Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiaggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l’una di queste tre cose avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d’animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d’animo ignobile e angusto”.
Ah, Leopardi! L’occasione per riparlarne è data dalla recente mini-fiction Rai di Sergio Rubini, che a me pare complessivamente ben fatta. Che all’attore a cui è affidato il compito di incarnare il grande poeta e intellettuale di Recanati, Leonardo Maltese, non sia stata applicata una gobba posticcia, mi sembra questione risibile. In questa nuova trasposizione cinematografica (che segue a “Il giovane favoloso” di Mario Martone del 2014) va apprezzato il Leopardi meno intimista, pienamente inserito nelle vicende del suo tempo, prima patriota e anti-austriaco, poi filosofo e poeta "puro", romantico e antiromantico assieme, vittima della censura clericale oltre che del padre dispotico e della salute cagionevole. La tesi che emerge con forza mi sembra questa: è difficile in ogni tempo per un artista dare corpo a una poetica radicalmente senza speranza. Alla fine, il mondo sembra sempre pretendere una posizione "costruttiva", un raggio di sole. Il Leopardi di Rubini è un maestro di coraggio, un precursore dell'esistenzialismo. Ed è il Leopardi non solo nei Canti ma nelle Operette Morali. Da una delle quali, “Dialogo di Tristano e di un Amico” (l’ultima delle 24 prose della raccolta, date definitivamente alle stampe a Napoli nel 1835) è tratta la lunga citazione con cui si apre questo articolo.
Le Operette sono la summa del pensiero filosofico leopardiano. Scritte tra il 1824 e il 1832, hanno per protagonisti personaggi immaginari e storici, tra cui Tasso, Parini, Copernico, e anche, come nel caso di Tristano, o dei filosofi neoplatonici Plotino e Porfirio, degli alter-ego dell’autore (potremmo parlare, oggi, di autofiction). I temi trattati sono quelli di Leopardi. La Natura, innanzitutto più che crudele indifferente ai bisogni e ai desideri dell’uomo, come quella che l’Islandese incontra e interroga al Capo di Buona Speranza prima di essere divorato da due leoni annoiati o forse sepolto da una tempesta di sabbia. Poi il suicidio, alternativa desiderabile ad una vita di sofferenze, alla cui tentazione però, sostiene Plotino, si dovrebbe resistere, per quel residuo di empatia e rispetto per gli altri che sopravvive anche nell’animo più tormentato. O l’illusione, che tale è, di un futuro migliore, di cui discute il Passeggere, altro alias di Leopardi, con il venditore di almanacchi. Ma soprattutto, la vanità dell’esistenza, che sempre ritorna, accompagnata spesso dalla noia.
Leopardi di solito lo si studia a scuola, lo si ricorda per il “pessimismo” e per quello squarcio di Idéal baudelairiano rappresentato da “L’Infinito”. Vale la pena riscoprire, in una delle tante edizioni oggi presenti nelle librerie, il suo rigore filosofico, la sua cupa ironia, la sua immaginazione, debitrice dei classici così come dei contemporanei ottocenteschi. E così viva anche oggi.
Ah, Leopardi! L’occasione per riparlarne è data dalla recente mini-fiction Rai di Sergio Rubini, che a me pare complessivamente ben fatta. Che all’attore a cui è affidato il compito di incarnare il grande poeta e intellettuale di Recanati, Leonardo Maltese, non sia stata applicata una gobba posticcia, mi sembra questione risibile. In questa nuova trasposizione cinematografica (che segue a “Il giovane favoloso” di Mario Martone del 2014) va apprezzato il Leopardi meno intimista, pienamente inserito nelle vicende del suo tempo, prima patriota e anti-austriaco, poi filosofo e poeta "puro", romantico e antiromantico assieme, vittima della censura clericale oltre che del padre dispotico e della salute cagionevole. La tesi che emerge con forza mi sembra questa: è difficile in ogni tempo per un artista dare corpo a una poetica radicalmente senza speranza. Alla fine, il mondo sembra sempre pretendere una posizione "costruttiva", un raggio di sole. Il Leopardi di Rubini è un maestro di coraggio, un precursore dell'esistenzialismo. Ed è il Leopardi non solo nei Canti ma nelle Operette Morali. Da una delle quali, “Dialogo di Tristano e di un Amico” (l’ultima delle 24 prose della raccolta, date definitivamente alle stampe a Napoli nel 1835) è tratta la lunga citazione con cui si apre questo articolo.
Le Operette sono la summa del pensiero filosofico leopardiano. Scritte tra il 1824 e il 1832, hanno per protagonisti personaggi immaginari e storici, tra cui Tasso, Parini, Copernico, e anche, come nel caso di Tristano, o dei filosofi neoplatonici Plotino e Porfirio, degli alter-ego dell’autore (potremmo parlare, oggi, di autofiction). I temi trattati sono quelli di Leopardi. La Natura, innanzitutto più che crudele indifferente ai bisogni e ai desideri dell’uomo, come quella che l’Islandese incontra e interroga al Capo di Buona Speranza prima di essere divorato da due leoni annoiati o forse sepolto da una tempesta di sabbia. Poi il suicidio, alternativa desiderabile ad una vita di sofferenze, alla cui tentazione però, sostiene Plotino, si dovrebbe resistere, per quel residuo di empatia e rispetto per gli altri che sopravvive anche nell’animo più tormentato. O l’illusione, che tale è, di un futuro migliore, di cui discute il Passeggere, altro alias di Leopardi, con il venditore di almanacchi. Ma soprattutto, la vanità dell’esistenza, che sempre ritorna, accompagnata spesso dalla noia.
Leopardi di solito lo si studia a scuola, lo si ricorda per il “pessimismo” e per quello squarcio di Idéal baudelairiano rappresentato da “L’Infinito”. Vale la pena riscoprire, in una delle tante edizioni oggi presenti nelle librerie, il suo rigore filosofico, la sua cupa ironia, la sua immaginazione, debitrice dei classici così come dei contemporanei ottocenteschi. E così viva anche oggi.

