Nella lingua quechua vuol dire ombelico. In realtà Cusco, la città più nota del Perù nel cuore delle Ande, sin dai tempi dell’impero inca è considerata il “centro” del mondo. Ma non solo del mondo terreno, bensì dell’intero universo. Cusco, da sempre, nel suo nome porta con sé il fascino del mito.
Ci sono arrivato la prima volta col treno dei campesinos, al termine di una lenta, ma fantastica, attraversata delle Ande e dopo aver lasciato all’alba Puno, sulle rive del lago Titicaca. Ai tempi, alla stazione di Cusco, che più che un terminale ferroviario era un autentico, affollatissimo, coloratissimo e concitato mercato, ero atteso da Pedro, una guida. Questi, senza tanto chiedermi come era andato il viaggio (che peraltro resta indimenticabile!), mi ha sollecitato a non perdere tempo perché, prima del tramonto, dovevamo andare a vedere… il puma. D’accordo che il puma e il condor sono i due animali simbolo del Perù e, ancor più, degli inca, ma onestamente – stanco com’ero – non avevo alcun interesse ad andare a vedere un animale da zoo. Sta di fatto che Pedro mi caricò su uno scoppiettante veicolo che anni prima pareva essere stato un’automobile e imboccò una stradina sterrata e sconnessa in salita. “Maledetto puma!”, pensai tra me e me.
Fatti pochi chilometri, arrivammo ben presto su un’ampia spianata erbosa a oltre 3.700 metri di quota (mille metri più in alto dello Stelvio!). Da lassù si poteva godere di un’impressionante visione d’insieme sulla sottostante ex capitale degli inca. Lì infatti, nemmeno 500 anni fa, i conquistadores spagnoli la cancellarono per imporre con il sangue le insegne del loro impero.
Ma il puma dov’è? “È davanti a te!”, esclamò con orgoglio Pedro, rispondendo alla mia domanda che non nascondeva una certa perplessità. “È Cusco stessa! Non vedi che la città ha la forma di un puma? E non vedi, proprio qui, proprio dietro di te, la sua testa con i suoi possenti denti sempre pronti a difenderla?”.
Quel luogo straordinario era Sacsayhuaman. Ovvero la fortezza che doveva difendere Cusco con le sue possenti mura, realizzate quasi fossero le fauci digrignanti dell’invincibile puma andino. Mura colossali che avrebbero dovuto salvaguardare il sovrano inca, il figlio di Inti, dio del sole, da ogni intruso. Ma che in realtà furono solo un’opera utopica.
Si tratta di tre cordonate gigantesche di pietre ciclopiche in porfido. I massi, del peso tra le 90 e le 120 tonnellate, alti anche 5 metri e spessi oltre due, sono impressionanti. Il manufatto sarebbe stato realizzato per volontà dell’imperatore inca Pachacute, il “riformatore del mondo”, agli inizi del XV secolo. Di fatto, l’imponente muraglia a tre piani, che segue un tracciato che indubbiamente rammenta la possente dentatura del puma, non è riuscita in alcuna maniera a salvare Cusco dalla furia dei soldati del sanguinario Francisco Pizarro, il conquistador.
A Sacsayhuaman resta però irrisolto un mistero: come è stata realizzata quella colossale cinta difensiva di pietra? I suoi giganteschi massi, spesso tagliati con più angoli (addirittura anche 12!), come sono stati incastrati l’uno accanto all’altro con quella precisione più che millimetrica? Tra le pietre, incredibilmente, non è possibile infilare nemmeno la lama di un coltello. Un miracolo costruttivo che trova un suo parallelismo nientemeno che nelle pietre di granito “tagliate” dagli antichi egizi oltre 4 mila anni prima.
Per gli archeologi, anche a Cusco non ci sono certezze. Lì, ieri come oggi, la foglia di coca aiuta a superare ogni difficoltà. Così qualcuno ha ipotizzato che per edificare Sacsayhuaman sarebbero stati impegnati, per almeno 70 anni, non meno di 20 mila schiavi inca. Senza certezze restano solo mistero, fascino e stupore. Lì, come anche a Machu Picchu o a Ollantaytambo, la fantasia vola. Vola al pari dello sguardo, ipnotizzato dal maestoso volo di un condor che volteggia alto nel cielo andino.

