È sorprendente che Christiane Ritter, nata nel 1897, e morta addirittura nel 2000, a 103 anni, non abbia scritto null’altro a parte “Una donna nella notte polare”, pubblicato per la prima volta nel 1938 e diventato un classico della letteratura di viaggio, tradotto in numerose lingue (ultima edizione italiana a cura di Keller, 2020, trad. Scilla Forti). Questa sorta di diario testimonia infatti di un talento per la scrittura pienamente maturo, unito ad una capacità di osservazione non comune.

Intendiamoci: in queste pagine non succede niente di davvero mirabolante. Quelli propensi ad annoiarsi subito farebbero bene a lasciarle stare. Al tempo stesso, però, esse raccontano un’esperienza assolutamente fuori dal comune. Nel 1934, infatti, Ritter lascia l’Austria, si imbarca su una nave da crociera dotata di ogni confort, e si fa sbarcare sulla costa della remota isola di Spitsbergen, la più grande dell’arcipelago delle Svalbard. Ad attenderla, lì, c’è il marito, che già da molto tempo vive e sverna a quelle latitudini, assieme ad un più giovane cacciatore e compagno d’avventura Karl. In questo luogo remoto e desolato, lontano dalla civiltà ma, durante l’inverno, anche da ogni altra forma di vita, o quasi, i tre trascorreranno assieme un anno. Venendo a patti con la solitudine, con il clima severissimo (anche -40°), la mancanza di proteine (quando si esauriscono le scorte di carne di foca accumulate durante la stagione estiva, e gli orsi tardano ad arrivare).

Non è chiaro che cosa abbia portato queste persone a vivere in un luogo tanto ostile, se non il fascino della natura incontaminata e della solitudine, lo stesso che altre persone, in epoche e luoghi diversi, hanno avvertito, finendo anche per scriverne (come Henry David Thoureau, autore del celebre “Walden, o la vita nei boschi”, mentre Christopher McCandless ha affidato involontariamente la sua storia, conclusasi tragicamente, a Jon Krakauer, nel celebre “Nelle terre estreme/Into the wild”). Per quanto riguarda il libro di Ritter, ciò che stupisce è la forza d’animo della protagonista, la sua capacità di adattamento, ma anche le sue doti di scrittrice, che si traducono in descrizioni nella vita nelle Svalbard sempre intense, vivide, efficaci. “Avverto una solitudine potentissima. – scrive all’inizio – Non c’è niente che mi somigli, nessuna creatura in cui possa riconoscermi, sento che i confini del io essere mi stanno sfuggendo in questa natura indomabile, e per la prima volta capisco il dono provvidenziale della compagnia altrui”.

Ma più tardi scrive anche: “(…) all’improvviso mi rendo conto che la civiltà soffre di una grave carenza di vitamine, perché non riesce ad attingere forze sufficienti da una natura sempre giovane e autentica”. E, quasi alla fine del suo soggiorno: “Ma le persone, laggiù in Europa, riescono davvero a immaginare la quiete e la bellezza intrinseche in questo regno glaciale, così selvaggio e mastodontico?”.

In rete si trovano alcune foto della capanna dove vissero i Ritter. Danno un’idea della solitudine in cui si trovarono immersi in quell’inverno del 1934-35, anche se oggi le stesse Svalbard sono diventate una meta turistica.