(ANSA) - MILANO, 07 GIU - Il caporalato non può essere più considerato un problema emergenziale. Si tratta di un fenomeno strutturale del comparto agroalimentare in tutto il territorio nazionale. È un sistema criminale che fornisce in maniera distorta un servizio alle esigenze del contesto agricolo. È questo il messaggio che arriva da 'Buono e Bio in Festa', la due giorni appena conclusa all'Orto Botanico di Roma, promossa dall'Assessorato all'Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza Università di Roma e Mountain Partnership-FAO, all'indomani della manifestazione organizzata dai sindacati in risposta all'episodio dell'uccisione dei quattro lavoratori migranti ad Amendolara.
    "Per sradicare il caporalato dal sistema di produzione del cibo serve un'alleanza tra tutte le forze in campo - dalle istituzioni ai consumatori, passando per produttori e distributori, cuochi e artigiani - affinché sia più semplice prevenirlo piuttosto che agire alla fine del processo per reprimerlo", affermano Sabrina Alfonsi, assessora all'Agricoltura del Comune di Roma, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia e Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio. "Sono troppe le esternalità negative dietro al cibo, non solo ambientali, ma anche sociali, che costringono a pagare il prezzo più alto ai più deboli, lavoratori a basso reddito e contadini - aggiungono -: non è accettabile che lo sfruttamento sia considerato legittimo se garantisce un benessere".
    Una legge c'è, la 199 del 2016, ma non viene applicata nelle linee fondamentali, come hanno sottolineato molti dei relatori presenti. L'impegno che possono prendere le istituzioni - dicono - è quello di aumentare i controlli, questo farà sì che più aziende agricole rispettino le regole. È necessario dare pieno corso alla legge, applicando l'indice di coerenza, che permette di controllare la congruità tra quanto è grande l'azienda agricola, quanto produce e quante ore lavoro sono necessarie.
    Il problema - hanno sottolineato molti - è che a non funzionare è il decreto flussi. La Bossi-Fini produce irregolarità e determina condizioni di ricatto dei lavoratori. Oggi l'agricoltura italiana senza manodopera straniera non va avanti.
    Bisogna dare dignità umana a queste persone cambiando la legge e partire dalla regolarizzazione di chi già vive e lavora in Italia. Ma promuovere filiere più eque significa riconoscere anche il giusto valore del cibo, garantendo una remunerazione adeguata a chi produce nel rispetto dei diritti e dell'ambiente e offrendo ai consumatori strumenti di scelta più consapevoli.
    (ANSA).