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BOLZANO. «Ricordo tutto come fosse oggi: il vento che si porta via il tetto. Mia mamma che ci avvolge nelle coperte e ci porta fuori col cuore in gola. Avevo quattro anni». Quando i migranti eravamo noi: una fotografia pubblicata qualche giorno fa sull'Alto Adige nella nostra rubrica "Mi ritorni in mente" riporta una lettrice indietro nel tempo, nella Bolzano dei primi anni Cinquanta, tra le casette di via Piè di Virgolo, gli orti, le cantine e gli alloggi di fortuna. Era la città appena riemersa dalle nebbie della guerra, e che tentava di rialzarsi. Una città anche di migranti, che arrivavano dalle zone più depresse del Paese in cerca di lavoro nelle fabbriche, nelle centrali elettriche e ovunque ve ne fosse. E non erano solo uomini. «Mia madre era una donna di 36 anni nata in un paesino del Meridione. Partì da sola con due bambine piccole. (Nostro padre ci avrebbe raggiunte molto più tardi). Io avevo due anni, mia sorella pochi mesi. Quella foto della nostra casa distrutta dall'uragano è di due anni dopo». La signora sfoglia la raccolta del 1955 nella biblioteca "Orfeo Donatini" del nostro giornale. Eccolo l'articolo: 15 ottobre 1955. "Le raffiche - si legge - hanno scoperchiato la povera abitazione che la donna aveva costruito al Virgolo con adattamenti di fortuna". La lettrice riannoda i ricordi: «Eravamo poveri, ma avevamo la nostra dignità. E le nostre madri erano eroine: lavoravano, crescevano i figli e non si arrendevano mai. Tutto da sole. Quando ho visto quella fotografia di settant'anni fa sul giornale, mi sono detta: ma quella è casa nostra! Io c'ero, io abitavo lì». Una Bolzano di casette costruite alla meglio, di cantine, caverne e baracche trasformate in abitazioni, di famiglie numerose e di donne che si alzavano prima dell'alba per andare a lavorare. Non vuole venga pubblicato il suo nome. «Non voglio entrare troppo nelle cose private. Ma vorrei che i giovani sapessero come si viveva. Perché oggi si dà tutto per scontato. Allora ci si arrangiava con quello che la giornata ti offriva». La fotografia ritrae una piccola costruzione di via Pié di Virgolo distrutta dalla tempesta. «La casa era semplicissima: una porta, una finestrella con le tendine e un tetto che sembrava appoggiato sopra i muri. Quella sera eravamo tranquille, come sempre. Poi si è scatenato un temporale. Un temporale pazzesco, da uragano. Noi bambine avevamo paura dei lampi e dei tuoni. La mamma continuava a tranquillizzarci. Ma il vento era fortissimo. Tanto forte che si è portato via il tetto. Noi piangevamo. La mamma ci ha preso, ci ha avvolto in due coperte e ci ha portato dalla vicina. Era ottobre, ma faceva freddo come a gennaio». La casa non era stata costruita per resistere a raffiche tanto forti. «Niente tegole, solo carta catramata. Il vento ha sollevato il tetto come una piuma».
La cantina di piazza Matteotti
Per capire come fossero arrivate ai piedi del Virgolo bisogna tornare indietro di qualche anno. La madre era partita da un paesino del Sud Italia con due bambine piccolissime. «Era venuta a Bolzano per cercare lavoro. Aveva qualche soldino che le avevano dato i genitori, i miei nonni, ma soprattutto aveva voglia di lavorare. E si è data da fare. Faceva le pulizie nelle famiglie, negli uffici. La chiamavano anche per il bucato. Era forte, lavorava bene, lavava tutto a mano». Una donna fortissima e determinata: «Una volta una signora "bene" le ha detto che l'avrebbe pagata con un sacco di pane secco. Glielo disse così, con quel tono compassionevole, come se le facesse un favore. Mia madre le rispose di brutto: ho lavorato e voglio ogni lira che avevamo pattuito. Non me ne faccio niente del pane vecchio, ho due bimbe da tirare su». Non conosceva nessuno. Non c'era nessuno che potesse aiutarla. Nemmeno lo straccio di una casa, di una stanza. «Le voci passavano da una famiglia all'altra. Qualcuno le disse: "Guarda che un tale ha una cantina in piazza Matteotti, prova a chiedere". E così siamo andate ad abitare in uno scantinato. Ci si scaldava con una di quelle stufe rotonde a gas. Le coperte ce le regalava chi aveva qualcosa in più». La generosità di chi le ha accolte è ancora oggi un debito di gratitudine. «Una persona generosa. Gli dispiaceva per noi bambine, perché anche lui aveva figli piccoli. Ci fece sistemare là sotto». Giacigli di fortuna, tuguri umidi e senza acqua. «Faceva un freddo cane. Una sera siamo svenute per il monossido. Mia mamma mi ha raccontato che - intontita dal gas - aveva spalancato la porta della cantina e si era messa a gridare. Ci hanno portate all'ospedale. La mia sorellina ha rischiato di morire. Dopo quella storia non potevamo più vivere sottoterra». La madre ricomincia a cercare. Vuole un alloggio vero stavolta. Una sistemazione degna.
Le casette del Virgolo. Le dicono che in via Pié di Virgolo tante famiglie si stanno costruendo un rifugio da sole. Il Comune, vista la disastrosa situazione abitativa, aveva dato un sostanziale via libera. Le casette venivano realizzate sul ciglio dell'Isarco, ai piedi della montagna. «Casette su casette quasi fino a Cardano. I più "ricchi" avevano la roulotte». Niente fondamenta. Niente luce elettrica. Niente acqua corrente. Lei trova un muratore, che per 80mila lire (tutti i suoi risparmi, circa 1500 euro di oggi), le tira su mura e tetto. Non dice niente alle bimbe fino a quando non è tutto pronto. Vuole sia una sorpresa. «Ero felicissima. Ricordo la strada di via Pié di Virgolo tutta sterrata, piena di buche e pozzanghere. Camminavamo e io vedevo le case. Dicevo: mamma, è questa? No, non è questa. E allora quella? No, più avanti. Quando finalmente mi ha detto: eccola, ci sono rimasta un po' male. Me l'ero immaginata più bella, come nelle fiabe. Invece era proprio una casetta semplice. Però, piano piano, mia mamma l'ha sistemata». Dentro c'è soltanto l'indispensabile. «Una cameretta con il letto matrimoniale, il lettino con le sponde di mia sorellina e poi il mio letto. Anzi, io il letto non ce l'avevo neanche. Avevo due cavalletti e sopra un'asse. Poi c'era una porta che andava in cucina, se si può chiamare cucina. Un piccolo tavolino, un mobile con tre fornelli a gas. Per scaldarci avevamo sempre quella stufa rotonda a gas di piazza Matteotti. Corrente non ce n'era. Mamma aveva messo candele dappertutto. L'acqua andavamo a prenderla con i secchi in una roggia dentro la montagna. Scendeva limpida e gelata. Avevamo anche il nostro orticello. Tutti avevano l'orto. C'era chi teneva le galline, chi i conigli. C'erano famiglie con cinque, sei figli. Eravamo poveri, ma avevamo tutti la nostra dignità». Dopo il temporale del 1955 la casetta viene riparata. «Qualcuno in Comune disse che si doveva aiutare questa signora sola con due bimbe. Sono arrivati gli operai, hanno rifatto una parete che era rovinata dall'umidità. Poi hanno rifatto il tetto, questa volta come si doveva, e hanno pitturato la casa. E noi siamo tornate lì». La madre continua a lavorare senza sosta. E quando non può lasciare le bambine all'asilo Omni di viale Venezia, le porta con sé sul lavoro. «Ci svegliava alle quattro, alle quattro e mezza eravamo già fuori. Aveva degli uffici da pulire e dovevano essere pronti prima delle otto, quando arrivavano gli impiegati. Mi ricordo una banca in piazza Walther. C'era una scala che andava su e mia mamma mi dava la pezzetta per pulire la ringhiera. Io ero piccola, ma facevo quello che potevo». Anche la domenica era una giornata di lavoro. «Durante la settimana non aveva tempo di lavare le nostre cose. Allora la domenica era lì con la mastella, a fare il bucato a mano. Non si fermava mai». Si commuove. «Erano eroine. Eroine davvero. Donne abituate al sacrificio, alla responsabilità, all'amore per la famiglia». Poi la madre si ammala gravemente. Viene ricoverata in ospedale. «Noi a Bolzano non avevamo nessuno. Nostro papà era ancora bloccato giù al paese per lavoro. Morale: ci hanno mandate in collegio». Un ricordo che ancora oggi fa male. «Mi sono trovata lì, in uno stanzone, era buio pesto. Tutte queste bambinette nei lettini, una suora che diceva: venite, ci sono due nuove amiche. Ero stata catapultata in quel posto e non capivo niente. Le suore erano molto severe. Per mesi non ho più visto mia mamma, finché non si è ripresa ed è tornata prenderci»
Il "casermone" di viale TriesteVerso
il 1959-1960 il Comune assegna alla famiglia un alloggio nell'ex scuola militare (dei tempi del fascio), tra viale Trieste e via Napoli. Al Virgolo, le casette vengono abbattute per realizzare la statale. «Quel casermone per noi era oro. Ricordo corridoi lunghissimi e le porte scure delle aule. In ogni aula avevano messo una famiglia. Ti davano uno stanzone solo. Se avevi tre, cinque figli, ti arrangiavi. Chiamavano il carpentiere e facevano le divisorie di legno. Fissavano le assi al pavimento e alle pareti. Il pavimento era di piastrelline esagonali bordeaux». Dentro lo stanzone ogni centimetro deve essere utilizzato. «Avevamo la stufa a legna, il tavolo, il comò, le bacinelle per lavarci. Poi la camera dei genitori e quella di noi bambine. C'era una sola portafinestra e bisognava fare le divisorie in modo che arrivasse un po' di luce dappertutto». L'acqua è fuori dall'alloggio, come i servizi igienici. «C'era un vano enorme con tutti i lavandini. Andavamo lì a lavare i piatti, le pentole, a fare il bucato. E poi un'altra stanza con una fila di gabinetti alla turca, ognuno con la sua porta. Sulla porta c'era il nome della famiglia». La convivenza dura anni. Nei corridoi ritrova molte delle famiglie conosciute in via Piè di Virgolo. «C'erano anche famiglie che arrivavano dalle cantine e da altri posti. Tutta gente che aveva bisogno di una casa».
Finalmente una casa vera
La sistemazione definitiva arriva con un appartamento popolare in via dei Castagni, ad Aslago. «Quando siamo entrate lì, ci sembrava impossibile. Avevamo tre camere da letto, la cucina abitabile, un salottino, il bagno e perfino un secondo piccolo servizio. Non era grandissimo, ma per noi era una reggia. Dopo tutti quegli anni con i gabinetti fuori, con i lavandini in comune, avere tutto dentro casa era una cosa meravigliosa. Finalmente potevi chiudere la porta e stare tranquilla. Avevi tutte le comodità. Era casa tua. Vorrei soltanto che i ragazzi di oggi capissero. Non avevamo niente, ma non ci mancava la voglia di fare. Le nostre mamme lavoravano, facevano sacrifici, tiravano su i figli. Erano donne straordinarie. E ci hanno insegnato che si poteva essere felici anche con niente».


