PHOTO
Bolzano. La palestra di viale Trieste è casa sua. È proprio lì che Francesco Nicotera è cresciuto. Prima come atleta, poi come tecnico. Ha coltivato la sua passione sul ring, si è tolto diverse soddisfazioni prima come boxeur, poi come maestro, trasmettendo tutto il suo entusiasmo ai pugili del suo team, la Boxe Nicotera, che con tanta voglia allena al PalaMazzali. Classe 1967, ha sfiorato due volte il titolo italiano, vincendo l’argento nel 1990 e nel 1991, risultati che gli hanno aperto le porte della Nazionale. Ha vinto il Torneo 32 Nazioni a Mestre e si è preso la medaglia d’oro anche nel dual match Italia-Canada a Montreal e Toronto.
Maestro Nicotera, quando è iniziato tutto?
«Abitavo in piazza Erbe e i miei amici della zona andavano ad allenarsi alla palestra di pugilato in viale Trieste. Così ci sono andato anche io. Tutti loro hanno smesso, io sono rimasto e sono andato avanti. Ho iniziato a undici anni e adesso sono ancora lì. Questo sport mi ha “preso” subito e non mi ha più lasciato. All’epoca mi aiutava anche a calmarmi un attimo, perché da piccolo era una testa un po' calda».
Cosa vuol dire per lei pugilato?
«Rispetto delle regole e dell’avversario. Accresce l’autostima, aiuta a credere in te stesso, ti cambia. Tutto questo è il pugilato. Impari a soffrire, devi sopportare allenamenti duri. Duri come le fasi della vita che ti troverai ad affrontare. Il pugilato aiuta anche in questo».
Qual è stato il suo primo risultato?
«Il terzo posto ai Giochi della Gioventù del 1979 a Rovigo è stato il primo, importante passo. Li ho affrontati con Bruno Barcheri, il mio primo maestro, che è riuscito a convincermi ad andare avanti».
Ha avuto qualche tentennamento?
«Sì, quando ho iniziato a lavorare. Facevo il marmista in via Genova, lavoravo fino a tardi ed era diventato impossibile frequentare la palestra. Ogni mattina il maestro mi incrociava per strada e insisteva affinché tornassi ad allenarmi. Le sue parole mi hanno convinto e così sono andato dal capo per comunicargli che avrei lavorato le mie otto, dieci ore al giorno, ma che alle 18 sarei andato in palestra. E così è stato. Prima che mi fermassi, avevo fatto due match. Poi ho ripreso e siamo ripartiti alla grande. Mi sono buttato a capofitta nel pugilato, volevo avere risultati importanti, che però non arrivavano: nove incontri e sei sconfitte. C’era qualcosa che non andava...».
Cosa?
«Ero troppo nervoso, non usavo la testa, ma la cattiveria, che non serve. Allora il maestro ha iniziato a correggermi e da lì sono arrivate tante soddisfazioni».
E con il lavoro?
«Continuavano a chiedermi di lavorare oltre le dieci ore e così, per poter fare anche pugilato, ne ho cercato un altro. Ho sempre lavorato e fatto il pugile contemporaneamente».
La sua carriera come è proseguita?
«Il maestro Barcheri ha lasciato per motivi famigliari e sono subentrati i maestri De Prezzo e Antino. Io, intanto, avrei voluto sfondare a livello Nazionale. Non ero ancora riuscito a disputare i campionati italiani e avevo un chiodo fisso in testa: centrare la qualificazione. Siccome ero un “seconda serie”, per riuscirci avrei dovuto battere un Elite “prima serie”. Ricordo ancora che avrei dovuto combattere a Ravenna un match, poi saltato. Stessa sorte era toccata a un altro pugile “prima serie”, De Grandi. De Prezzo mi spiegò che avrei potuto affrontarlo e in caso di vittoria mi si sarebbero aperte le porte degli Assoluti. E così fu, nonostante qualche dubbio del mio maestro».
Quali erano questi dubbi?
«De Grandi era mancino e lui sapeva che “odiavo” i mancini. Nel mondo del pugilato, otto su dieci, sono destrorsi, come me. Siamo abituati a combattere diversamente e contro i mancini mi sono sempre trovato male. Ma l’occasione era troppo ghiotta e non potevo rifiutarla. Alla prima ripresa ho preso tante di quelle botte, con il maestro che voleva fermare il match. Io ho insistito per continuare, ho dato tutto e l’ho messo a terra: vittoria per kappaò e biglietto in tasca per gli Italiani Elite a Bari. Era il 1990. Il sorteggio mi ha messo di fronte a Leonardo Bizzo, un pugile veneto che non avevo mai incontrato prima, nonostante il nostro destino si fosse incrociato più volte. Ma la volta buona era agli Italiani. L’ho battuto prima del limite, mentre ai quarti ho sconfitto ai punti Antonio Perugino, futuro campione mondiale tra i professionisti. In semifinale, invece, ho battuto Mario Spadaro prima del limite per intervento medico. Tra me e l’oro restava solo Bugadra, atleta della Nazionale. Ho perso ai punti, rompendomi la mano alla prima ripresa. Il mio maestro avrebbe voluto interrompere il match, ma io, “testone”, ho spinto per andare avanti, peggiorando i danni alla mano, che in carriera mi sono rotto sei volte. L’ho anche messo al tappeto alla terza ripresa, ma lui si è rialzato e alla fine ha vinto 12-10. È stato un bellissimo match. Dopo questo argento agli Italiani, risultato che avrei replicato anche l’anno dopo ai Tricolori di Sanremo, sono stato chiamato in Nazionale. Mi hanno provato al Torneo 32 nazioni di Mestre, categoria 67 kg. Ho battuto Poposki, anche se ho fatto arrabbiare il ct Falcinelli, perché non ho ascoltato le sue direttive. In semifinale, ho vinto per intervento medico il derby italiano contro Carlo Brancalion, In finale, invece, mi sono trovato sul ring con il campione russo Andrei Chailikov. Lui con 220 match all’attivo, io con 48. L’ho sconfitto ai punti. 13-9».
È stato questo il suo risultato più importante?
«Probabilmente sì, assieme al Torneo andata-ritorno in Canada, un dual match che ha visto impormi sia a Montreal che a Toronto, vincendo la medaglia d’oro. Nel 1992 ho partecipato in Francia ai Giochi del Mediterraneo, uscendo al primo turno contro il pupillo di casa. Nell’occasione ho avuto da ridire sulla strategia da adottare con il ct Falcinelli, che da lì in poi non mi avrebbe più convocato. L’esperienza ai Mondiali del 1992 in Finlandia è stata infatti l’ultima tappa della mia carriera in Nazionale. Sono stato eliminato al primo turno da Chailikov, che alla prima ripresa mi ha aperto l’arcata. Ho finito comunque il match, perdendo 9-6. Ho concluso la mia carriera nel 1993, quando ero secondo in Italia, quarto in Europa e settimo nel mondo».
Ha qualche rimpianto?
«Sì, uno. Rocco Agostino, che era il “Don King” d’Italia, ha contattato De Prezzo, dicendogli che avrei dovuto chiamarlo. Pensavo fosse uno scherzo, invece mi voleva nella sua scuderia. Così sono andato a Bogliasco e ho iniziato ad allenarmi con i professionisti. Abbiamo chiesto la licenza per passare tra i “pro”, ma durante la tac mi hanno trovato un avvallamento sul parietale destro, un difetto congenito. Così non sarei mai riuscito a passare tra i professionisti e avrei solo potuto combattere nei dilettanti, col caschetto. Era difficile trovare un avversario, perché nessuno avrebbe voluto affrontare un pugile che era pronto per il salto tra i professionisti. Ho detto basta. E ho iniziato il corso da tecnico. Insegno dal 1994».
Come è stato il passaggio dal centro del ring all’angolo?
«All’inizio è stato difficile. Avevo ancora voglia di combattere. Però dovevo andare avanti. Dovevo solo concentrarmi sugli atleti e fare il meglio per loro».
Ha allenato tanti atleti?
«In palestra ne passano tanti, bisogna vedere quanti restano. Per costruire un pugile ci vogliono 4 anni. Ho iniziato con Massimo Minici, un buon atleta, che ha smesso quando ha iniziato a lavorare. Uno degli ultimi è stato Gassama, che ha lasciato da poco la Boxe Nicotera perché si è trasferito in Toscana per motivi di studio. È stato campione universitario con noi. Adesso c’è Michele Setti, campione d’Italia negli School-Boy 13-14 anni. Può fare davvero bene. Ci sono tanti buoni atleti, come Qazim Alija, vice campione italiano Junior 80 kg, come Hamza Benhaddou, che punta a passare tra i professionisti e ha all’attivo 22 match con 19 vittorie, un pareggio e due sconfitte. Tra le ragazze c’è Asia Farina, che sta disputando ottimi match. Anche Leidiane Ravanello stava facendo molto bene, ma si è fermata per motivi di lavoro. A un certo punto se devi scegliere tra palestra e lavoro, scegli sempre il secondo».
Quali caratteristiche deve avere un buon pugile?
«Voglia di soffrire in palestra, la determinazione. Se il pugilato ti entra nel sangue e hai il carattere giusto allora fai strada. Io andavo in discoteca e mi prendevano in giro perché avevo sempre in mano una bottiglietta d’acqua. L’atleta deve esserlo sempre, altrimenti non vai avanti. È la testa che fa la differenza, parte tutto da lì».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Maestro Nicotera, quando è iniziato tutto?
«Abitavo in piazza Erbe e i miei amici della zona andavano ad allenarsi alla palestra di pugilato in viale Trieste. Così ci sono andato anche io. Tutti loro hanno smesso, io sono rimasto e sono andato avanti. Ho iniziato a undici anni e adesso sono ancora lì. Questo sport mi ha “preso” subito e non mi ha più lasciato. All’epoca mi aiutava anche a calmarmi un attimo, perché da piccolo era una testa un po' calda».
Cosa vuol dire per lei pugilato?
«Rispetto delle regole e dell’avversario. Accresce l’autostima, aiuta a credere in te stesso, ti cambia. Tutto questo è il pugilato. Impari a soffrire, devi sopportare allenamenti duri. Duri come le fasi della vita che ti troverai ad affrontare. Il pugilato aiuta anche in questo».
Qual è stato il suo primo risultato?
«Il terzo posto ai Giochi della Gioventù del 1979 a Rovigo è stato il primo, importante passo. Li ho affrontati con Bruno Barcheri, il mio primo maestro, che è riuscito a convincermi ad andare avanti».
Ha avuto qualche tentennamento?
«Sì, quando ho iniziato a lavorare. Facevo il marmista in via Genova, lavoravo fino a tardi ed era diventato impossibile frequentare la palestra. Ogni mattina il maestro mi incrociava per strada e insisteva affinché tornassi ad allenarmi. Le sue parole mi hanno convinto e così sono andato dal capo per comunicargli che avrei lavorato le mie otto, dieci ore al giorno, ma che alle 18 sarei andato in palestra. E così è stato. Prima che mi fermassi, avevo fatto due match. Poi ho ripreso e siamo ripartiti alla grande. Mi sono buttato a capofitta nel pugilato, volevo avere risultati importanti, che però non arrivavano: nove incontri e sei sconfitte. C’era qualcosa che non andava...».
Cosa?
«Ero troppo nervoso, non usavo la testa, ma la cattiveria, che non serve. Allora il maestro ha iniziato a correggermi e da lì sono arrivate tante soddisfazioni».
E con il lavoro?
«Continuavano a chiedermi di lavorare oltre le dieci ore e così, per poter fare anche pugilato, ne ho cercato un altro. Ho sempre lavorato e fatto il pugile contemporaneamente».
La sua carriera come è proseguita?
«Il maestro Barcheri ha lasciato per motivi famigliari e sono subentrati i maestri De Prezzo e Antino. Io, intanto, avrei voluto sfondare a livello Nazionale. Non ero ancora riuscito a disputare i campionati italiani e avevo un chiodo fisso in testa: centrare la qualificazione. Siccome ero un “seconda serie”, per riuscirci avrei dovuto battere un Elite “prima serie”. Ricordo ancora che avrei dovuto combattere a Ravenna un match, poi saltato. Stessa sorte era toccata a un altro pugile “prima serie”, De Grandi. De Prezzo mi spiegò che avrei potuto affrontarlo e in caso di vittoria mi si sarebbero aperte le porte degli Assoluti. E così fu, nonostante qualche dubbio del mio maestro».
Quali erano questi dubbi?
«De Grandi era mancino e lui sapeva che “odiavo” i mancini. Nel mondo del pugilato, otto su dieci, sono destrorsi, come me. Siamo abituati a combattere diversamente e contro i mancini mi sono sempre trovato male. Ma l’occasione era troppo ghiotta e non potevo rifiutarla. Alla prima ripresa ho preso tante di quelle botte, con il maestro che voleva fermare il match. Io ho insistito per continuare, ho dato tutto e l’ho messo a terra: vittoria per kappaò e biglietto in tasca per gli Italiani Elite a Bari. Era il 1990. Il sorteggio mi ha messo di fronte a Leonardo Bizzo, un pugile veneto che non avevo mai incontrato prima, nonostante il nostro destino si fosse incrociato più volte. Ma la volta buona era agli Italiani. L’ho battuto prima del limite, mentre ai quarti ho sconfitto ai punti Antonio Perugino, futuro campione mondiale tra i professionisti. In semifinale, invece, ho battuto Mario Spadaro prima del limite per intervento medico. Tra me e l’oro restava solo Bugadra, atleta della Nazionale. Ho perso ai punti, rompendomi la mano alla prima ripresa. Il mio maestro avrebbe voluto interrompere il match, ma io, “testone”, ho spinto per andare avanti, peggiorando i danni alla mano, che in carriera mi sono rotto sei volte. L’ho anche messo al tappeto alla terza ripresa, ma lui si è rialzato e alla fine ha vinto 12-10. È stato un bellissimo match. Dopo questo argento agli Italiani, risultato che avrei replicato anche l’anno dopo ai Tricolori di Sanremo, sono stato chiamato in Nazionale. Mi hanno provato al Torneo 32 nazioni di Mestre, categoria 67 kg. Ho battuto Poposki, anche se ho fatto arrabbiare il ct Falcinelli, perché non ho ascoltato le sue direttive. In semifinale, ho vinto per intervento medico il derby italiano contro Carlo Brancalion, In finale, invece, mi sono trovato sul ring con il campione russo Andrei Chailikov. Lui con 220 match all’attivo, io con 48. L’ho sconfitto ai punti. 13-9».
È stato questo il suo risultato più importante?
«Probabilmente sì, assieme al Torneo andata-ritorno in Canada, un dual match che ha visto impormi sia a Montreal che a Toronto, vincendo la medaglia d’oro. Nel 1992 ho partecipato in Francia ai Giochi del Mediterraneo, uscendo al primo turno contro il pupillo di casa. Nell’occasione ho avuto da ridire sulla strategia da adottare con il ct Falcinelli, che da lì in poi non mi avrebbe più convocato. L’esperienza ai Mondiali del 1992 in Finlandia è stata infatti l’ultima tappa della mia carriera in Nazionale. Sono stato eliminato al primo turno da Chailikov, che alla prima ripresa mi ha aperto l’arcata. Ho finito comunque il match, perdendo 9-6. Ho concluso la mia carriera nel 1993, quando ero secondo in Italia, quarto in Europa e settimo nel mondo».
Ha qualche rimpianto?
«Sì, uno. Rocco Agostino, che era il “Don King” d’Italia, ha contattato De Prezzo, dicendogli che avrei dovuto chiamarlo. Pensavo fosse uno scherzo, invece mi voleva nella sua scuderia. Così sono andato a Bogliasco e ho iniziato ad allenarmi con i professionisti. Abbiamo chiesto la licenza per passare tra i “pro”, ma durante la tac mi hanno trovato un avvallamento sul parietale destro, un difetto congenito. Così non sarei mai riuscito a passare tra i professionisti e avrei solo potuto combattere nei dilettanti, col caschetto. Era difficile trovare un avversario, perché nessuno avrebbe voluto affrontare un pugile che era pronto per il salto tra i professionisti. Ho detto basta. E ho iniziato il corso da tecnico. Insegno dal 1994».
Come è stato il passaggio dal centro del ring all’angolo?
«All’inizio è stato difficile. Avevo ancora voglia di combattere. Però dovevo andare avanti. Dovevo solo concentrarmi sugli atleti e fare il meglio per loro».
Ha allenato tanti atleti?
«In palestra ne passano tanti, bisogna vedere quanti restano. Per costruire un pugile ci vogliono 4 anni. Ho iniziato con Massimo Minici, un buon atleta, che ha smesso quando ha iniziato a lavorare. Uno degli ultimi è stato Gassama, che ha lasciato da poco la Boxe Nicotera perché si è trasferito in Toscana per motivi di studio. È stato campione universitario con noi. Adesso c’è Michele Setti, campione d’Italia negli School-Boy 13-14 anni. Può fare davvero bene. Ci sono tanti buoni atleti, come Qazim Alija, vice campione italiano Junior 80 kg, come Hamza Benhaddou, che punta a passare tra i professionisti e ha all’attivo 22 match con 19 vittorie, un pareggio e due sconfitte. Tra le ragazze c’è Asia Farina, che sta disputando ottimi match. Anche Leidiane Ravanello stava facendo molto bene, ma si è fermata per motivi di lavoro. A un certo punto se devi scegliere tra palestra e lavoro, scegli sempre il secondo».
Quali caratteristiche deve avere un buon pugile?
«Voglia di soffrire in palestra, la determinazione. Se il pugilato ti entra nel sangue e hai il carattere giusto allora fai strada. Io andavo in discoteca e mi prendevano in giro perché avevo sempre in mano una bottiglietta d’acqua. L’atleta deve esserlo sempre, altrimenti non vai avanti. È la testa che fa la differenza, parte tutto da lì».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.


