengono sconfitti 8 a 3. Nel ritiro sul lago di Thun arrivano telegrammi per Herberger con l’invito a cambiare mestiere. Nessuno fa caso ad un particolare: l’allenatore ha lasciato a riposo mezza squadra titolare. Tanto, per arrivare ai quarti basterà battere nel successivo spareggio la Turchia. Gli ungheresi lamentano l’infortunio del loro giocatore più forte, Ferenc Puskas, azzoppato da un intervento del difensore Liebrich ai confini del codice penale. Salterà le due partite successive, avversari Brasile e Uruguay, che l’Aranyacsapat vincerà con qualche patema di troppo. Come da pronostico, la Germania batte la Turchia. Poi la Jugoslavia e l’Austria. E’ finale, si giocherà il 4 luglio a Berna. I tedeschi scrutano il cielo: tifano per la pioggia, vogliono il Fritz-Walter-Wetter, le condizioni meteo care al capitano. Se fa caldo, Walter rende la metà. Rapido sondaggio in tribuna stampa: pronostico a senso unico, in trentanove contro uno votano Ungheria. L’unico a dire Germania è Kurt Brumme, ovviamente tedesco. In uno dei pochi locali di Berlino dotato di televisione si raccolgono scommesse. La vittoria tedesca è quotata 18 a 1. C’è chi punta venti marchi: a fine giornata incasserà l’equivalente di un mese di stipendio.
A Berna risuonano gli inni. I tifosi tedeschi intonano la strofa “Deutschland ueber alles”, parole che riportano al nazismo e per questo cancellate dopo la guerra. L’imbarazzo in tribuna è palpabile, la radio svizzera toglie per qualche secondo l’audio. Piove, sul volto di Fritz Walter compare un sorriso. Sparirà presto: dopo otto minuti l’Ungheria è avanti due a zero, gol di Puskas e Czibor. Ma la partita è ancora lunga. Accorcia le distanze Morlock, pareggia Rahn. Tutto nei primi venti minuti. Helmuth Rahn è il più boarderline fra i tedeschi. Gli piace bere, ogni tanto esagera. Herberger lo ha messo in stanza con Walter: il diavolo e l’acqua santa. Intervallo. Il magazziniere suggerisce all’allenatore di cambiare i tacchetti dei giocatori. Ne ha preparati di appositi per il campo pesante. Si chiama Adolf Dassler, Adi per gli amici. Non è solo magazziniere: ha fondato una fabbrica di attrezzature sportive e per battezzarla ha unito il diminutivo Adi e le prime tre lettere del cognome. “Adidas”. Con i nuovi tacchetti i tedeschi stanno in campo meglio. E a sei minuti dalla fine passano in vantaggio. Segna ancora Rahn, raccogliendo un traversone di Schaefer. Adesso è un assedio davanti alla porta di Turek. Gli ungheresi un gol lo segnerebbero, ma l’arbitro Ling, inglese, annulla per un fuorigioco di Puskas. Dubbio. Finisce tre a due. Per gli sconfitti, e non solo per loro, non è questione di tacchetti. C’è dell’altro, dietro la vittoria tedesca: doping. Da quel 1954 non si è mai smesso di parlarne. Alcuni giocatori finiscono in ospedale subito dopo il torneo colpiti da itterizia. Uno di loro, Richard Herrmann, una riserva, morirà a 39 anni di cirrosi epatica. “Il nostro doping era l’amicizia”, taglierà corto Fritz Walter. La Germania, già divisa in Ovest e Est, è in festa. Sarà una delle ultime volte in cui gli occidentali e gli orientali potranno condividere un momento di felicità. A nove anni dalla fine della guerra, la gente, urla “wir sind wieder wer”, siamo di nuovo qualcuno. I tedeschi fanno il pieno di autostima. Qualcuno, per la verità, frena. La Suddeutsche Zeitung, ad esempio: “Se ci lasciamo andare in questo modo per una partita, come reagiremo il giorno in cui la Germania tornerà unita oppure nel mondo scoppierà la pace?” Il radiocronista Herbert Zimmermann definisce il portiere Turek Fussballgott, dio del calcio, e viene rimproverato dai propri superiori. Non piace nemmeno che si parli di miracolo, sa tanto di blasfemia. “Ma in fondo era un termine che esprimeva un sentimento di euforia che anch’io, che avevo 18 anni, ho provato”. Parole di Karl Lehmann, che un giorno diventerà cardinale e sarà presidente della conferenza episcopale tedesca.
In questa cornice di entusiasmo, giganteggia la figura di Fritz Walter. Lo storico Joachim Fest lo eleva addirittura a padre fondatore della Repubblica Federale tedesca: “Lui per la forza mentale, Konrad Adenauer per la politica, Ludwig Erhard per l’economia”. Esagerato, forse, ma per molti il 4 luglio 1954 rappresenta la data di nascita della Bundesrepublik, il giorno in cui una nazione in ginocchio è riuscita a rialzarsi. Grazie al calcio. Walter raccoglie a quasi 34 anni quello che la guerra gli aveva tolto. Con in più la soddisfazione di avere in squadra il fratello Ottmar. Vorrebbe chiudere con la nazionale, e stavolta Herberger non prova a fargli cambiare idea. Non subito, almeno. Il vecchio allenatore tornerà alla carica alla vigilia del Mondiale 1958. E il capitano dirà di sì dopo un’assenza di quasi due anni. Si farà male nella semifinale persa contro la Svezia, e quella sarà davvero la sua ultima volta con la maglia della Mannschaft.
La terza vita di Fritz Walter comincia nel 1959. Rimane lontano dai riflettori, ma le sue giornate sono piene di tante cose. Diventa il motore della fondazione intitolata al suo vecchio maestro Sepp Herberger. Visita soprattutto le carceri, per raccontare che la vita ti offre sempre una seconda opportunità. Molto autobiografico. E poi riallaccia i contatti con gli sconfitti di Berna. Incontra spesso Ferenc Puskas, e ogni volta sono baci e abbracci. “Forse devo scusarmi con te per aver vinto quella partita”, gli dice un giorno. E aggiunge: “Sarebbe stato bello vincere tutti e due”. E invece per gli ungheresi la sconfitta di Berna è stata solo il preludio ad anni di violenze, culminati con l’invasione sovietica. I superstiti delle due squadre si ritroveranno nel 1994, per i quarant’anni della finale. In quell’occasione Puskas sbarca a Francoforte con un’enorme bottiglia di champagne: il manico della borsa si rompe e allora lui, visibilmente sovrappeso, per reggere la bottiglia si aiuterà con la pancia.
A Kaiserslautern, lo stadio Betzenberg diventa il Fritz Walter Stadion. Omaggio al campione di un tempo che però in tribuna non si vede quasi mai. Troppa sofferenza, meglio camminare nei boschi vicino a casa e aspettare che la sua Italia si affacci sul balcone per comunicargli il risultato. Se il Kaiserslautern ha vinto, si stappa una bottiglia di quello buono. Ogni tanto invita a brindare un giovane attaccante che si sta facendo conoscere a suon di gol: Miroslav Klose. Poi la Germania ottiene l’organizzazione del Mondiale del 2006. La scelta degli stadi scatena rivalità cittadine, diventa anche una questione politica. Alla fine resta da riempire una casella: Kaiserslautern o Brema. Vince Kaiserslautern, e per molti il merito è di un signore che qualcosa, per il calcio tedesco, ha fatto.
A Fritz Walter non dispiacerebbe affatto vivere da spettatore il Mondiale di casa. Nel suo stadio, oltretutto. Non ci riuscirà. Nel 2001 muore Italia. Ed è un po’ come se cominciasse a morire anche lui. Tirerà avanti pochi mesi, se ne andrà il 17 giugno 2002: sono i giorni di un altro Mondiale, quello di Corea e Giappone. Se ce l’avesse fatta ad arrivare al 2006, magari avrebbe visto al Fritz Walter Stadion l’ottavo di finale fra Italia e Australia. Partita decisa dal rigore di Francesco Totti, un altro che per tutta la vita ha indossato una sola maglia.


