(di Francesca Chiri) (ANSA) - ROMA, 06 GIU - Come in una scatola di scarpe, in cui sono racchiusi i ricordi di una vita, fotografie ingiallite che incarnano i nostri affetti, memorie feticcio che ci accompagnano lungo il corso della nostra esistenza. Pezzetti di vita, di amori, di incontri che possono essere rimessi insieme ordinatamente, come in puzzle in cui ogni tessera ha il suo posto, ma anche riassemblati a piacere, seguendo nuove gerarchie e traiettorie dettate dal sentimento.
    Come in una scatola il Maxxi, il museo delle Arti del XXI secolo, apre un nuovo spazio dedicato alla fotografia e lo inaugura con una mostra del fotografo statunitense, nato in Iran, Ramak Fazel che sembra un manifesto della missione che si è data il museo come istituzione nel campo dell'indagine dell'arte contemporanea. Un luogo in cui esplorare tutte le arti ma anche in cui conservare, catalogare, studiare.
    Anni di immagini, appunti e materiali che erano l'archivio del fotografo iraniano nella sua parentesi di vita in Italia, raccontano il suo sguardo sulla Milano del design. E segnano uno spartiacque importante per l'arte fotografica, il passaggio dalla fotografia analogica a quella digitale.
    Milan Unit è infatti un'opera-archivio che riunisce l'intera produzione fotografica e documentaria di Ramak Fazel tra il 1994 e il 2009, durante e oltre gli anni trascorsi nella scena del design e dell'architettura italiana e che ora vengono esposte nella nuova sala dedicata alle mostre di fotografia, lo spazio Ghella. "L'archivio comprende le cose che avevo raccolto in quei anni lavorando come fotografo, le fatture, i negativi, le fotografie, le agende, le comunicazioni. Ha voluto essere un snapshot di quei anni. Ed è ispirato da una scatola di scarpe che i miei genitori avevano con sé quando sono venuti, mio padre da l'India, mia madre dall'Iran, negli anni 60, e questa scatola aveva tutte le loro fotografie dentro. Quindi l'archivio di famiglia era in una scatola di scarpe, non in un album legato lineare. Le fotografie erano sciolte, potevano essere combinate e ricombinate. Quindi la narrazione nelle foto di famiglia non c'era. Penso che venga anche dalla tradizione nomade dei miei antenati. Quindi per me questo archivio rappresenta anche la migrazione, è un baule di materie" racconta Fazel all'ANSA. Negativi, diapositive, stampe, pubblicazioni, appunti, documenti e strumenti di lavoro compongono un racconto concreto del suo metodo di lavoro e di un momento cruciale della fotografia. C'è un mondo, quello dei grandi designer italiani, colto nell'attimo che li rappresenta di più, concentrati sul solo lavoro o distratti da un particolare, un mozzicone di sigaretta nascosto nella mano, ritratti quasi per caso nella stessa inquadratura che riprende anche la loro creazione. "Ho collaborato strettamente con Mari, Sottsass, Castiglioni e ho potuto visitare questi vari studi, residenze e anche assistere alla vita intima dei soggetti. È un ritratto di questo periodo, di questi spazi che si allontana un po' dalle foto classiche di copertina".
    In un altra sezione della mostra c'è invece una parte delle fotografie dell'artista che racconta un episodio di "disincanto" della sua vita negli Stati Uniti. E' la cronistoria di un viaggio "in cui ho usato la mia raccolta di francobolli di infanzia per pianificarlo e tentare di visitare tutte le 50 capitali degli Stati Uniti. Era il 2006. Sono partito dalla mia città di infanzia, Indianapolis, dove sono cresciuto. Ho fotografato il Campidoglio. Poi in macchina sono andato in Illinois e poi ho proseguito. Da ogni città mandavo una cartolina alla città successiva, prevista nel mio itinerario.
    Quando arrivavo, andavo al fermo posta dove avevo mandato la cartolina, ritiravo la cartolina e ripartivo. Se la cartolina non era arrivata, aspettavo. Poi a un certo punto mi sono dovuto fermare, perché sono stato detenuto dall'FBI". Perché? "Perché sono nato in Iran" Nell'allestimento della mostra fotografica questo stop corrisponde ad un'interruzione sul muro dell'esposizione, una frattura. "Sono stato arrestato dall'FBI al 34esimo stato. Il Maryland. Quando entri qui, vedi il retro della parete. Di una falsa parete. L'idea era che questa parete di democrazia, di apertura, fosse una falsa parete".
    Era il 2006, ora sono passati 20 anni e gli Usa sono in guerra con l'Iran. "E io mi chiedo cosa succederebbe nel 2026, vent'anni dopo, se uno come me facesse ora un analogo viaggio".
    (ANSA).