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C’è un episodio che segna più di altri l’irrompere del Sessantotto a Bolzano. 21 aprile 1968: in città arriva il ministro dell’Istruzione Luigi Gui per aprire la campagna elettorale della Democrazia Cristiana. Il suo intervento è previsto alle 20.30 nella sala di rappresentanza del Comune. Da giorni il Movimento studentesco sta preparando una contromanifestazione di protesta. Due ore prima del comizio, alle 18. 30, un’esplosione scuote il Duomo proprio all’inizio della celebrazione del vespro.
Qualcuno ha posizionato un ordigno rudimentale all’interno del confessionale sulla destra della navata. Panico tra i fedeli, fuggi fuggi in una nuvola di fumo nerastro. Tanta paura, ma nessun danno alle persone. Solo il confessionale bruciacchiato. L’ufficio politico della Polizia ci mette meno di 48 ore ad arrestare i responsabili: tre studenti all’ultimo anno, uno dello scientifico e due del classico. I tre confessano all’istante. Spiegano di aver utilizzato un flacone di medicinale pieno di clorato di potassio innescato con una miccia primitiva. Che a confezionarlo materialmente è stato uno di loro, “noto per la sua particolare preparazione chimica e mineralogica”.
Lo stesso che poi ha posizionato la “bomba” fingendo di andarsi a confessare. Confermano che si trattava di un atto dimostrativo per “scaldare l’atmosfera” prima del comizio di Gui. A stretto giro di posta i tre vengono processati per direttissima. La folla è tale che il presidente deve spostare l’udienza nell’aula d’assise. La pena è lieve (non eravamo ancora entrati negli “anni di piombo”): un mese e venti giorni di carcere ciascuno per “fabbricazione di armi e accensioni di esplosioni pericolose”. L’attentato viene considerato “un eccesso di giovani troppo impulsivi, i quali non avevano l’intenzione di recare danno d’offesa, ma soltanto di richiamare l’attenzione della società sui problemi della scuola, ricorrendo a mezzi e maniere inidonei”. Sull’opinione pubblica l’impatto però è enorme.
Il nostro giornale organizza un dibattito in redazione tra i rappresentanti degli studenti e il direttore dell’Alto Adige Albino Cavazzani. Gli studenti (Lidia Leonelli, Albert Rungg, Stephan Faes, Mauro Bertoldi e Paolo Pagliaro) si interrogano con rigore sul ricorso alla violenza ma anche su una società che ritengono profondamente diseguale e classista. Una curiosità: Paolo Pagliaro poi iniziò l’attività giornalistica proprio all’Alto Adige. Oggi è tra le firme più autorevoli del giornalismo italiano e cura la trasmissione “Otto e mezzo” su LA7 insieme a Lilli Gruber. LF



