PHOTO
(di Luciano Fioramonti) (ANSA) - PARMA, 25 OTT - Perché un pittore particolarmente dotato che aveva assimilato la lezione di Correggio, andando oltre con uno stile personale molto ben definito, ha prodotto pochissimo in venti anni di attività al punto che oggi di lui sono conosciute soltanto dieci opere? E ancora, come mai pur non essendo artista di affreschi ottenne l' incarico di completare i lavori avviati nel Duomo di Parma da Correggio, interrotti nel 1534 per la morte del maestro, ma ebbe il tempo di mettere a punto solo alcuni disegni preparatori per l' abside poiché anch'egli morì nel 1538 ad appena 40 anni? Sono i primi e quasi scontati interrogativi che riguardano la vita misteriosa di Giorgio Gandini del Grano, attivo - nemmeno tanto, a giudicare dagli esiti - nella cosiddetta 'Scuola di Parma', il gruppo di pittori della cerchia correggesca. Personaggio dimenticato di cui fino in tempi recenti non si sapeva quando fosse nato né la data della morte, con una biografia ridotta ai minimi termini e con l' unico ritratto del volto documentato da una incisione conservata nella Biblioteca Palatina. A raccontarne il valore, il ruolo e l' enigma è una mostra preziosa che gli dedica fino al 17 gennaio la Pilotta di Parma. A gettarne le basi e a curarla l' ex direttore Stefano L'Occaso, attuale direttore del Palazzo Ducale di Mantova, insieme a Denis Ton, oggi alla guida del Complesso Monumentale, con la collaborazione di Srefania Girometti, che hanno riunito per la prima volta la quasi totalità della produzione del 'Pictor Parmensis', nove opere su dieci appunto, accanto a una selezione di lavori di grafica provenienti anche da Louvre, New York e Vienna.
La scintilla dell' esposizione è legata alla tavola lignea 'La città di Parma presentata alla Vergine', acquistata dalla Pilotta nel 2024 dal mercato antiquario. Oltre alla Pala di San Michele, conservata nel museo, in esposizione anche la sola altra pala d'altare realizzata dall'autore, oggi a Palazzo Pitti di Firenze, mentre il resto della produzione consiste in opere di piccolo formato, disperse tra istituzioni pubbliche e collezioni private: tre sono custodite nella Galleria Nazionale di Parma, una alla Pinacoteca dell'Accademia di Belle Arti di Torino, altre due si trovano in collezioni private inglesi e una al Sinebrychoff Art Museum di Helsinki. ''Giorgio Gandini Del Grano può essere considerato un grande piccolo maestro del Rinascimento emiliano - dice all' ANSA Denis Ton -. Questa mostra gli rende giustizia perché per la scarsità delle opere e della documentazione è stato ingiustamente oscurato rispetto ai nomi più celebrati della cerchia correggesca. L' imprinting deriva dal maestro ma Gandini Del Grano ha un grado di autonomia superiore nell' elaborare soluzioni che anticipano di un secolo, in lui c'è già tutto il Seicento, il Barocco e il Naturalismo di Carracci. Segue una strada personale, con una sensibilità, una tecnica pittorica e una costruzione della composizione completamente diverse''. Le sue figure hanno ''accelerazioni improvvise, pose instabili, sono circondate da senso di inquietudine e di tensione più moderno, in un passo successivo rispetto a Correggio, che è l'età del Manierismo, guardando a Giulio Romano e sicuramente a Parmigianino''. Quanto alla questione degli affreschi, ''la risposta più ovvia, ma non è detto che sia quella giusta, è che Gandini fosse nella squadra di lavoro di Correggio nei lavori del Duomo, non registrato nei documenti perchè a firmarli era il capobottega. E' pensabile che operasse sotto il suo diretto controllo e che avesse assunto anche ruoli di responsabilità tali da far considerare naturale alla committenza attribuirgli l' incarico una volta venuto meno Correggio''. (ANSA).


