La sconfitta dell’Occidente” del francese Emmanuel Todd (Fazi, settembre 2024, trad. Alessandro Ciappa e Michele Zurlo) ha i toni di un pamphlet putiniano mascherato da testo scientifico (leggasi politologico). Al tempo stesso, ha il fascino di tutte le tesi onnicomprensive, che si propongono di spiegare in maniera organica l’insieme dei cambiamenti che avvengono nel mondo, a partire dalle guerre. Molte delle questioni che pone sono reali e urgenti, anche se non se ne condivide la lettura: il fallimento – meglio, l’autogol, dal punto di vista occidentale – della globalizzazione, il dissolvimento degli Stati-Nazione, specie in Europa, a fronte della tenuta di quelli che definiamo “sovranisti” (Russia in primis), la diffidenza suscitata nel resto del mondo da un Occidente che ha ancora la pretesa di essere l’unico depositario di Valori Insindacabili, le responsabilità della Nato nel conflitto ucraino (ne aveva già parlato il Papa). Cose note, insomma, spesso relegate dai nostri media ai margini del dibattito, perché attribuite al “pensiero cattivo” (rosso-bruno, sovranista e così via). Il merito di Todd è di arricchirle con una quantità di dati, che spaziano dal campo dell’economia e quello della demografia. L’autore non a caso dichiara orgogliosamente di rifarsi a Marx e Max Weber.
Più ardite sono altre tesi disseminate in queste pagine: ad esempio, quella che riconduce la sconfitta dell’Occidente alla caduta, anzi alla disintegrazione, del Cristianesimo e in particolare dell’etica protestante delle origini (il richiamo a Weber è esplicito), da cui trarrebbero origine l’individualismo e il nichilismo dell’America contemporanea, e con lei dei suoi alleati.
Altre considerazioni ancora, buttate lì un po’ a caso, fanno sembrare un moderato il più radicale dei conservatori nostrani. Ho trovato particolarmente imbarazzante la facilità con cui Todd liquida la questione transgender, considerata un’espressione del nichilismo occidentale contemporaneo: “La genetica ci dice che non si può trasformare un uomo (cromosoma XY) in una donna (cromosoma XX) e viceversa. Pretendere di farlo significa affermare il falso…”.
La (post) modernità da decenni ormai ci ha insegnato che l’identità, sia essa sessuale o di altro genere, si costruisce e ricostruisce continuamente. Che le persone in una società aperta dovrebbero essere libere di cambiare, di sperimentare, di inventarsi. Ovviamente si possono negoziare continuamente i confini di questa libertà. Ma ricondurre l’identità a fattori puramente deterministici come il corredo genetico (vale anche per i migranti che aspirano alla cittadinanza italiana?) significa di fatto sposare le tesi delle destre estreme.
Todd è noto per avere previsto, in passato, cioè fin dai lontani anni 70, la caduta del comunismo sovietico. Va detto che nelle interviste che sta rilasciando anche ora, dopo l’uscita di questo nuovo libro, non se n’è mai vantato eccessivamente.
La passione con cui affronta la materia è evidente. Resta la difficoltà, per lo meno nel lettore “progressista” (qualsiasi cosa significhi oggi questa parola) di giudicare tesi come quella per la quale lo sviluppo dell’istruzione superiore è uno dei fattori che determinano maggiormente la crisi dell’egualitarismo, del sentimento di appartenenza a una comunità fondato sulla religione e l’ideologia. Tutti pensiamo che l’innalzamento del livello d’istruzione sia un bene, no? Certo, è verissimo che più una società è complessa, stratificata, istruita, più difficile è tenerla assieme con il dogma religioso e la pressione esercitata dal gruppo sugli individui. Ed è altrettanto vero che la modernità trascina con sé il pericolo del vuoto di norme e valori condivisi, ovvero dell’anomia (già lo aveva detto efficacemente Durkheim). Ma: e con questo? Abbiamo forse qualcosa da imparate dalle società totalitarie e/o teocratiche?
Più ardite sono altre tesi disseminate in queste pagine: ad esempio, quella che riconduce la sconfitta dell’Occidente alla caduta, anzi alla disintegrazione, del Cristianesimo e in particolare dell’etica protestante delle origini (il richiamo a Weber è esplicito), da cui trarrebbero origine l’individualismo e il nichilismo dell’America contemporanea, e con lei dei suoi alleati.
Altre considerazioni ancora, buttate lì un po’ a caso, fanno sembrare un moderato il più radicale dei conservatori nostrani. Ho trovato particolarmente imbarazzante la facilità con cui Todd liquida la questione transgender, considerata un’espressione del nichilismo occidentale contemporaneo: “La genetica ci dice che non si può trasformare un uomo (cromosoma XY) in una donna (cromosoma XX) e viceversa. Pretendere di farlo significa affermare il falso…”.
La (post) modernità da decenni ormai ci ha insegnato che l’identità, sia essa sessuale o di altro genere, si costruisce e ricostruisce continuamente. Che le persone in una società aperta dovrebbero essere libere di cambiare, di sperimentare, di inventarsi. Ovviamente si possono negoziare continuamente i confini di questa libertà. Ma ricondurre l’identità a fattori puramente deterministici come il corredo genetico (vale anche per i migranti che aspirano alla cittadinanza italiana?) significa di fatto sposare le tesi delle destre estreme.
Todd è noto per avere previsto, in passato, cioè fin dai lontani anni 70, la caduta del comunismo sovietico. Va detto che nelle interviste che sta rilasciando anche ora, dopo l’uscita di questo nuovo libro, non se n’è mai vantato eccessivamente.
La passione con cui affronta la materia è evidente. Resta la difficoltà, per lo meno nel lettore “progressista” (qualsiasi cosa significhi oggi questa parola) di giudicare tesi come quella per la quale lo sviluppo dell’istruzione superiore è uno dei fattori che determinano maggiormente la crisi dell’egualitarismo, del sentimento di appartenenza a una comunità fondato sulla religione e l’ideologia. Tutti pensiamo che l’innalzamento del livello d’istruzione sia un bene, no? Certo, è verissimo che più una società è complessa, stratificata, istruita, più difficile è tenerla assieme con il dogma religioso e la pressione esercitata dal gruppo sugli individui. Ed è altrettanto vero che la modernità trascina con sé il pericolo del vuoto di norme e valori condivisi, ovvero dell’anomia (già lo aveva detto efficacemente Durkheim). Ma: e con questo? Abbiamo forse qualcosa da imparate dalle società totalitarie e/o teocratiche?

