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(ANSA) - ROMA, 19 MAR - Trasparenza sull'origine del pesce nei menu al ristorante, visto che il 60% viene consumato fuori casa e sblocco delle concessioni demaniali. Sono le richieste lanciate dall'Associazione Piscicoltori Italiani (Api) al vertice nella sede di Confagricoltura, con i principali rappresentanti dei comparti acquacoltura e pesca e delle istituzioni. Sebbene l'Italia vanti standard di sicurezza ai vertici mondiali, il settore soffre un paradosso produttivo: su un consumo pro capite di 31 kg annui, solo il 14% è di origine nazionale.
Pesa il nodo delle concessioni: per specie pregiate come spigole e orate, l'Italia ne conta appena 19 marittime su oltre 8mila km di costa. Il confronto con i competitor è drastico, con la Turchia che ne ha 540. La Norvegia è arrivata a produrre 1,5 milioni di tonnellate di pesce in mare, mentre l'Italia è ferma a 15mila tonnellate. Il comparto dell'avannotteria di spigole e orate è cresciuto, ma l'Italia assorbe solo il 10% della produzione, 200 milioni l'anno; se ci fossero più allevamenti, aumenterebbe la presenza di pesce italiano sulle tavole.
L'Italia si conferma eccellenza globale nello storione, posizionandosi come primo produttore di caviale in Europa (67 tonnellate) e secondo al mondo dopo la Cina, con una quota di mercato del 54%. Tuttavia, il settore denuncia una mancanza di reciprocità commerciale: mentre il prodotto cinese invade le nostre tavole, il caviale nazionale subisce blocchi all'ingresso nel Paese asiatico. La concorrenza spietata dall'estero rischia di soffocare gli investimenti di un settore che punta tutto sulla qualità certificata. Il sottosegretario al ministero della Salute, Marcello Gemmato, intervenuto ai lavori, ha evidenziato come il ruolo del ministero si sia evoluto da "controllore" ad alleato nel percorso di crescita del settore, opinione condivisa da tutti gli stakeholder. (ANSA).


