BOLZANO. Nella dimensione storica e un po’ mitica dell'automobilismo risiedono loro: il pilota Arturo Merzario e l'ingegner Mauro Forghieri. Ospiti a Bolzano della Scuderia Dolomiti e del Veteran Car Team l’altra sera in occasione della proiezione del film documentario "Ferrari 312B", i due straordinari interpreti della più verace Formula 1 sono stati accolti al multisala del centro commerciale Twenty di Bolzano da un pubblico numeroso e caloroso. Due figure semplici, spontanee, assolutamente sganciate da pathos nostalgici rievocanti i tempi che loro stessi considerano sepolti. Forghieri, modenese che a gennaio spegnerà 83 candeline, è professionalmente ancora attivissimo ed esprime estro e genialità come quando lavorava a Maranello e intuì che il cambiamento delle monoposto doveva passare da una serie di accorgimenti meccanici e dinamici che diedero forma e sostanza alla famosa Ferrari 312B. Ingegnere totale, geniale nella messa punto delle monoposto che sapeva ossevare e sviluppare nella loro integrale realtà, scoprì e applicò per primo l'ala posteriore su una vettura da F1 alla fine degli anni Sessanta, realizzando in seguito i veri studi sull'aerodinamica. Ha seguito due generazioni di piloti in Ferrari, come Clay Regazzoni, Niki Lauda, Jody Scheckter, Didier Pironi, Gilles Villeneuve e Michele Alboreto, conquistando come direttore tecnico della Scuderia del Cavallino ben quattro titoli mondiali piloti. Arturo Merzario, l'immagine di uno smilzo col cappello da cowboy la si riconosce all'istante. Appare sorridente e con l'aria di uno che passa di qua abitualmente.

Merzario, sembra si senta di casa qui...

«Io sono venuto qui a Bolzano la prima volta che lei doveva ancora nascere, nel 1963, per correre la Bolzano - Mendola. Sono affezionato a questa città e ci vengo spesso, mi sento effettivamente a casa e ho molti amici qui a Bolzano».

Da quarant'anni la associano all'eroe che salvò dalle fiamme del Nürburgring Niki Lauda: non è stufo di questo accostamento?

«Sì, io e Lauda siamo amici - nemici e la storia del perché è ben nota...ma dice bene lei, Arturo Merzario è ben oltre quella vicenda. E poi io corro ancora in macchina eh! Lo sa che sono appena tornato dall'Australia? Mica sono andato a vedere i canguri... ho corso un trofeo in macchina. Non ho ancora smesso, corro ininterrottamente da 55 anni».

Cosa manca oggi alla Formula 1 e, più in generale, al racing automobilistico?

«La passione, l'umiltà e il talento. Oggi un pilota può diventare un campione senza passione, con poco talento, bastano solo tantissimi soldi. Le vetture da corsa di oggi si guidano con due dita, perdonano errori, sono un concentrato di sola elettronica e il maggior rischio in pista per un pilota è un "dritto" innocuo. Tra un pilota e l'altro non esiste più differenza, il gap lo fa la macchina oggi ed è esattamente il contrario di quanto fu un tempo e soprattutto di come dovrebbe essere. Tutto è cambiato con la metà degli anni Novanta, quando in nome della sicurezza si è fatto business, finanza e potere».

La vede possibile un'inversione di tendenza o almeno un parziale recupero al puro spettacolo che rimetta al centro della scena il pilota?

«Guardi, io non vedo assolutamente via d'uscita da questo sistema, credo addirittura che lo stesso concetto di automobile nel breve volgere di un paio di decenni sparirà; gireremo con mezzi molto differenti, forse simili ai droni, lo credo sul serio...».

Logica una chiacchierata poi con l’ingegner Forghieri.

Ingegner Forghieri, avrebbe mai pensato che quella sua geniale intuizione dell'aerodinamica sarebbe stata poi portata all'esasperazione sino a rovinare la Formula 1?

«No, eppure hanno letteralmente rovinato la Formula 1... Oggi non esiste più nulla di riconducibile alle facoltà del pilota e ai suoi meriti».

Una monoposto, invero, dovrebbe poter "volare"...

«Assolutamente sì! E invece di volare, ossia di galleggiare nell'aria dove il “manico” e il coraggio del pilota fanno la differenza, le vetture sono incollate a terra grazie a un sistema di esasperazione del principio dell'aerodinamica».

Solo questo?

«Certo che no. Ai box ci sono dai quaranta ai sessanta uomini, assolutamente troppi, gli impianti frenanti sono tali da arrestare un aereo, i pneumatici hanno un'aderenza da portare le vetture su binari... Insomma, manca tutto ciò che l'automobilismo ha iscritto nel suo codice, il valore del pilota e la crudezza della macchina».

Come la vede la Formula 1 tra dieci anni?

«Sono convinto che la vedremo migliore, perché di questo passo rischia di morire e vedo tanti giovani operatori del settore che invece la vogliono veder risorgere ai fasti d'un tempo, ovviamente secondo i principi delle tecnologie di oggi che premieranno l'elettrico».

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