BOLZANO. «Antonella tutta d'oro. Bolzano olimpica 20 anni dopo Dibiasi». Antonella Bellutti - due ori olimpici nel ciclismo su pista ad Atlanta e Sydney - si ferma davanti al pannello che, nella sede dell' Alto Adige in via Volta, riproduce la prima pagina in bianco e nero del 29 luglio 1996. Sono passati 29 anni da quell'ultimo giro, fatto sventolando la bandiera tricolore, sulla pista di Atlanta. In questi tre decenni è cambiato il mondo e anche la vita di questa grande atleta è cambiata. Partita fortissima da adolescente nell'atletica è stata costretta ad abbandonarla per un infortunio; è stata l'unica ad aver conquistato due ori in due edizioni consecutive dei Giochi olimpici (Atlanta 1996 e Sydney 2000) nel ciclismo su pista; l'unica atleta azzurra ad aver fatto parte della Nazionale di tre differenti federazioni (atletica, ciclismo, bob); l'unica ad aver gareggiato alle Olimpiadi estive e invernali. Tra i primati anche quello di essere la prima ad essersi candidata alla presidenza del Coni.Bellutti oggi è una donna di 56 anni - capelli argento, impeccabile nel completo in jeans blu scuro, sneackers chiare, collier in oro bianco - impegnata su più fronti: a partire della difesa dei diritti delle donne, passando per il giornalismo e una serie di progetti fatti per associazioni e università. Il filo conduttore però resta sempre il primo amore: lo sport. Nei giorni scorsi era a Bolzano: torna periodicamente in viale Europa, per trovare la mamma Liliana Peterle. Nella casa che per tanti anni è stata il suo rifugio rientrando dai trionfi olimpici, ma anche dagli allenamenti, spesso in solitaria, in giro per il mondo.

Cosa le ha lasciato lo sport fatto ad altissimi livelli?

Mi ha insegnato ad essere determinata e a non accontentarmi mai. Ad avere la capacità di andare sempre fino in fondo e dare il massimo. E ancora oggi quando mi rendo conto che una cosa non va, ho la forza di voltare pagina. Anche se può essere doloroso.

È stato così anche con l'esperienza del B&B vegano aperto ad Andogno in Val d'Ambiez assieme alla sua compagna?

Eravamo partite bene. Stavamo facendoci un nome e una clientela, poi però è arrivato il Covid. Due anni senza lavoro e senza sostegni è dura resistere. Ho chiuso e venduto. È stata un'esperienza dolorosa perché è coincisa con la fine della nostra relazione.

E adesso dove vive?

Chiuso quel capitolo, mi sono trasferita vicino a Roma.

Perché ha scelto la capitale?

Perché ero fuori dal mondo dello sport da 15 anni. Per ricominciare era importante essere lì. Dovevo rimettermi in gioco.

Oggi di cosa si occupa?

Sono impegnata su più fronti. Con Assist innanzitutto, l'associazione nazionale atlete, nata nel 1999 per la gender equality anche nello sport. Con loro mi occupo della formazione delle atlete con una particolare attenzione al tema dei comportamenti inappropriati. Scrivo per il quotidiano "Domani": ho una pagina tutta mia una volta alla settimana. E poi ho una collaborazione con l'Università di Verona sul programma di doppia carriera.

Cosa significa esattamente?

Significa offrire un modello di scuola più flessibile, per consentire a chi voglia intraprendere la carriera agonistica di allenarsi ad alto livello e contemporaneamente studiare. La conciliazione è fondamentale, perché l'atleta deve avere la possibilità di crearsi un futuro. Anche perché la carriera di chi sceglie di puntare sullo sport è incerta, nel senso che di campioni che possono permettersi di vivere solo di sport, ne nascono pochi. E poi è breve. Basta un infortunio per troncare una carriera.

Parità di genere nello sport cos'è cambiato in questi anni?

Che se ne parla.

Solo questo?

Diciamo che il Cio sta facendo realmente un'operazione importante sul fronte della parità di genere e dell'inclusione. Però non basta. Non basta e il cammino da fare è ancora lungo. Lo dimostrano i risultati del "Progetto S.I.M.O. Sport Inclusion Modern Output: ricerca sul gender gap nello sport italiano".

Cosa emerge dalla sua ricerca?

Si basa su un campione di 876 questionari di cui 506 di atlete in attività e 370 di ex atlete, con domande relative a partecipazione, leadership, sicurezza, rappresentazione e allocazione di risorse. Il 77% ha dichiarato di essere stata testimone di comportamenti di allenatori/dirigenti ritenuti inappropriati/dannosi psicologicamente; un altro 77% conferma di non avere mai avuto un contratto o un accordo di collaborazione con la società di appartenenza. L'86% ha la percezione che non vi sia parità tra atlete e atleti relativamente ai soldi investiti per l'attività. Altro dato negativo: la presenza femminile nei quadri tecnici federali è ferma la 23%.

Lei ha provato a infrangere il tetto di cristallo, candidandosi nel 2021 - prima volta di una donna - alla presidenza del Comitato olimpico nazionale italiano.

Non ci sono riuscita a dimostrazione che i tempi non erano e non sono ancora maturi. La dirigenza del Coni non è pronta al cambiamento.

Le dispiace che non si sia approfittato delle sue vittorie, per costruire un velodromo in Alto Adige?

Un'occasione persa. È vero che ha un costo, ma il velodromo è un impianto polivalente. E comunque consente di allenarsi in maniera sicura visto che i rischi sulla strada sono altissimi. Sicuramente sarebbe stato molto più utilizzabile della pista da bob che fanno a Cortina.

Un/un' atleta che le piace?

Sinner. Un modello di riferimento per i giovani. Capace di relativizzare anche l'importanza di vittorie e sconfitte. Poteva scegliere tra lo sci e il tennis. Ha scelto il secondo. Ha lasciato il suo mondo per trasferirsi alla Scuola di Piatti a Bordighera e la sua famiglia lo ha lasciato andare.

Adesso però Sinner è nell'occhio del ciclone per aver rinunciato a partecipare alla Davis.

Il calendario del tennis è molto fitto, posso capire la scelta. In fondo ha partecipato già a due finali di Davis, vinte entrambe le volte dall'Italia. Questa è l'occasione per dare fiducia e responsabilità ad altri giovani.

Si discute di nuovo sull'italianità del campione di Sesto Pusteria.

Credo che Sinner abbia dimostrato l'attaccamento alla maglia azzurra, anche partecipando appunto alle finali di Davis.