(di Angelo Cerulo) Non è solo una mostra di preziosi costumi di scena e di valorizzazione dell'artigianato teatrale-artistico italiano ma il primo tassello "di un percorso che si basa sul recupero della memoria e sulla conservazione di un patrimonio che rischiava di andare perso. Spero si possa avere qui una collocazione permanente di quello che è un giacimento culturale". Così Mariano Bauduin, musicista, compositore, drammaturgo e regista, spiega all'ANSA il senso della mostra 'Napoli in scena-La Scuola del '700 nel costume teatrale d'autore' in corso negli spazi dell'Arena Flegrea nella Mostra d'Oltremare in collaborazione con Comune, Accademia di Belle Arti e associazione 'Gli alberi di canto teatro' che si chiuderà il prossimo 22 dicembre.
    In esposizione 44 costumi sugli oltre 4mila acquistati da Bauduin dalla celebre sartoria 'GP 11' di Roma: "Una mostra nata perché c'è stata una forte volontà dell'Amministrazione comunale, del sindaco Gaetano Manfredi e dell'assessore Teresa Armato che hanno cercato di salvaguardare questo patrimonio".
    "Sono entrato in contatto con l'imprenditore che gestisce l'Arena Flegrea, Mario Floro Flores, e con la sua collaboratrice, Teta Pitteri, e insieme abbiamo costruito un percorso per un patrimonio unico". Quattromila pezzi che ora sono conservati, molti ancora negli scatoloni in deposito, e attendono di avere una sistemazione.
    In occasione delle celebrazioni dei 2500 anni dalla fondazione di Napoli (direttrice artistica Laura Valente) ha preso, dunque, il via un 'progetto speciale' sugli ultimi decenni di rappresentazioni teatrali - dalla tragedia greca all'opera di inizio Novecento con tanto barocco napoletano - per celebrare l'artigianato sartoriale attraverso l'esposizione di costumi raccolti e custoditi dalla compagnia 'Gli Alberi di Canto Teatro' di Mariano Bauduin, e tra essi anche la "La Gatta Cenerentola". "Abbiamo raccolto a titolo esemplificativo 44 pezzi che possano raccontare cosa ha significato per l'Italia il Teatro Settecentesco. Odette Nicoletti, Vera Marzot, Zaira De Vincentiis, Giusy Giustino - per citarne alcune - hanno caratterizzato la Scuola del Settecento con elementi del tutto personali e svariati. Vi sono, poi, schede illustrative delle tecniche e delle elaborazioni dei materiali sartoriali, bozzetti e fotografie di scena".
    L'allestimento può prefigurare la nascita del primo Museo del Costume Teatrale del mezzogiorno. Spiega Zaira De Vincentis, costumista e docente nell'Accademia di Belle Arti di Napoli (autrice, con la collega Marianna Carbone, anch'essa docente nell'Accademia, del volume 'Costumi-Dieci lezioni di progettazione'): "Queste scenografie e questi costumi sono entità autonome perché hanno in sé tutti i significati del 'progetto' e continuano anche da soli a emanare una sensazione complessiva, un messaggio di identità. Fra gli autori dei costumi vi sono nomi importanti come Enrico Job, Odette Nicoletti, Giusi Giustino, Vera Marzot: i costumisti che hanno lavorato nei 'primi livelli' che vuol dire calarsi in un lavoro fatto a regola d'arte; questa è la parola magica che differenzia un lavoro fatto con mezzi meno profondi da lavori nei quali si va nel fondo dell'idea".
    Aggiunge Federica De Rosa, docente di Storia dell'Arte contemporanea e Beni Culturali nell'Accademia partenopea: "C'è la necessità di 'trattenere' la memoria. Sono materiali complessi, polimaterici come l'arte contemporanea; non sono abiti di moda, ma sculture sulle quali si dipinge, si usa la colla, il poliuretano espanso". E sottolinea: "Dal punto di vista conservativo questi costumi comportano le problematiche dell'arte contemporanea oltre alla questione più importante di non avere il corpo, di non avere la luce e il palco ma, purtuttavia, continuano a trasmettere l'identità della nostra storia. Che è storia anche dell'artigianato. E a Napoli, anche in questo campo, c'è una tradizione da valorizzare".