"Mi chiamo J.D. Vance e penso che dovrei iniziare con una confessione: trovo l’esistenza del libro che avete in mano piuttosto assurda. Ho trentuno anni e sono il primo ad ammettere di non avere realizzato nulla di particolare nella mia vita, perlomeno nulla che dovrebbe indurre un perfetto sconosciuto a sborsare dei soldi per leggerlo».
Se forse l’incipit di un qualsiasi romanzo autobiografico, non ci sarebbe nulla di davvero speciale in queste parole. Solo che l’autore è diventato una settimana fa il vicepresidente degli Stati Uniti. E il libro è uscito solo nel 2016, in Italia l’anno dopo, con il titolo “Elegia americana”, (Garzanti, trad. Roberto Merlini).
Questa è una delle poche volte che scrivo una recensione senza essere ancora arrivato all’ultima pagina. Ma mi sono sentito autorizzato a farlo perché, appunto, si sa come va “a finire”: il giovane bianco povero cresciuto nella cittadina industriale di Middletown, Ohio, da una famiglia originaria del Kentucky, ovvero dalla regione dei monti Appalachi, dopo essersi arruolato nei Marines, e dopo essersi brillantemente laureato a Yale, viene scelto da Donald Trump come suo vice.
Ovviamente però questo finale nel libro non c’è. Il memoir di Vance, in verità, non ha i toni della favola. È, invece, il ritratto, interessante, a tratti avvincente, di una parte dell’America che conosciamo poco, o che crediamo di avere conosciuto attraverso le canzoni di Springsteen. Un’America di origini irlandesi e scozzesi, che per generazioni ha faticato a sbarcare il lunario, fatta di grandi clan familiari, un’America dura, reazionaria, diffidente verso gli estranei, poco istruita, facile al bere e alla rissa, ma anche generosa, passionale. Quest’America negli anni 50 è migrata in massa nella cosiddetta Rust Belt, la regione più industrializzata degli Usa, dove ha trovato lavoro (in fabbrica), casa, servizi. A quest’America, tendenzialmente orientata verso il partito democratico, almeno fino alla presidenza Reagan, appartenevano anche i nonni di Vance, e poi i suoi genitori. Il ritratto che ne fa l’autore ha senza dubbio un sapore di verità. Lo stile del libro è molto classico, non c’è particolare ricercatezza formale, qui, non serve, Vance non è Ernaux. A conquistare è la materia in sé. Vance riesce nel difficile compito di raccontare i cosiddetti Hillbilly (“Hillbilly Elegy” è il titolo originario), ovvero i “montanari” degli Appalachi, con l’affetto che sente di dovere loro, ma senza fare sconti, quando si tratta di raccontare i loro vizi, la loro violenza o il loro lassismo. E riesce anche a raccontare in maniera efficace l’impoverimento che colpisce questi migranti interni che ad un certo punto pensavano di avercela fatta, e che negli anni 90 vengono presi nella morsa della globalizzazione: fabbriche che chiudono, centri commerciali che si svuotano, servizi pubblici che peggiorano, il dilagare delle dipendenze da droga e farmaci. Il collassare, nei giovani, del principio di realtà.
Da questo sfascio si origina, come noto, anche il successo di Trump (e quindi di Vance). Quel successo di cui ora, in Europa, cerchiamo di decifrare le origini, faticando a capire perché una popolazione impoverita abbia deciso di affidare il suo riscatto ad un multimiliardario prepotente e corrotto.
Elegia “montanara” di un futuro vicepresidente
11 novembre 2024 • 21:15

