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BOLZANO. «Vogliamo appartenere a tutto il mondo dello sport, non ad una sola parte». La gardenese Magda Simone è una delle protagoniste della staffetta dei tedofori per le Paralimpiadi, che sfileranno venerdì a Bolzano con accensione del braciere. Ha un sogno nel cassetto: poter assistere, nel prossimo futuro, ad una unica edizione a cinque cerchi. Ma andiamo con ordine. Psicologa e psicoterapeuta, Magda Simone da oltre 20 anni lavora presso il Centro di salute mentale di Bolzano. Venerdì affronterà i 300 metri del percorso in via della Mostra consapevole di portare con un sé la fiaccola olimpica delle Paralimpiadi e tanti valori. «Innanzitutto, vorrei ringraziare Alessandro Colombo, presidente del Comitato italiano paralimpico, che ha accolto la mia proposta. Gli chiesi se poteva andar bene la mia candidatura, pur non essendo io una sportivissima. Per me amare lo sport significa essere portatrice di tanti valori: quelli dell'impegno, della passione, dell'energia e della dedizione».
È sempre stata vicina al mondo dello sport, pur non avendolo praticato?
In un certo senso diciamo di si. La mia disabilità richiede il doversi sottoporre a degli esercizi per la cura del corpo, esercizi che fanno parte della mia quotidianità. La dedizione significa puntare all'obiettivo, voler competere e superare me stessa, volermi migliorare. La mia professione è quella della psicoterapeuta e quindi il mio pensiero ed il mio impegno aderiscono totalmente ai valori delle paralimpiadi: l'inclusione, l'impegno, la passione e la valorizzazione del talento.
Tra le discipline delle paralimpiadi c'è qualcuna che la affascina in modo particolare?
Diciamo che il fascino maggiore è proprio quello della staffetta che porta la torcia, con la fiamma paralimpica. Mi affascina molto il concetto che non è una singola persona a portare la fiamma, bensì c'è questo passaggio di testimone che idealmente porta con sé il messaggio di non trattenere la luce del fuoco, bensì di trasmetterla. Trasferendo questi valori si crea un ponte simbolico tra le diversità, un ponte tra Olimpiadi e Paralimpiadi.
Due manifestazioni che viaggiano in parallelo ma differite nel tempo. Secondo lei, nel rispetto dei valori inclusivi, si dovrebbero svolgere in un unico momento?
Assolutamente sì. Questo darebbe la possibilità della coesistenza delle differenze all'interno di un'unica manifestazione. Bisogna essere realisti: per la maggior parte delle persone le Olimpiadi sono finite domenica. E il fatto che tra pochi giorni inizierà quasi un'altra edizione è un po' strano, così come è strano fare due volte il percorso della fiaccola olimpica. Lo sport è uno e con esso i valori che trasmette.
Organizzare Olimpiadi e Paralimpiai in due momenti diversi rappresenta un momento di diversità?
Rappresenta sicuramente una separazione. Se si riuscisse a creare questo ponte, mettendo insieme le due manifestazioni sarebbe bellissimo perché si creerebbe una manifestazione con un unico dialogo. Le Paralimpiadi rischiano di diventare un evento per persone speciali, e noi non vogliamo essere speciali. Vogliamo solo fare parte...appartenere all'intero mondo dello sport, perché tutti siamo speciali e condividiamo tutti gli stessi ideali: impegno, passione e pace. Vogliamo che si rafforzi il concetto di vicinanza e non di lontananza, e che non ci siano differenze.
Creare un evento unico, garantirebbe un'ulteriore sensibilizzazione?
Sicuramente darebbe maggiore visibilità. Il tema della persona disabile è visibile per una diversità fisica, però diventa invisibile perché non fa parte di quella pubblicizzazione rispetto all'evento olimpico, conclusosi nei giorni scorsi. Quello che si vede è solo la diversità e meno tutto quello che ci accomuna.
Qual è il messaggio che intende trasmettere agli atleti?
Vincere con umiltà, senza svalutare gli altri, e perdere con dignità. La vittoria e la sconfitta rappresentano la metafora della vita e, per questo, bisogna imparare a vivere questi momenti con maggiore responsabilità.
Un esempio dalle Olimpiadi appena concluse?
Mi viene in mente la frustrazione del pattinatore americano (Ilia Malinin, ndr) che ha portato sul ghiaccio la pressione del dover vincere a tutti i costi. Invece ha perso ed ha esternato in maniera plateale la sofferenza di non essere salito sul podio. A questo si è aggiunto il peso della delusione espressa anche dal padre allenatore, che si è dimostrato incapace di leggere il disagio del figlio che diceva di non farcela.


