Bolzano. “Giuseppe, Carmine e Peppiniello”. Detta così sembra quasi una commedia di Carlo Goldoni con quel “Pulecenella” – detta proprio alla napoletana – personaggio cardine. Niente di tutto ciò anche se la loro saga è partita proprio dalla natia Campania, ai piedi del Vesuvio. “Giuseppe, Carmine e ‘Peppiniello” sono stati i grandi attori a bordo di una barca stretta e gialla che assomigliava più ad un siluro che ad un “gozzo” campano, che volava verso i trionfi solcando le piatte acque dei bacini lacustri. “Giuseppe, Carmine e Peppiniello” con le loro indimenticabili ed appassionanti imprese ottenute dalla Danimarca alla Tasmania, dalla California all’Estremo Oriente, hanno scritto la storia di uno sport, il canottaggio, che all’Italia ha sempre regalato soddisfazioni. Tra inedite narrazioni, racconti di vita e di sport, la loro è una saga che prosegue ancora oggi.

“Giuseppe, Carmine e Peppiniello” al secolo sono Giuseppe Abbagnale, suo fratello Carmine e Giuseppe Di Capua. Erano rispettivamente il capovoga, il prodiere e il piccolo timoniere di quel “due con” da mille e una notte che i Lord inglesi e gli equipaggi dell’Europa dell’Est temevano ogni volta che dovevano affrontarlo. Il “due con” – non più gara olimpica da Atlanta ‘96 – all’Italia ha fruttato quattro ori olimpici e altrettanti argenti. Gli ultimi due titoli marchiati con i cinque cerchi vennero conquistati proprio da “Giuseppe, Carmine e Peppiniello”, i quali aggiunsero agli ori di Los Angeles ‘84 e Seul ‘88 e anche l’argento, con un pizzico di rammarico, di Barcellona ‘92.

Correva l’anno 1988. A Seoul di celebrava l’ultima Olimpiade dell’Unione Sovietica e della Germania Est, caratterizzata dalla “più sporca gara di sempre” con quella finale dei 100 metri che smascherò i muscoli costruiti dal doping di Ben Johnson. Il 25 settembre nelle acque del fiume Han nella periferia della capitale sudcoreana venne consacrato, invece, il mito degli Abbagnale, di Peppiniello e dell’allenatore Giuseppe La Mura (zio di Giuseppe e Carmine) con quella toccante e concitata telecronaca carica di pathos di Giampiero Galeazzi. Una sfida a suon di colpi, quelli del remo ad affondare nelle torbide acque del canale, di quella partenza a razzo della barca italiana, della sfida contro gli eterni rivali, i baronetti Steve Redgrave ed Andy Holmes, del trionfo.

L’epopea di questa famiglia di fenomeni era iniziata con l’oro mondiale del 1981 conquistato a Monaco di Baviera. «L’aggettivo da usare per questo titolo è clamoroso perché non speravamo neanche nella medaglia ma, conclusa la gara, abbiamo capito il nostro livello e il nostro valore», dice Beppe Abbagnale. Giuseppe, 60 anni, dal 2013 presidente della Federazione Italiana Canottaggio, si racconta al nostro giornale. Il 2 maggio scorso la famiglia Abbagnale è stata colpita dal lutto per la morte di Vincenzo, padre di Giuseppe, Carmine e del più giovane Agostino (tra ori olimpici tra Seul e Sydney 2000) e nonno di Vincenzo, figlio di Giuseppe attualmente ancora in lizza per qualificarsi per le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno. Abbagnale, prima di inoltrarsi nel racconto della sua straordinaria carriera, commenta la decisione del posticipo di un anno delle Olimpiadi.

«Se la salute era il tema della discussione allora tutto il resto doveva, e così è stato, passare in secondo piano. Capisco che sia stata una decisione difficilissima perché sappiamo tutti il grande indotto che c’è dietro e anche un’Olimpiade senza pubblico non avrebbe rispettato lo spirito olimpico. Ci chiedono distanziamento, nel canottaggio ci sono barche con equipaggi multipli. Che clima avremo respirato al Villaggio olimpico?»

Da grande sportivo che messaggio lancia ad uno sportivo di oggi?

«È una situazione difficilissima, mi immagino il meccanismo che passa nella mente di un ragazzo, l’Olimpiade non è stata cancellata ma posticipata».

Il mito degli Abbagnale e di Peppeniello vive in tutti noi ancora oggi. Che emozione è stata quando a Londra nel 2012 si è visto dedicare una fermata della Piccadilly Line della Tube in una Nazione devota al canottaggio come la Gran Bretagna?

«Davvero molto grande perché entrare nel novero dei progetti britannici di Londra 2012, essendo loro stessi i cultori del canottaggio, mi ha convinto che negli anni abbiamo lasciato il segno anche fuori dai confini italiani».

Ecco il “segno”, quale momento ricorda con maggior piacere?

«Ho avuto la fortuna di avere una carriera lunga e intensa, i momenti belli sono stati tanti – dice Abbagnale che oggi vive a Santa Maria la Carità a metà strada tra Pompei e Castellamare di Stabia, la località dove è nata la leggenda –. L’oro più bello è stato quello di Seoul ‘88 perché l’Olimpiade ritornava nel suo scenario planetario dopo i boicottaggi di Mosca ‘80 (fu settimo nella finale B in equipaggio con Antonio Dell’Aquila e Di Capua, ndr) e Los Angeles ’84. Un’intera famiglia era tornata a casa con l’oro al collo, un’estrema partecipazione e emozione da parte di tutti. Ricordo che mezz’ora dopo Agostino vinse l’oro nel 4 di coppia. Per la nostra famiglia è stata un’apoteosi. Diciamo che nel 1984 eravamo un po’ “condannati” a vincere perché ci presentavamo con due ori mondiali, in particolare quello del 1982 a Lucerna quando abbiamo battuto tutti i più forti e non si sapeva ancora del boicottaggio dei Paesi dell’Est. A Los Angeles c’era molta aspettative anche perché arrivavamo da un terzo posto ai Mondiali dell’anno prima».

Come commenta, “partenza violentissima di Giuseppe e Carmine Abbagnale”, “42 i colpi degli Abbagnale, 40 quelli degli inglesi”, “ma la prua è italiana, è la prima…a vincere…davanti alla Germania…!!!”?

«Non potrò mai dimenticare quel giorno. Quella telecronaca di Giampiero Galeazzi la sento ancora oggi con enorme piacere: è stata un tutt’uno. Noi siamo stati commentati e enfatizzati dalla sua voce e dalle sue telecronache. La nostra tattica per far schiantare gli avversari era la partenza razzo e il ritmo forsennato. La gara perfetta è una gara regolare. Come potenza eravamo inferiori ai nostri avversari. Dovevamo sfruttare la nostra caratteristica migliore, che era il passo nella parte centrale del percorso».

Barcellona 1992, l’edizione con l’onore di essere il portabandiera, il primo canottiere della storia.

«Ricordo con piacere quel momento perché portare la bandiera tricolore alla cerimonia di apertura fu un onore e un piacere. Quell’argento mi lasciò un po’ di rammarico: forse per la prima volta pensavo di non poter perdere e invece finì proprio così. Abbiamo perso il terzo oro nel finale».

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