(di Alessandra Baldini) Artista ma anche imprenditore delle arti, "principe della pittura" ma anche giovane uomo preoccupato della maternità e della mortalità infantile: la grande mostra inaugurata oggi al Met colloca Raffaello nel suo contesto storico e sociale andando oltre le Madonne idealizzate e gli angioletti di Fiorucci. In tutto 237 opere tra cui 23 dipinti e 142 disegni (175 dello stesso Raffaello), la rassegna aperta fino al 28 giugno affronta una meteorica carriera, dalle origini umili ai primi successi alla corte di Urbino e i fuochi di artificio dell'ultimo decennio nella Roma dei Papi e alla morte nel 1520 a soli 37 anni.
    Dal racconto messo assieme in otto anni di lavoro dalla curatrice Carmen Bambach e narrato nell'audio guida da Isabella Rossellini Raffaello emerge come un idealista innovatore la cui arte è radicata nel reale, un ricco imprenditore non dissimile dai moderni Andy Warhol o Jeff Koons, ma anche un influencer capace di promuovere la sua arte attraverso nuove tecnologie.
    Per secoli Raffaello è stato conosciuto e amato per le Madonne idealizzate, una "sovrasaturazione" che ha reso stucchevole l'immagine dell'artista, ha detto la Bambach che ha confrontato invece questa visione con oggetti e immagini che testimoniano l'agonia e i rischi del parto: tra questi il cosiddetto "Libro della cera", un registro delle spese funerarie per la madre di Raffaello e due sorelline morte alla nascita nel 1491.
    "Abbiamo restituito non solo il genio dell'artista, ma anche la persona dietro le opere", spiega la Bambach passando in rassegna prestiti di altissimo livello. La National Gallery of Art di Washington ha concesso la Madonna 'Alba', il Louvre il Ritratto di Baldassarre Castiglione, l'Albertina di Vienna, l'Ashmolean di Oxford, il Rijksmuseum di Amsterdam e le Devonshire Collections di Chatsworth hanno prestato gli studi per la Trasfigurazione, l'imponente ultima opera di Raffaello.
    Una cinquantina di pezzi vengono dall'Italia, "uno dei partner più preziosi del Met", ha dichiarato il direttore Max Hollein, mentre il ministro della cultura Alessandro Giuli ha osservato che "i prestiti italiani testimoniano una alleanza strategica e l'impegno a condividere il nostro patrimonio con il pubblico globale".
    Ed e' così che la Galleria Nazionale delle Marche ha messo a disposizione il Ritratto di Gentildonna ('La Muta') e la Santa Caterina, mentre la Galleria Borghese ha offerto La Dama Con l'Unicorno e Palazzo Barberini la Fornarina. Un prestito di eccezionale rilievo viene dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna: la monumentale Estasi di Santa Cecilia, capolavoro della maturità dipinto nel 1518 per la cappella di Elena Duglioli a San Giovanni in Monte ed espropriato da Napoleone, raffigura la patrona della musica con ai piedi strumenti abbandonati, simbolo della vanità dei piaceri terreni di fronte all'esperienza del divino.
    La Bambach, una tra le maggiori esperte del Rinascimento italiano (ha firmato al Met i blockbuster del 2003 su Leonardo e quattro anni fa su Michelangelo), ha accostato la pala a un modello proveniente da Parigi riattribuito dalla studiosa allo stesso maestro.