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(ANSA) - ROMA, 20 OTT - Nel cuore di Trastevere, tra le mura di un antico convento, sopravvive uno dei luoghi più suggestivi della memoria francescana a Roma. È la Cella di san Francesco a Ripa Grande, il piccolo ambiente dove, secondo la tradizione, il santo di Assisi soggiornò durante i suoi viaggi nella città eterna, in occasione dei difficili incontri con papa Innocenzo III. Oggi questo prezioso scrigno di storia, arte e spiritualità torna a risplendere grazie a un intervento di restauro e valorizzazione promosso dalla Soprintendenza Speciale di Roma, in occasione dell'ottavo centenario della morte di san Francesco.
Il progetto, realizzato tra luglio e ottobre sotto la direzione scientifica della storica dell'arte Alessandra Acconci, ha interessato i 50 reliquiari in lamina d'argento della famiglia francescana, compromessi da fenomeni di ossidazione e corrosione, e la grande macchina d'altare lignea che li custodisce. Alle operazioni conservative si sono affiancate indagini diagnostiche sulle icone di sant'Antonio da Padova e san Ludovico di Tolosa, per approfondirne materiali e tecniche pittoriche.
"Nell'anno dell'ottavo centenario della morte di san Francesco - spiega Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma - questo intervento assume un particolare significato perché restituisce l'attenzione a uno dei luoghi romani più strettamente legati alla memoria del santo".
La Cella, già conosciuta come sacrario all'inizio del Cinquecento ed elevata a santuario da Clemente VIII, assunse la configurazione attuale tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento; a dominarla è l'imponente altare ligneo realizzato da Bernardino da Jesi, nel quale i 50 reliquiari compongono idealmente un grande albero dell'Ordine francescano. Tra le testimonianze artistiche più preziose custodite nel santuario spicca il 'Ritratto di san Francesco', tavola duecentesca dipinta a tempera e foglia d'oro da Margarito d'Arezzo, considerata una delle più antiche raffigurazioni del Santo.
Accanto a essa si trovano le immagini di sant'Antonio da Padova e san Ludovico di Tolosa, attribuite a Lello da Orvieto e datate intorno al 1325.
"L'obiettivo - commenta Alessandra Acconci - è stato quello di considerare la Cella nel suo insieme: non una semplice raccolta di singole opere, ma uno spazio unitario, nel quale arredi, immagini e testimonianze devozionali concorrono a raccontarne la storia". (ANSA).


