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BOLZANO. «Allenarsi con i mostri sacri del mezzo fondo e della maratona è stata un'esperienza unica». Completo grigio e cravatta come si addice al responsabile della filiale di Nova Ponente della Cassa rurale di Cavalese, Peter Lanziner, 30 anni di Trodena, s'illumina quando parla dell'altra vita, quella dell'atleta e dell'ultima esperienza vissuta in Kenya. Ad ottobre il forte mezzofondista altoatesino è stato quindici giorni ad Eldoret nella Rift Valley a 50 minuti di volo da Nairobi a 2.400 metri di altezza. Il 95% degli atleti keniani che fanno incetta di vittorie, titoli, primati in giro per il mondo, arrivano proprio dalla Rift Valley.
Dov'era esattamente?
«Nel camp della Rosa Associati, una società italiana con sede a Brescia, che ingaggia i migliori atleti keniani e poi li fa gareggiare all'estero. L'allenatore è italiano, il suo vice del posto. Sfornano campioni per una serie di gare: dagli 800 metri alla maratona».
E lei ha potuto allenarsi con loro.
«Sì. La sveglia suonava alle 6, alle 6.30 l'allenamento di oltre un'ora nella foresta. Ma c'erano anche gli specialisti della maratona che si allenavano a quell'ora sulla distanza dei 38 km. Quindi si rientrava e si faceva colazione. Alle 17 nuova seduta di allenamento: temperatura ideale intorno ai 25 gradi. È stata un'esperienza importante. Sa cosa mi ha colpito di più?»
Cosa?
«Il silenzio. Durante le sedute di allenamento non volava una mosca. Basta questo particolare per capire l'importanza che questi atleti danno a quello che stanno facendo».
Ha capito qual è il segreto che fa di questi atleti dei campioni imbattibili?
«La corsa ce l'hanno nel Dna per un motivo molto semplice: i piedi e le gambe sono gli unici mezzi di locomozione che posseggono. Da casa a scuola vanno a piedi, macinano chilometri ogni giorno. La corsa è la cosa più naturale del mondo per i bambini abituati a vivere in strada. E poi c'è un altro aspetto da tenere presente: per loro la corsa rappresenta l'occasione della vita da prendere al volo. Perché può regalare il successo e quindi i soldi per cominciare una vita nuova, costruirsi una piccola fattoria o aprire un albergo».
Per noi dunque restano inarrivabili.
«Purtroppo sì: non c'è storia».
Tornato in Italia ha raccolto subito i risultati dell'allenamento fatto in Kenya?
«Se devo essere sincero, ho sentito di più la fatica. Forse, ho un po' esagerato con gli allenamenti. L'importante comunque è essere al top per la Bo Classic di fine anno».
Obiettivo?
«Stare il più vicino ai keniani fino a quando non accendono il turbo, poi non ce n'è più per nessuno. Più realisticamente battere i professionisti: è il sogno di noi semiprofessionisti. E poi c'è la classica sfida tra me e Markus Ploner . È una gara molto dura che sento in modo particolare, perché si gareggia in centro storico a Bolzano e arrivano familiari e amici a farmi il tifo».
Un buon risultato alla Bo Classic sarebbe il modo migliore per chiudere l'anno. «Un anno fantastico. A 30 anni ho raggiunto i migliori risultati della carriera».
La più bella soddisfazione?
«Il quarto posto sui 5 mila metri ottenuto ai campionati italiani di Bressanone. Il mio 14' 07” è stato il quarto miglior tempo di sempre per un altoatesino: meglio di me hanno fatto Albert Rungger, Christian Leuprecht e Franz Spiess. Il mio sogno è scendere sotto la soglia dei 14'».
Come si spiega questo exploit “tardivo”?
«Probabilmente i motivi sono più d’uno: ho un nuovo allenatore Gianni Benedetti inoltre mi sono allenato spesso e continuo a farlo con Yuri Floriani che ha gareggiato alle Olimpiadi. E poi forse sto raccogliendo i frutti della costanza nella preparazione».
Non le capita mai di non poterne più degli allenamenti come ha confessato Alex Schwazer.
«Visto che non sono un professionista, ma ho un lavoro che mi occupa gran parte della giornata, certe volte anch’io sono stanco. Mai però nauseato: quello che faccio, lo faccio perché mi piace. E sono convinto che anche per Schwazer sia stato così».
Come giudica la positività all’Epo che ha distrutto la carriera del campione olimpico di Pechino?
«Per me è stato il crollo di un mito».
Il doping è una pratica piuttosto diffusa in certi sport.
«Pare di sì, ma è un fenomeno che non mi riguarda. E sa perché?»
Perché ?
«Perché su di me non ci sono pressioni di alcun tipo. Io gareggio perché mi piace, perché la corsa mi regala fin da bambino emozioni fantastiche, ma non vivo di questo. Quel giorno che deciderò di smettere, potrò farlo senza problemi ».
Mai sognato di diventare professionista?
«Certo. Era il mio sogno da ragazzino. Avrei voluto entrare nell’Aeronautica militare, ma le cose sono andate diversamente».
Rimpianti?
«No. Così sono più libero. Non è facile raggiungere risultati quando sei sotto pressione. E poi bisogna pensare al dopo: la vita di un atleta è piuttosto breve».
Il suo principale tifoso?
«Mia mamma Rosanna. Quando può viene sempre a vedermi ed è molto più agitata di me. In pratica è come se la gara la disputasse lei. Mio padre Edmund (è il sindaco di Trodena, ndr), un passato da olimpionico del bob nel 1980 e da primatista regionale nel lancio del peso, è molto più tranquillo avendo giù vissuto certe emozioni».
Quando trova il tempo di allenarsi con tanta costanza?
«Ho sempre in macchina una borsa con pantaloncini, maglietta e scarpette. La pausa pranzo la uso per il primo allenamento della giornata, il secondo lo faccio quando smetto verso le 17. Ovviamente, è tutto più semplice in estate quando le giornate sono più lunghe».
In genere dove si allena?
«A passo Oclini e passo Fedaia durante l’estate. In autunno e in inverno preferisco l’allenamento in pista a Cavalese e a Trento».
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