Scusate se torno su “Jane Eyre”, il romanzo fintamente autobiografico di Charlotte Brontë, di cui ho scritto un paio di settimane fa. Del resto, questi grandi classici sono fonte di inesauribili riflessioni, e non smettono mai di interrogarci (e chissà se lo faranno in futuro i classici di oggi, come il ciclo de “L’amica geniale” o “Il nome della Rosa”, noi speriamo di sì). La riflessione che vi propongo è sullo sfondo sociale su cui si proiettano questo e altri romanzi vittoriani. Jane Eyre è un’eroina che combatte strenuamente non solo contro il destino avverso (è orfana, ed è stata adottata di malavoglia da una zia crudele) ma anche contro le sue umili origini, anche se chi ha letto il libro sa che in fondo del tutto umili non sono. Dopo varie peripezie, dalla casa della matrigna ad un collegio pessimamente gestito, fino alla casa dei nobili Rochester, dove dovrebbe convolare a nozze con il Landlord ma viene da questi terribilmente delusa, la protagonista (che racconta la sua storia in prima persona, da qui alla definizione finzionale di autobiografia apposta nella prima edizione del romanzo) approda in una casa nella brughiera, dimora del curato anglicano John Rivers, e delle sue due figlie. Qui Jane dice, ad un certo punto: “Mi auguro soltanto che qualche vero filantropo mi metta in condizione di trovare un lavoro ch’io possa fare…”.
L’era in cui vissero le Brontë, la metà dell’800, è quella della rivoluzione industriale e dei conflitti di classe che trascinava con sé. Anche attorno al piccolo borgo di Haworth, dove le Brontë sono vissute, si erano affacciati questi conflitti, nelle numerose filande sorte in seguito alla diffusione del telaio meccanico. Tuttavia, spesso nella letteratura dell’epoca compaiono elementi molto distanti dalla lotta di classe: la filantropia, un’adozione fortunata o qualche forma di eredità o vitalizio risolvono i problemi esistenziali dei protagonisti. A parlare di lotta di classe è, in quello stesso periodo, il marxismo, che affida l’emancipazione dei poveri ad un progetto rivoluzionario. Negli stessi anni in cui viene scritto Jane Eyre, Engels scrive la sua opera prima sulla situazione operaia in Inghilterra, e la scrive non lontano dalla brughiera delle Brontë, a Manchester. Va detto che, laddove lo si è realizzato, il progetto rivoluzionario non ha portato come noto all’emancipazione delle classi subalterne. Accanto ad esso è cresciuta però anche una visione diversa, riformista, del confitto sociale, da cui si sono originate le moderne forme di welfare. Un welfare che non si basava sulla generosità dei ricchi, sulla filantropia, né sulla mano invisibile del mercato, ma sull’azione riformatrice dello Stato.
Anche lo Stato sociale ad un certo punto, a partire dagli anni 80 del secolo scorso, è entrato in crisi, e l’ondata neoliberista, che ha promosso l’arretramento del welfare e la privatizzazione dei servizi, sembra oggi in qualche modo riportarci alla visione di certi autori vittoriani, che magari denunciavano la povertà e le diseguaglianze sociali ma poi affidavano il loro superamento alla buona volontà dei filantropi (a dio piacendo). O forse neanche questo: Patrick Brontë, il padre delle sorelle scrittrici, curato anglicano di Haworth, era un Tory, ma era anche un fiero sostenitore dell’istruzione come leva di promozione sociale (lui stesso ne aveva beneficiato, potendo frequentare l’università grazie a borse di studio). Non si può dire lo stesso di tanti conservatori odierni, che, soprattutto negli Usa, attraverso la privatizzazione del sistema scolastico, promuovono invece un modello di società sempre più “spaccata” e diseguale. Chi racconta tutto questo, oggi? Ne parleremo nelle prossime puntate di questa rubrica.

