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BOLZANO. Nel nome del padre. Gianni Di Curti, classe 1941, da dieci anni è il delegato provinciale della federazione pugilistica italiana. Da ragazzo ha fatto atletica (con ottimi risultati, tra l’altro) e basket. Boxe poca. Quasi niente. Ma è rimasto nell’ambiente. In nome del padre, appunto, quell’Antonio Di Curti a cui si deve la nascita ma soprattutto lo sviluppo del pugilato a Bolzano. Di cui oggi il figlio Gianni rappresenta la memoria storica. Che parte dall’immediato dopoguerra.
Signor Di Curti, una famiglia veneziana arrivata a Bolzano per il pugilato?
«Sì, fu proprio così. Era il 1947, mio padre combatteva già con ottimi risultati nelle file della Reyer. Aveva combattuto anche nelle qualificazioni olimpiche. Un giorno disse a me e mia madre: ci trasferiamo a Bolzano, vogliono che porti il pugilato in quella città. Avremo casa e lavoro».
Fu così?
«Nulla di tutto questo. Vivemmo per parecchi anni alla Gil, dove c’era l’unica palestra di Bolzano. Ma il pugilato l’ha fatto nascere, eccome. Prima di noi c’erano solo calcio e tuffi».
Cosa trovaste a Bolzano?
«C’erano solo 4 pugili e una dirigenza con tanta buona volontà. Gino Beccaro, Rolando Boesso, Ernesto Sfondrini ci provavano. Ma fu solo con il nostro arrivo che la situazione cambiò. La nascita della Polisportiva Alto Adige fu il primo passo».
Chi veniva da voi?
«Gente che aveva più cicatrici nell’anima che sulle sopracciglia. Del resto, la guerra era appena finita. In palestra non si respiravano solo odori aspri e pungenti, di sudore e pomate, ma anche quelli di un buon piatto caldo».
Molto più che un luogo per fare boxe, quindi...
«Guardi, mia madre Elena dava loro anche da mangiare. Era gente che di giorno lavorava e spesso si allenava di notte. Poi mio padre per loro non è stato solo un maestro, ma anche un educatore».
In che senso?
«Da noi arrivava gente sbandata, affamata, in lotta con l’esistenza. C’era persino chi picchiava la propria madre. Sì sì, Petilli, che fu poi un buon pugile, lo faceva. Ma mio padre Gianni lo mise ben presto sulla strada giusta».
Un gran lavoro, quindi...
«Al punto che la Polisportiva venne poi ribattezzzata Accademia Di Curti, quindi Bolzano Boxe. Da 4 a 40 pugili. Con tutti quelli che avevano problemi riabilitati. Perchè, e lo dico per esperienza vissuta, la boxe ha un alto valore educativo. Sarebbe da portare a titolo dimostrativo anche nelle scuole. Insegna molto, non induce alla violenza ma la scarica».
Ne ha visti passare di talenti...
«Beh, mio padre era un peso piuma che ha combattuto fino a 34 anni. Poi i due “pro” di casa nostra, Antino e De Prezzo. Che mi hanno confermato una cosa».
Vale a dire?
«Che per andare avanti nel pugilato ci vuole la testa. Loro non erano dei talenti nati ma gente votata al sacrifico. Ecco, questa insegna il pugilato».
Senta, lei cura la parte burocratica di un movimento che a Bolzano esiste ancora?
«Grazie alla Nicotera Boxe per fortuna sì. Ma c’è solo lui. La federazione in tal senso fa poco. Anzi, i costi delle riunioni sono in continua ascesa. Fino al 2000 si percepivano 500 mila lire a match per un minimo di 8 incontri. Poi si è passati a 1000 euro più 300 per il medico a bordo ring. Da tre anni a questa parte invece chi organizza non prende ma paga: 50 euro. E c’è pure un particolare grottesco».
Sarebbe?
«Il ring per le riunioni che si fanno al PalaMazzali è quello usato per le Olimpiadi di Roma del 1960. Finora è costato 4 mila euro di manutenzione. Tutti a carico di Nicotera. Se lui molla, sono guai per la boxe a Bolzano».
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