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Mister Sannino, quanto hanno contato nella sua vita Napoli e Torino?
Mio padre era stato assunto dalla Fiat per cui, quando avevo 10 anni e con quattro fratelli più piccoli, abbiamo lasciato Napoli per Torino. Eravamo considerati i “terroni” e mi prendevano in giro perché giocavo a calcio in strada anche a piedi nudi in quanto le ciabatte servivano come pali della porta. Li è cominciato il mio amore per il calcio.
Che giocatore era Beppe Sannino?
Un numero dieci genio e sregolatezza. A gran cose facevano seguito molti momenti in cui ero assente dal gioco perché giocavo più per me che per la squadra. Vuole la verità? Con Sannino allenatore il Beppe calciatore non avrebbe mai giocato!
Che ricordi conserva dell’esperienza di due anni a Trento?
Periodo indimenticabile anche perché per la prima volta lasciavo casa. Allora la serie C includeva giocatori di livello se penso che a Trento ho giocato con i vari Sala, Lutterotti, Joriatti e soprattutto l’ex nazionale Angelo Domenghini sotto la guida di Mario David. Nelle trasferte ero in camera con Bruno Divina e avevo paura di respirare quando dormivo per non disturbare.
Perché e quando ha deciso di diventare allenatore?
Ho smesso di giocare presto 31enne a Voghera perché ero stufo di prendere botte. Visto il mio passato di giocatore anarchico nessuno avrebbe pensato che sarei diventato allenatore ed invece in questa veste sono l’esatto contrario.
C’era allora qualche tecnico che la ispirava?
Arrigo Sacchi ha cambiato il calcio ed io sono da sempre un suo estimatore. Prima si giocava uomo contro uomo e lui con il suo 4-4-2 ha portato la zona ed un modo moderno di giocare a pallone. Anch’io son partito con questo modulo di gioco ma poi ho imparato a variare a seconda dei calciatori a disposizione.
Dieci anni in settori giovanili di squadre lombarde. Una gavetta lunga...
All’inizio non ci stavo dentro e contemporaneamente ho fatto per cinque anni l’addetto alle pulizie agli ospedali civile e psichiatrico di Voghera. Poco prima ero l’idolo della tifoseria e ora mi ritrovavo a pulire i cessi per inseguire il mio sogno calcistico. Sono grato a quella esperienza lavorativa che ho affrontato con grande dignità.
Da allenatore ricorda il primo campionato vinto?
Nel ‘98 a Biella ho esordito tra i professionisti in C2 ma non andò bene e l’anno dopo il diesse Werner Seeber mi portò al Südtirol in Interregionale con lo scopo di migliorare il sesto posto ottenuto con mister Belluzzo. Mi chiamavano il sergente di ferro per la disciplina e la durezza degli allenamenti ed alla fine vincemmo il campionato. Una grande soddisfazione oltre a quella di aver guidato il Südtirol al successivo primo campionato tra i professionisti.
Dopo stagioni altalenanti a Meda, Sangiovannese, Cosenza, Lecco il ritorno a Varese nel 2008 ha segnato la sua carriera.
A Lecco e Crema avevamo vinto il campionato e andare a Varese in C2 rappresentava un declassamento anche economico. Arrivai a novembre con la squadra ultima e con la clausola che mi avrebbero raddoppiato lo stipendio in caso di promozione. Per due anni il giochino funzionò e quasi quasi potevamo fare il tris visto che nel 2011 perdemmo la semifinale dello spareggio playoff contro il Padova dopo essere arrivati quarti in serie B.
A 54 anni finalmente il debutto in serie A con il Siena.
Il raggiungimento di un sogno, la serie A è un altro mondo. Per esempio entri a San Siro, all’Olimpico e in molti altri stadi e respiri la storia del nostro sport.
Nonostante una salvezza raggiunta senza patemi perché lasciò Siena?
Traguardo raggiunto giocando bene e segnando molti gol con Destro e Calaiò che raggiunsero la doppia cifra. Mi contattò il presidente De Laurentiis per la panchina del Napoli ma il diesse Giorgio Perinetti, che mi aveva portato a Siena, mi volle con sé al Palermo e non me la sentii di deluderlo.
E non sfuggì alla regola di Zamparini di esonerare allenatori...
Il presidente ha molti pregi come persona e dirigente ma spesso viene preso dalla smania di esonerare e richiamare allenatori il che rovina quanto di buono già costruito. Quella stagione in totale fece cinque cambi tra il sottoscritto, Gasperini e Malesani e alla fine il Palermo retrocesse. Voleva che rimanessi per ritornare subito in A ma preferii andarmene rinunciando a diversi soldi come ho fatto anche in altre occasioni.
In Sicilia allenò due giocatori che adesso sono al centro dell’attenzione come Paulo Dybala e Josip Ilicic. Che ricordi ha di loro?
Dybala era appena arrivato in Italia ed era, anche fisicamente, ancora un ragazzino di 18 anni. In Argentina non aveva ancora imparato la tattica ma già si intravedevano doti di un talento pazzesco. Ilicic aveva 24 anni ed era già un campione. Con me ha fatto dieci gol in undici partite e non mi sorprende quello che sta facendo con l’Atalanta. Ci sono stati altri due giocatori molto importanti per me come Franco Brienza avuto a Siena e Palermo e il capitano del Südtirol Luca Lomi.
Cosa non funzionò nel successivo anno al Chievo?
I risultati e so perfettamente di parlare di qualcosa di fondamentale nel calcio. Ce la siamo giocata con tutti ma non ottenevamo punti e quindi il diesse Giovanni Sartori è stato costretto ad esonerarmi. Un vero peccato.
Chiamato dalla famiglia Pozzo conosce il calcio estero subentrando a Gianfranco Zola sulla panchina del Watford. Com’è il football inglese?
Eravamo in Championship (la nostra serie B) ed è stata un’esperienza molto istruttiva. Noi siamo i maestri della tattica ma loro hanno bisogno di sentirsi liberi, e non solo sul campo, per rendere al meglio per cui ho dovuto rallentare nelle pretese. Ho imparato anche che loro non mollano mai qualunque sia il risultato tanto che abbiamo perso diversi punti negli ultimi minuti di gioco.
Tornato in Italia è stata dura subentrare a Catania, Carpi, Salernitana e Triestina?
Subentrare a qualcun altro è sempre rischioso ma spesso bisogna accettare la situazione. A Catania mi sono trovato bene mentre nelle altre circostanze è meglio sorvolare. Ricordo con piacere solo il fatto che il Carpi ha ottenuto la prima vittoria in serie A della sua storia con me in panchina.
La seconda esperienza all’estero è avvenuta in Grecia. Come mai?
Volevo un’altra avventura all’estero e sono contento di averla fatta in Grecia al Levadeiakos. Purtroppo il presidente Kobotis si è piegato alla piazza mandandomi via proprio quando cominciavamo ad ingranare. La conseguenza è stata la retrocessione e il conseguente mea culpa del presidente.
L’anno scorso ha accettato la panchina della gloriosa squadra ungherese dell’Honved ma il Covid ha rovinato tutto...
Dopo la breve e sfortunata avventura a Novara volevo tornare all’estero. L’Ungheria non fa parte del calcio che conta ma ha strutture e voglia di arrivare che la renderanno un paese appetibile per molti addetti ai lavori. Ho iniziato con quattro sconfitte, in Italia mi avrebbero cacciato, ma poi ci siamo ripresi fino al quinto posto quando il Covid ha interrotto il campionato. Allora non me la sono sentita di continuare e sono rientrato immediatamente in Italia per stare vicino alla famiglia.
Come sta vivendo questa fase di inattività? Sarebbe pronto per tornare?
Come tanti sto passando male questo brutto periodo. Vivo in Versilia a Forte dei Marmi e passo il tempo a fare jogging e a vedere partite di calcio. Non vedo l’ora di tornare a lavorare su un campo di calcio e meglio ancora se si tratta di una squadra straniera. Se tornassi indietro andrei prima all’estero.
Tornando al calcio cosa si augura per il lanciatissimo Südtirol?
Penso che abbiano fatto un percorso straordinario sia dal punto di vista tecnico che da quello di strutture e di scelta di uomini. Adesso mi auguro che mister Vecchi faccia la storia del club ottenendo la promozione in serie B.
Mantiene ancora rapporti con il Trentino Alto Adige?
In l’Alto Adige con diverse persone. A Civezzano in Trentino, vive mia figlia Sara che è sposata con Mauro ed hanno due figli, Matteo di dodici anni ed Alex di sette. A proposito mio nipote Matteo è una promessa del calcio, speriamo bene!.
Mio padre era stato assunto dalla Fiat per cui, quando avevo 10 anni e con quattro fratelli più piccoli, abbiamo lasciato Napoli per Torino. Eravamo considerati i “terroni” e mi prendevano in giro perché giocavo a calcio in strada anche a piedi nudi in quanto le ciabatte servivano come pali della porta. Li è cominciato il mio amore per il calcio.
Che giocatore era Beppe Sannino?
Un numero dieci genio e sregolatezza. A gran cose facevano seguito molti momenti in cui ero assente dal gioco perché giocavo più per me che per la squadra. Vuole la verità? Con Sannino allenatore il Beppe calciatore non avrebbe mai giocato!
Che ricordi conserva dell’esperienza di due anni a Trento?
Periodo indimenticabile anche perché per la prima volta lasciavo casa. Allora la serie C includeva giocatori di livello se penso che a Trento ho giocato con i vari Sala, Lutterotti, Joriatti e soprattutto l’ex nazionale Angelo Domenghini sotto la guida di Mario David. Nelle trasferte ero in camera con Bruno Divina e avevo paura di respirare quando dormivo per non disturbare.
Perché e quando ha deciso di diventare allenatore?
Ho smesso di giocare presto 31enne a Voghera perché ero stufo di prendere botte. Visto il mio passato di giocatore anarchico nessuno avrebbe pensato che sarei diventato allenatore ed invece in questa veste sono l’esatto contrario.
C’era allora qualche tecnico che la ispirava?
Arrigo Sacchi ha cambiato il calcio ed io sono da sempre un suo estimatore. Prima si giocava uomo contro uomo e lui con il suo 4-4-2 ha portato la zona ed un modo moderno di giocare a pallone. Anch’io son partito con questo modulo di gioco ma poi ho imparato a variare a seconda dei calciatori a disposizione.
Dieci anni in settori giovanili di squadre lombarde. Una gavetta lunga...
All’inizio non ci stavo dentro e contemporaneamente ho fatto per cinque anni l’addetto alle pulizie agli ospedali civile e psichiatrico di Voghera. Poco prima ero l’idolo della tifoseria e ora mi ritrovavo a pulire i cessi per inseguire il mio sogno calcistico. Sono grato a quella esperienza lavorativa che ho affrontato con grande dignità.
Da allenatore ricorda il primo campionato vinto?
Nel ‘98 a Biella ho esordito tra i professionisti in C2 ma non andò bene e l’anno dopo il diesse Werner Seeber mi portò al Südtirol in Interregionale con lo scopo di migliorare il sesto posto ottenuto con mister Belluzzo. Mi chiamavano il sergente di ferro per la disciplina e la durezza degli allenamenti ed alla fine vincemmo il campionato. Una grande soddisfazione oltre a quella di aver guidato il Südtirol al successivo primo campionato tra i professionisti.
Dopo stagioni altalenanti a Meda, Sangiovannese, Cosenza, Lecco il ritorno a Varese nel 2008 ha segnato la sua carriera.
A Lecco e Crema avevamo vinto il campionato e andare a Varese in C2 rappresentava un declassamento anche economico. Arrivai a novembre con la squadra ultima e con la clausola che mi avrebbero raddoppiato lo stipendio in caso di promozione. Per due anni il giochino funzionò e quasi quasi potevamo fare il tris visto che nel 2011 perdemmo la semifinale dello spareggio playoff contro il Padova dopo essere arrivati quarti in serie B.
A 54 anni finalmente il debutto in serie A con il Siena.
Il raggiungimento di un sogno, la serie A è un altro mondo. Per esempio entri a San Siro, all’Olimpico e in molti altri stadi e respiri la storia del nostro sport.
Nonostante una salvezza raggiunta senza patemi perché lasciò Siena?
Traguardo raggiunto giocando bene e segnando molti gol con Destro e Calaiò che raggiunsero la doppia cifra. Mi contattò il presidente De Laurentiis per la panchina del Napoli ma il diesse Giorgio Perinetti, che mi aveva portato a Siena, mi volle con sé al Palermo e non me la sentii di deluderlo.
E non sfuggì alla regola di Zamparini di esonerare allenatori...
Il presidente ha molti pregi come persona e dirigente ma spesso viene preso dalla smania di esonerare e richiamare allenatori il che rovina quanto di buono già costruito. Quella stagione in totale fece cinque cambi tra il sottoscritto, Gasperini e Malesani e alla fine il Palermo retrocesse. Voleva che rimanessi per ritornare subito in A ma preferii andarmene rinunciando a diversi soldi come ho fatto anche in altre occasioni.
In Sicilia allenò due giocatori che adesso sono al centro dell’attenzione come Paulo Dybala e Josip Ilicic. Che ricordi ha di loro?
Dybala era appena arrivato in Italia ed era, anche fisicamente, ancora un ragazzino di 18 anni. In Argentina non aveva ancora imparato la tattica ma già si intravedevano doti di un talento pazzesco. Ilicic aveva 24 anni ed era già un campione. Con me ha fatto dieci gol in undici partite e non mi sorprende quello che sta facendo con l’Atalanta. Ci sono stati altri due giocatori molto importanti per me come Franco Brienza avuto a Siena e Palermo e il capitano del Südtirol Luca Lomi.
Cosa non funzionò nel successivo anno al Chievo?
I risultati e so perfettamente di parlare di qualcosa di fondamentale nel calcio. Ce la siamo giocata con tutti ma non ottenevamo punti e quindi il diesse Giovanni Sartori è stato costretto ad esonerarmi. Un vero peccato.
Chiamato dalla famiglia Pozzo conosce il calcio estero subentrando a Gianfranco Zola sulla panchina del Watford. Com’è il football inglese?
Eravamo in Championship (la nostra serie B) ed è stata un’esperienza molto istruttiva. Noi siamo i maestri della tattica ma loro hanno bisogno di sentirsi liberi, e non solo sul campo, per rendere al meglio per cui ho dovuto rallentare nelle pretese. Ho imparato anche che loro non mollano mai qualunque sia il risultato tanto che abbiamo perso diversi punti negli ultimi minuti di gioco.
Tornato in Italia è stata dura subentrare a Catania, Carpi, Salernitana e Triestina?
Subentrare a qualcun altro è sempre rischioso ma spesso bisogna accettare la situazione. A Catania mi sono trovato bene mentre nelle altre circostanze è meglio sorvolare. Ricordo con piacere solo il fatto che il Carpi ha ottenuto la prima vittoria in serie A della sua storia con me in panchina.
La seconda esperienza all’estero è avvenuta in Grecia. Come mai?
Volevo un’altra avventura all’estero e sono contento di averla fatta in Grecia al Levadeiakos. Purtroppo il presidente Kobotis si è piegato alla piazza mandandomi via proprio quando cominciavamo ad ingranare. La conseguenza è stata la retrocessione e il conseguente mea culpa del presidente.
L’anno scorso ha accettato la panchina della gloriosa squadra ungherese dell’Honved ma il Covid ha rovinato tutto...
Dopo la breve e sfortunata avventura a Novara volevo tornare all’estero. L’Ungheria non fa parte del calcio che conta ma ha strutture e voglia di arrivare che la renderanno un paese appetibile per molti addetti ai lavori. Ho iniziato con quattro sconfitte, in Italia mi avrebbero cacciato, ma poi ci siamo ripresi fino al quinto posto quando il Covid ha interrotto il campionato. Allora non me la sono sentita di continuare e sono rientrato immediatamente in Italia per stare vicino alla famiglia.
Come sta vivendo questa fase di inattività? Sarebbe pronto per tornare?
Come tanti sto passando male questo brutto periodo. Vivo in Versilia a Forte dei Marmi e passo il tempo a fare jogging e a vedere partite di calcio. Non vedo l’ora di tornare a lavorare su un campo di calcio e meglio ancora se si tratta di una squadra straniera. Se tornassi indietro andrei prima all’estero.
Tornando al calcio cosa si augura per il lanciatissimo Südtirol?
Penso che abbiano fatto un percorso straordinario sia dal punto di vista tecnico che da quello di strutture e di scelta di uomini. Adesso mi auguro che mister Vecchi faccia la storia del club ottenendo la promozione in serie B.
Mantiene ancora rapporti con il Trentino Alto Adige?
In l’Alto Adige con diverse persone. A Civezzano in Trentino, vive mia figlia Sara che è sposata con Mauro ed hanno due figli, Matteo di dodici anni ed Alex di sette. A proposito mio nipote Matteo è una promessa del calcio, speriamo bene!.


