(di Alessandra Baldini) (ANSA) - NEW YORK, 10 APR - Tutto Alighiero Boetti: dal gesto minimo di un tubo industriale alla trama infinita di un ricamo, dalla Torino sperimentale degli anni Sessanta alle mappe tessili realizzate in Afghanistan. Dopo le mostre dedicate a Piero Gilardi e a Michelangelo Pistoletto , è la volta di Alighiero Boetti di essere al centro di Magazzino Italian Art, il museo e centro di ricerca di Cold Spring nella Valle dell'Hudson dedicato agli artisti dell'Arte Povera. La mostra, aperta per ben due anni a partire dal 26 aprile, ambisce a essere, fin dal titolo, totale: Tutto Boetti 1966-1993 è un focus che attraversa decenni di ricerca a partire da un nucleo straordinario di lavori del 1966, molti dei quali presentati nella storica personale alla Galleria Christian Stein di Torino. Alcuni pezzi vengono dalla collezione permanente di Magazzino, altri dagli eredi Boetti e da una collezione privata di prima importanza.
    Il percorso comincia con opere come Triplo Metro o Asta di Misurazione che trasformano strumenti tecnici in oggetti concettuali. Due lavori domineranno fisicamente lo spazio: Pavimento Luminoso e Mazzo di Tubi, entrambi del 1966. Il primo, una piattaforma lignea illuminata dall'interno, dissolve i confini tra scultura e architettura, evocando la scena underground torinese del Piper Club. Il secondo, sedici tubi in Pvc assemblati verticalmente, esalta materiali anonimi a forma quasi monumentale. Emergono così i temi fondativi di Boetti: il rapporto tra ordine e variazione, l'uso di sistemi semplici per generare complessità e la ridefinizione del ruolo dell'artista.
    Incluso da germano Celant tra i protagonisti dell'Arte Povera, Boetti è stato tra i più radicali e sfuggenti del movimento. Negli anni Settanta, la sua ricerca si espande: a Roma il torinese introduce il principio della delega, affidando parte dell'esecuzione ad altri come in Da Mille a Mille (1975), dove undici fogli di carta millimetrata vengono colorati liberamente dagli assistenti, trasformando l'opera in un campo aperto tra regola e libertà, mentre una Mappa del 1983 racconta uno dei capitoli più noti del suo lavoro.
    Dopo il viaggio in Afghanistan nel 1971, Boetti avviò una collaborazione con artigiane locali, affidando loro la realizzazione di carte geografiche ricamate che diventano immagini mutevoli, dove bandiere e confini si intrecciano a una manualità straordinaria. "Questa mostra nasce dall'impegno di approfondire la nostra collezione", spiega il direttore Nicola Lucchi, annunciando anche attività didattiche, visite guidate e un convegno il 25 aprile, alla vigilia dell'inagurazione. Per i fondatori Nancy Olnick e Giorgio Spanu, il nucleo storico di opere consente oggi "una piena valutazione critica di un momento fondativo" non solo per Boetti, ma per l'intero movimento dell'Arte Povera. (ANSA).