Ho aspettato un po’ a recensire l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, “Settembre nero” (La Nave di Teseo), uno dei più importanti del 2024 italiano.

L’ho lasciato riposare, sono andato a sentirmi Veronesi che lo presentava. Mi sono letto le altre recensioni, generalmente tutte positive, ma non vuol dire nulla, Veronesi è un mostro sacro della nostra scena letteraria.

Tuttavia, ancora non so dire esattamente se mi è piaciuto tanto o poco. Perciò, ecco qua le mie riflessioni.

La prima è piuttosto critica: trattasi dell’ennesimo romanzo di formazione italiano che ha per ambientazione una località di vacanza marina, non Rimini, perché sarebbe troppo plebeo, ma la Versilia, e per protagoniste due famiglie medio-borghesi con tanto di barca e villa privata, insomma, più o meno le stesse che abbiamo trovato ne “Il cardellino”.

Romanzo di formazione, dicevo, che mette al centro due personaggi, il narratore, un ragazzo dodicenne, e la figlia dei suoi vicini di ombrellone, che invece di anni ne ha uno in più, è stata in Inghilterra, conosce la musica che conta in quel lontano 1972, da Cat Stevens ai Led Zeppelin a Bowie, è, insomma, a tutto gli effetti più matura di Gigio, che si balocca ancora con le figurine.

Il resto sono dettagli: che la madre di Gigio sia irlandese, che la madre di Astel, la ragazzina, sia etiope, che questo sia l’anno delle Olimpiadi insanguinate dal terrorismo di matrice palestinese, e così via. Quindi, romanzo certamente ben scritto, condito da un colpo di scena tardivo ma notevole.

Però, visto e stravisto.

Un altro modo per dirlo sarebbe questo: Veronesi voleva scrivere di questa Linea d’ombra che è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dalle figurine Panini ai primi baci, al primo amore.

Voleva farlo costruendo una narrazione delicata e piena di sentimento, centrata sul punto di vista del protagonista (il narratore, Gigio), e che sfocia in un colpo tremendo, da cui ci si può risollevare solo armandosi di pazienza e costruendo sulle rovine (come recita il testo di “Immigrant song” degli Zeppelin, canzone più volte evocata nel romanzo).

Non c’è niente di nuovo in questa storia, rispetto ad altre prove di Veronesi, compresa la scoperta della vita segreta dei genitori da parte dei figli: in “La forza del passato”, che nel 2000 vinse il Campiello, la scoperta era nientemeno che il padre del protagonista era stato una spia russa.

Ma il romanzo funziona e commuove, oltre ad essere un perfetto Bignami dei primi anni 70, forse persino fin troppo preciso (tutti quei dettagli, soprattutto sportivi, sono ami lanciati al lettore di una certa età, l’unico a cui i nomi di Bitossi o Dionisi possono dire qualcosa).

Ecco, insomma. Scegliete il punto di vista che più vi aggrada.

Io, che sono un sentimentale, devo dire che per due terzi del romanzo ero piuttosto spazientito, ma nel finale una lacrima l’ho spesa.

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