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(ANSA) - IL CAIRO, 24 FEB - Colori, sapori, convivialità all'insegna del 'Mediterraneo che unisce': questo il titolo che la delegazione egiziana dell'Accademia italiana della cucina ha voluto dare alla sua 'riunione conviviale' di questo febbraio che, tra le tensioni che attraversano la regione, risuona come un memento di quello che può essere la vita nella pace e nel dialogo, in una cucina che da sempre accomuna e non separa, seppure con qualche variante, le sponde del mare Nostrum.
L'Accademia Italiana della Cucina è una prestigiosa istituzione culturale fondata a Milano il 29 luglio 1953 dal giornalista Orio Vergani insieme a un gruppo di illustri esponenti della cultura e dell'industria tra cui Dino Buzzati e Arnoldo Mondadori. Conta oggi oltre 300 delegazioni in Italia e all'estero, che si prodigano nel tutelare le tradizioni gastronomiche italiane e a promuoverne un futuro nel rispetto del passato.
Quella del Cairo è una delle più recenti. "Dal 2016 sono un orgoglioso membro dell'Accademia Italiana della Cucina, contribuendo attivamente alle delegazioni di Pechino e di Bruxelles - racconta il suo fondatore Massimo Acciarini -.
Quando, insieme alla mia famiglia, ci siamo trasferiti al Cairo, ho cercato di unirmi alla delegazione egiziana, solo per scoprire che non esisteva! Questa scoperta ha rappresentato un'opportunità straordinaria per colmare un vuoto e condividere la vera essenza della cucina italiana, libera da stereotipi obsoleti e più radicata nelle nostre ricche tradizioni culinarie storiche e contemporanee". La scena della cucina italiana al Cairo, infatti - racconta - "appariva piuttosto frammentata e non pienamente riconosciuta. Incoraggiato dal nostro presidente, Paolo Petroni, ho intrapreso l'iniziativa di stabilire la presenza dell'Accademia in Egitto, e ho scoperto una comunità ricettiva e appassionata, sia tra gli italiani locali che tra gli egiziani amanti della nostra cucina".
D'intesa con lo chef Valter Belli, executive chef dell'hotel JW Marriott del Cairo, i 'simposiarchi' Rossella Fanelli e Ascanio Caracciolo hanno selezionato per la cena di febbraio al ristorante 'Cucina' un menu che non fosse semplicemente gustoso ma anche significativo del tema proposto, quello del Mediterraneo che unisce declinato con il tema internazionale 2026 dell'Accademia: la salatura e l'affumicatura dei pesci nella cucina della tradizione regionale italiana, comune alle altre sponde.
Ogni piatto è un viaggio nella cultura e nella storia: come l'Amuse Bouche, citazione della prima nouvelle cuisine degli anni '70 ma anche discendente delle 'gorgeries' francesi del '500, servite come aperitivo prima dei banchetti per favorire la socializzazione. Al Cairo, Belli lo ha interpretato con un delizioso crostino di fegato di pollo con marmellata di cipolla.
A seguire, dei gamberi 'fra diavolo' olio aglio e peperoncino con una lacrima di pesto accompagnati da una freschissima insalatina. Ha un segreto nella leggera affumicatura il risotto alla barbabietola con crema di parmigiano e capasanta saltata, servito come primo piatto, seguito da un branzino in crema di cavolfiore, tartufo, pomodori essiccati e crumble di pistacchio, che impiatta un Mediterraneo che intreccia tradizioni costiere e radici agricole millenarie.
Per finire, un tiramisù superclassico: pare che il nome sia la quinta parola italiana più conosciuta al mondo e varie leggende si intrecciano sulle sue origini. Grazie alle sue ricerche, l'Accademia ha potuto accertare che, sebbene già nel '600 si servisse un dolce simile nelle corti toscane e in seguito sia divenuto un dolce della tradizione soprattutto veneta, il tiramisù ha una paternità garantita: sebbene servito per la prima volta già nel 1959 in Friuli all'hotel Roma di Tolmezzo, la sua fama aumentò notevolmente grazie allo chef Roberto "Loli" Linguanotto del ristorante Le Beccherie di Treviso che lo servì la prima volta nel 1970 con il nome che sarebbe poi risuonato in tutto il mondo. (ANSA).


