PHOTO
Pronto Pinamonti? Ci racconta cosa vuol dire realizzare il sogno che ogni bambino ha quando inizia a dare calci a un pallone, ovvero giocare in serie A e segnare un gol?
«È una gioia indescrivibile, un momento unico. È la fine di un percorso e l’inizio di un altro. E poi è vero: ti passa davanti agli occhi tutta la tua vita sportiva. Ancora adesso, se ci penso, mi emoziono».
Inizia così la chiacchierata (in esclusiva) con Andrea Pinamonti, trentino della Val di Non, astro nascente del calcio italiano, che domenica ha messo a segno la sua prima rete in serie A nel 3 a 0 che il Frosinone ha rifilato alla Spal. “Pina”, come lo chiamano amici e compagni di squadra, è entrato all’88’ e, 70 secondi dopo, ha spedito il pallone all’incrocio dei pali con un sinistro delicatissimo, primo trentino a segnare in Serie A.
Dica la verità: è il suo gol più bello?
«Sì e non solamente perché è il primo in serie A. Il campo era bagnato, il cross di Cassata piuttosto forte e quindi non potevo affidarmi alla soluzione di potenza: in quella circostanza il portiere copre il primo palo e, allora, sono andato deciso per mettere il pallone dalla parte opposta. È andata bene».
E poi?
«E poi una lacrima, la maglietta tolta, la corsa sotto i tifosi, uno sguardo alla tribuna dove c’erano mamma (Monica, ndr) e papà (Massimo, ndr) e mille immagini davanti agli occhi. Non voglio essere né retorico né melodrammatico, ma quel momento non lo scorderò mai».
Ha abbracciato mamma e papà a fine partita?
«Ah certo. Ho scavalcato anche una transenna per raggiungerli e condividere con loro tutto quanto. La mia famiglia sarà sempre la mia forza più grande».
La sorella Federica l’ha seguita dall’Australia?
«Sì, lei vive a Sydney. Da poco è diventata mamma e aspettiamo che torni a trovarci così potrò conoscere la mia nipotina».
E la fidanzata c’è?
«No – se la ride, ndr – sono single al momento».
Torniamo alle immagini di domenica sera: racconti.
«In pochi secondi mi sono tornati in mente i tantissimi viaggi da Tassullo a Verona quando militavo, da ragazzino, nel Chievo, i sacrifici fatti, mamma e papà che mi accompagnavano, il trasferimento all’Inter, l’esordio in Serie A. E poi sì, lo ammetto, dopo la partita ho pianto di gioia».
Da Milano qualcuno le ha telefonato o scritto?
«Sì. Steven Zhang mi ha scritto un messaggio e fatto i complimenti per il gol e la vittoria. Era molto contento. Qualche giorno fa ero stato io a contattarlo, dopo la sua nomina a presidente dell’Inter. Con lui ho veramente un ottimo rapporto».
Si vive di sogni, anche se lei ha i piedi ben ancorati a terra: il prossimo da realizzare?
«Sono tanti. La maglia azzurra della Nazionale maggiore è, ovviamente, qualcosa a cui tutti i calciatori ambiscono, ma non sono abituato a volare troppo con la fantasia. E, allora, diciamo che mi piacerebbe che le sensazioni che ho provato domenica diventassero una… consuetudine, diciamo. Il “percorso” che mi ha portato al primo gol in Serie A è da considerarsi concluso, ma adesso ne inizia un altro».
Quale?
«Quello verso il secondo, poi il terzo, sperando di farne tanti».
Ci si può “abituare” a fare gol e, dunque, emozionarsi meno con il passare del tempo?
«Impossibile. Ogni gol realizzato è un’esplosione di gioia. A simili sensazioni non ci si può abituare».
Chi la conosce bene dice: ha solo 19 anni, è arrivato al top, ma non si è montato la testa, è lo stesso ragazzo che è partito da Tassullo sei anni fa.
«Questi sono i complimenti più belli che un ragazzo possa ricevere e mi sento di poter dire che è proprio così. Montarsi la testa non fa proprio parte del mio carattere».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«È una gioia indescrivibile, un momento unico. È la fine di un percorso e l’inizio di un altro. E poi è vero: ti passa davanti agli occhi tutta la tua vita sportiva. Ancora adesso, se ci penso, mi emoziono».
Inizia così la chiacchierata (in esclusiva) con Andrea Pinamonti, trentino della Val di Non, astro nascente del calcio italiano, che domenica ha messo a segno la sua prima rete in serie A nel 3 a 0 che il Frosinone ha rifilato alla Spal. “Pina”, come lo chiamano amici e compagni di squadra, è entrato all’88’ e, 70 secondi dopo, ha spedito il pallone all’incrocio dei pali con un sinistro delicatissimo, primo trentino a segnare in Serie A.
Dica la verità: è il suo gol più bello?
«Sì e non solamente perché è il primo in serie A. Il campo era bagnato, il cross di Cassata piuttosto forte e quindi non potevo affidarmi alla soluzione di potenza: in quella circostanza il portiere copre il primo palo e, allora, sono andato deciso per mettere il pallone dalla parte opposta. È andata bene».
E poi?
«E poi una lacrima, la maglietta tolta, la corsa sotto i tifosi, uno sguardo alla tribuna dove c’erano mamma (Monica, ndr) e papà (Massimo, ndr) e mille immagini davanti agli occhi. Non voglio essere né retorico né melodrammatico, ma quel momento non lo scorderò mai».
Ha abbracciato mamma e papà a fine partita?
«Ah certo. Ho scavalcato anche una transenna per raggiungerli e condividere con loro tutto quanto. La mia famiglia sarà sempre la mia forza più grande».
La sorella Federica l’ha seguita dall’Australia?
«Sì, lei vive a Sydney. Da poco è diventata mamma e aspettiamo che torni a trovarci così potrò conoscere la mia nipotina».
E la fidanzata c’è?
«No – se la ride, ndr – sono single al momento».
Torniamo alle immagini di domenica sera: racconti.
«In pochi secondi mi sono tornati in mente i tantissimi viaggi da Tassullo a Verona quando militavo, da ragazzino, nel Chievo, i sacrifici fatti, mamma e papà che mi accompagnavano, il trasferimento all’Inter, l’esordio in Serie A. E poi sì, lo ammetto, dopo la partita ho pianto di gioia».
Da Milano qualcuno le ha telefonato o scritto?
«Sì. Steven Zhang mi ha scritto un messaggio e fatto i complimenti per il gol e la vittoria. Era molto contento. Qualche giorno fa ero stato io a contattarlo, dopo la sua nomina a presidente dell’Inter. Con lui ho veramente un ottimo rapporto».
Si vive di sogni, anche se lei ha i piedi ben ancorati a terra: il prossimo da realizzare?
«Sono tanti. La maglia azzurra della Nazionale maggiore è, ovviamente, qualcosa a cui tutti i calciatori ambiscono, ma non sono abituato a volare troppo con la fantasia. E, allora, diciamo che mi piacerebbe che le sensazioni che ho provato domenica diventassero una… consuetudine, diciamo. Il “percorso” che mi ha portato al primo gol in Serie A è da considerarsi concluso, ma adesso ne inizia un altro».
Quale?
«Quello verso il secondo, poi il terzo, sperando di farne tanti».
Ci si può “abituare” a fare gol e, dunque, emozionarsi meno con il passare del tempo?
«Impossibile. Ogni gol realizzato è un’esplosione di gioia. A simili sensazioni non ci si può abituare».
Chi la conosce bene dice: ha solo 19 anni, è arrivato al top, ma non si è montato la testa, è lo stesso ragazzo che è partito da Tassullo sei anni fa.
«Questi sono i complimenti più belli che un ragazzo possa ricevere e mi sento di poter dire che è proprio così. Montarsi la testa non fa proprio parte del mio carattere».
©RIPRODUZIONE RISERVATA


