BOLZANO. Lo spettacolo mondiale del Rally narra di una favola rosa. Veruschka De Pellegrin, bolzanina e campionessa del mondo in carica ad equipaggio femminile, ha dato le “note” ai giganti della disciplina, da Alex Fiorio (iridato in Gruppo N ) a Paolo Alzetta e Alessandro Bertuzzi. Dal 1992 ad oggi ha corso in oltre 300 gare, dal Campionato Terra all'asfalto, dal Rally di Sanremo a quello d'Australia, passando per la 1000 Miglia ed il Rally di Catalunja. La sua professionalità ed il suo ruolo di mentore le sono stati richiesti anche per ricoprire l'incarico di direttore sportivo in appuntamenti internazionali di primo piano, come il Rally dei 1000 Laghi e Montecarlo. In carriera ha vinto prove speciali, titoli nazionali, un mondiale in Corsica ed un cancro allo stomaco.

«Mi hanno operata l'anno scorso, il 4 di marzo - racconta lucidamente - quest'anno nello stesso giorno sono rientrata alle gare, adesso ho davvero vinto tutto». Attualmente naviga il bolzanino Maurizio Capuzzo, emergente rallysta molto quotato.

De Pellegrin, quali sono le origini di quest'avventura?

«Sin da ragazzina ero attratta dalla velocità e dalla tecnica, finchè senza troppi indugi chiesi di prendere parte come navigatrice in uno di quei Rally Sprint che oggi non esistono più, in Toscana. Mi divertii tantissimo».

Un'esperienza che le aumentò la sete di curiosità?

«Proprio così. Avevo imparato poche cose, pochi trucchi e la voglia di scoprire oltre era immensa. Iniziai a disputare gare sempre più importanti, con continuità e non più per gioco».

Quando comprese che si stavano aprendo le porte al professionismo?

«Piloti di calibro internazionale mi iniziarono a cercare, a volere. I contratti e le vittorie aprirono poi le porte all'attività professionistica».

Rally è calcolo, ma anche rischio. Paura?

«La paura c'è, sempre. E anche i piloti ce l'hanno. Chiunque dica il contrario non è sincero».

Cosa la stimola maggiormente in quest'attività?

«La comunione che si crea tra pilota e navigatore, la fiducia incondizionata che mette la vita di uno nelle mani dell'altro. Difficile esprimerlo a parole».

Esiste un lato grigio nel Rally?

«La vanità, soprattutto nei driver di ultima generazione. Corrono due gare e si sentono già il Sebastian Loeb di turno, ridicolo... Dopo vent'anni di professionismo io, ad esempio, imparo ancora tantissimo ad ogni prova speciale, questa è la verità».

20 anni di agonismo, 300 gare, in tutto il mondo: c'è un ricordo più bello?

«L'arrivo ad Ajaccio dopo il Rally di Corsica che mi consacrò campionessa del mondo; ricordo la fiumana di gente che si diresse verso di me per festeggiarmi, una meraviglia. Dovettero scortarmi all'uscita dell'abitacolo per andare a timbrare l'ultimo controllo orario».

Oggi ha 40 anni, metà dei quali vissuti a braccetto col Rally, quanti ancora?

«Io smetterei anche adesso, ma i piloti per i quali navigo non mi vogliono in pensione».

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