SOCHI. L’oro olimpico dell’hockey per la Russia conquistato ai ‘suoi’ Giochi varrebbe più di qualsiasi altra cosa al mondo. Anche il presidente russo Vladimir Putin, il primo tifoso della ‘Sbornaja’, come viene chiamata, festeggerebbe per i prossimi quattro anni.

Se l’enorme potenziale dell’hockey russo è conosciuto a tutti, forse è sfuggito il fatto che è dai tempi della grande, blasonata e gloriosa ‘Armata Rossa’ che non sale in vetta all’Olimpo. Sono, infatti, trascorsi 26 anni dall’ultimo trionfo firmato Urss (Calgary ’88) anche se nel 1992 ad Albertville i giocatori figli dell’Unione Sovietica vinsero sotto la bandiera dei cinque cerchi olimpici perché Comunità degli Stati Indipendenti.

A suonare la carica ai suoi ragazzi è una leggenda vivente dello sport. Si tratta di Vladislav Tretjak, il più grande portiere della storia, oggi presidente della federazione, che in epoca di guerra fredda e di cortine di ferro ha girato il mondo, nel dicembre del 1982 ed in quello del 1983 ha giocato anche a Bolzano. Entrambe le volte impegnato con il suo Cska di Mosca nella vecchia Coppa Europa, Tretjak è sceso sul ghiaccio dell’amato palazzetto di via Roma. Era il Bolzano dei Ron Chipperfield, Hubert e Norbert Gasser, Gino Pasqualotto e dei giovani Martin Pavlu e Robert Oberrauch, solo per citarne alcuni. Nella prima occasione i biancorossi vennero sconfitti 11 a 2 e 12 a 2, l’anno successivo (era il 3 e 4 dicembre) l’epilogo fu lo stesso con l’unica differenza che i risultati s’invertirono.

Il Cska tornò in Italia (si giocò a Bolzano e Feltre) anche nel febbraio del 1986 ma Vladislav non c’era perchè si era ritirato dopo la conquista del terzo oro olimpico, quello di Sarajevo ’84. Lui indossava sia con il Cska che con la nazionale della ‘Cccp’ la maglia numero 20. Il simpatico numero uno dell’hockey russo, che ha contribuito alla conquista anche degli ori a cinque cerchi a Sapporo ’72 e Innsbruck ’76, alla domanda posta da un giornalista americano se ha ‘digerito’ la sconfitta ai Giochi di Lake Placid ’80, ha risposto sorridendo. «Sapete perché abbiamo perso? Perché semplicemente abbiamo sottovalutato l’avversario. Abbiamo ricevuto una lezione da parte degli Stati Uniti e ancora oggi faccio le mie lodi – ha affermato l’ex goalie dell’Armata Rossa oggi non più castano come un tempo ma con i capelli grigi - Abbiamo perso, ma quattro anni dopo ci siamo rifatti. Quel momento è stato comunque una spinta per l’hockey a livello mondiale». L’impresa centrata dagli Stati Uniti di capitan Mike Eruzione e compagni (erano per lo più studenti universitari e qualche professionista di secondo livello) venne ribattezzata ‘Miracle on Ice’.

Nell’affollata conferenza stampa alla quale potevano prendere parte solo 300 degli oltre 2.000 giornalisti accreditati ha sfilato tutta la nazionale russa ai Giochi di Sochi. Noi c’eravamo. Proprio a Tretjak è stato chiesto perché dopo tanti anni è stata presentata l’intera formazione. Lui ha risposto: «Solo una squadra unita è in grado di ottenere grandi successi». Insomma, c’erano tutti, da Alexander Ovechkin, il personaggio più atteso dai russi a queste Olimpiadi assieme al pattinatore Evgeny Plushenko, da Ilya Kovalchuk a Pavel Datsyuk passanto per Alexander Radulov ed Yevgeni Malkin, solo per farci l’acquolina in bocca. (m.m.)