La natura è bella per i ricchi, non se devi lavorare come uno schiavo». A volte trovi in un romanzo una frase che illumina tutta l’opera. In “L’età fragile” di Donatella Di Pietrantonio, vincitore dello Strega 2024, e fra i libri più venduti dell’anno, ho trovato questa. Non che il romanzo descriva davvero un’esistenza di schiavitù, come quella a cui erano destinati i servi della gleba nel Medio Evo.

L’unico personaggio veramente tale è un servo pastore (in effetti è a lui che si riferisce la frase), importante nell’economia del racconto ma al tempo stesso, come personaggio in sé, piuttosto marginale.

Tuttavia è una frase indicativa perché parla di un certo tipo di natura, nella fattispecie la natura di montagna, in Abruzzo.

Il mare è a portata di mano.

Però le lusinghe alberghiere e i rifugi “stellati” sono lontani.

Questa è una montagna fatta di paesi tenacemente (tristemente?) uguali a se stessi, assai poco mondana, e al tempo stesso non del tutto al riparo dai maneggi speculativi.

Una montagna, infine, che custodisce un ricordo drammatico: un fatto di sangue avvenuto al Dente del Lupo, nei pressi di un campeggio rivelatosi una spericolata avventura imprenditoriale, destinata a naufragare. Protagoniste tre ragazze, una locale, le altre due provenienti da fuori, impegnate in una escursione.

Questo non è un giallo, non c’è un assassino da scoprire se non per il lettore, che segue il filo della memoria della narratrice.

La fonte d’ispirazione è una vicenda realmente accaduta, su cui Di Pietrantonio ha costruito però una storia di fantasia di portata più ampia.

Protagonista è Lucia, che per un caso fortuito quel giorno fatale aveva scampato il pericolo, forse la morte.

Ma che non ha dimenticato. La sua “età fragile” è rimasta laggiù, in quegli anni ormai lontani, o forse lassù, nel pascolo, nel ghiaione.

Al presente ci sono il lavoro di fisioterapista, un padre diventato anziano fra qualche reticenza, cantare in un coro, e soprattutto una figlia, Amanda.

Il confronto è innescato proprio dal ritorno a casa di Amanda, che aveva lasciato il paese per studiare a Milano.

Partita piena dell’entusiasmo sbrigativo e arrogante della sua età, torna cambiata, ferita.

Quasi una “hikikomori”, per prendere in prestito dal giapponese la parola che designa quei giovani che si ritirano da una società percepita come pericolosa o ripugnante per chiudersi nella propria camera.

In questo romanzo come anche in “Chi dice e chi tace” di Chiara Valerio, un altro titolo del 2024 che ho recensito qui, c’è indubbiamente la violenza dell’uomo sulla donna.

Ma non definirei “L’età fragile” un romanzo femminista.

A me di queste pagine è rimasto l’Appennino, i suoi paesaggi crudi, selvatici.

La tensione irrisolta fra il desiderio di andarsene, di lasciare i propri luoghi e scoprire se stessi nel mondo, e il bisogno di tornare, o di restare.

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