Bolzano. Da «Fe-Fe-Fedayn» a «siamo l’Armata biancorossa e mai nessun ci fermerà», passando per «noi siamo le Mele Marce, le Mele Marce…». Cori, ritornelli e tanto folclore, per quella che notoriamente è una delle tifoserie più colorate e vivaci di tutto lo sport in Europa. Dal primo gruppo di tifosi organizzati a oggi, sono trascorsi 40 anni, quasi mezzo secolo di storia del popolo del tifo biancorosso legato a una fede dal nome Hockey Club Bolzano. L’hockey nella conca di Bolzano è storia, è religione, è amore, è infinita passione. I beniamini di questo immenso popolo lo hanno sempre ammesso: «il nostro fantastico pubblico è il settimo giocatore sul ghiaccio».

Raccontare come nasce o muore una tifoseria, una fazione o sotto-fazione, non è facile, c’è sempre il rischio che spunti fuori qualcuno a prendersi meriti oppure a puntualizzare con il canonico “ma….”. In questi quattro decenni, anno più anno meno, ci sono stati gruppi nati, morti e risorti, ci sono stati gemellaggi (uno solo, quello con l’Armata Piranesi), centinaia di trasferte, botte con tifoserie opposte, diffide (tante), denunce e anche qualche fermo. Tutto per restare attaccati alla propria fede e a supportare i propri beniamini. Osservando la bacheca dei trofei dell’Hockey Club Bolzano, alla fine si evince che il tifo ha fatto la sua buona parte. Canti, cori dedicati ai propri beniamini, sfottò rivolti ad avversari e arbitri, magiche e sempre azzeccate coreografie, giovani e meno giovani a intonare canzoncine e ritornelli.

Si parte da lontano

La storia della tifoseria biancorossa parte da lontano. I primi gruppetti di “distinti tifosi” risalgono agli anni ‘50 e ‘60. Erano quelli che andavano a osservare le gesta dei primi due stranieri del Bolzano, i canadesi Moe Fife e Hal Kewley ma anche di Giuliano “Ciccio” Ferraris e dei vari Bacher, Frigo, Tucci, Longarini e Schlemmer.

La prima tifoseria era quella degli Hells Fedayn, dall’arabo i “devoti”. In poco tempo su, in “piccionaia” del vecchio amato palazzo del ghiaccio di via Roma, una fetta della tribuna si era organizzata con tamburi e sciarpe fatte in casa di colore bianco e rosso. Una novità che attirava sempre più giovani di tutti i quartieri di Bolzano, sia di lingua italiana che di lingua tedesca, tanto da far diventare il Palaroma un catino di fuoco. A fine anni ‘80 apparve lo striscione della sezione Fedayn “Piazza Matteotti”, la piazza simbolo della Bolzano italiana, la piazza da dove è nato lo slang bolzanino, la piazza del popolo operaio.

Il primo cambiamento

Il 27 febbraio 1990 nell’epica finale vinta dal Bolzano ai rigori sull’Asiago con penalty decisivo di Zarrillo, il primo grande cambiamento, il tramonto dei Fedayn e l’arrivo degli Irriducibili, un gruppo di giovani legati anche alla squadra di calcio. Alcuni degli ex Fedayn però non ci stavano. Frequentando gli stadi del calcio italiano, i tifosi bolzanini vennero simpaticamente sbeffeggiati con il coretto «avete solo le mele, solo le mele». Uno sfottò che, però, fece nascere le mitiche Mele Marce, che guidarono il tifo biancorosso fino al 2005, quando nacquero gli Ultras Bolzano 1991, scioltisi poi nel 2010.

Gli anni ‘90 erano gli anni dell’hockey spettacolo nelle arene italiane, erano gli anni delle sfide tra Bolzano e le milanesi, Saima da una parte, Devils dall’altra. Erano gli anni del grande affetto per la maglia biancorossa, dei tanti idoli, dal compianto Gino Pasqualotto al portiere Mike Rosati, da Igor Maslennikov a Sergej Vostrikov, da Bob Oberrauch a Martin Pavlu (l’elenco sarebbe molto lungo). La trasferta più numerosa di sempre fu quella in treno del 9 aprile 1994 con 250 supporter bolzanini al Forum di Milano, scortati dalle forze dell’ordine.

La polemica in Coppa

Nel novembre del 1995 il Bolzano gioca in Coppa Campioni con il ritorno di Lucio Topatigh e Paolo Casciaro, che nei primi anni ‘90 avevano tentato fortuna a Milano (sponda Devils). Le Mele Marce prima delle partite di Coppa scrissero sui muri del Palaonda (“Palatromba” nello slang...), “Lucio e Casciaro non vi vogliamo”. La stessa scritta era riportata anche su uno striscione all’interno dello stadio.

Passano gli anni e nascono anche dissapori con la società per il rincaro dei biglietti. Nell’autunno del 2012 la tifoseria organizzata si scioglie: si prosegue a singoli gruppetti.

L’anno della svolta

Il 2013 è un anno di svolta. La dirigenza biancorossa decide di sbarcare in Ebel ma due lutti colpiscono i tifosi più storici: muoiono Daniele Delaiti e Michi Pircher. La tifoseria si ricompatta e alla “prima” di Ebel a Innsbruck sono già in 70. Nasce la Curva Nene Michi. Restano comunque i sottogruppi, “I Peggiori” (le vecchie Mele Marce) ma anche “Bon Ton”, “Antica Cremeria”, le “Vecchie Balorde” e le “Streghette”.

Nel 2015 la curva si spacca e nel 2016 nasce quella attuale ribattezzata “Figli di Bolzano”, che nel 2018 sfila in massa lungo le strade del centro storico di Bolzano fino in piazza Walther per celebrare il secondo trionfo della Ebel.

Il resto è storia recente fatta di tante persone, un sempre più ricercato acume artistico nello studio delle coreografie, dei mega striscioni e dei cori, «canterò forza Bolzano, canterò, finché vivrò, finché vivrò», «alè alè alè… Bolzano è qui, Bolzano è la, Bolzano è forte e vincerà» o «siamo l’Armata biancorossa». Si, quell’Armata che il Covid tiene maledettamente lontano dagli spalti ma non lontano dal grande cuore biancorosso.

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