A complete unknow”, il film su Bob Dylan diretto da James Mangold, con Timothée Chalamet nei panni dell’artista, che ha ricevuto otto candidature ai premi Oscar, ha il merito di raccontare in maniera avvincente uno dei capitoli più importanti della cultura popolare della seconda metà del XX secolo. E di farlo sia a chi all’epoca, in qualche modo “c’era”, sia alle generazioni che sono venute dopo, comprese quelle più recenti, che di questi argomenti sanno probabilmente poco.

Il film copre il periodo che va dall’arrivo di un giovanissimo Dylan sulla scena folk di New York, siamo nel 1961, fino alla svolta elettrica del Folkfestival di Newport del luglio 1965, ed è tratto dal libro di Elijah Wald “Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica” (Vallardi), ma racconta episodi che per gli amanti del genere sono da tempo leggendari: le visite di Dylan all’ospedale nel New Jersey dove era ricoverato Woody Guthrie, il suo mito assoluto, fonte inesauribile di ispirazione per la scena folk-revival del Village dei primi anni 60 , la registrazione di “Like a Rolling Stone” negli studi della Columbia, con l’exploit di Al Kooper all’organo Hammond, e ovviamente l’esibizione rock di Newport, che fece scandalo, perché i puristi del folk consideravano il rock una musica commerciale e per ragazzini. Grazie a Dylan (e non solo a lui, ovviamente, ma lui fece la differenza, visti i testi che scriveva, e che nel 2016 gli hanno valso il Nobel per la letteratura), il rock divenne un genere pienamente adulto, qualcosa che oggi possiamo ascrivere alle forme d’arte del XX secolo.

Il film di Malgold, che nel 2005 aveva girato un biopic sulla figura di Johnny Cash, ha molti meriti. Intanto, spiega tutto questo abbastanza chiaramente anche a chi non c’era o non ne ha mai sentito parlare. Il Greenwich Village, la crisi di Cuba, la scena artistica di quegli anni, che nasce nei piccoli locali “off” e poi conquisterà gli stadi (che nel film non si vedono). Poi, valorizza uno Chalamet in stato di grazia, che evidentemente si era preparato a lungo per vincere questa sfida: il suo Dylan è convincente ed empatico anche nei suoi aspetti spigolosi, sfuggenti o addirittura respingenti. C’era motivo di temere un personaggio troppo schizofrenico o amletico, ma non è così: Il giovane Dylan risulta tormentato “il giusto”, un artista che vuole esprimersi ed ottenere successo ma che malsopporta la fama e le costrizioni che ne derivano.

Chalamet, inoltre, canta tutte le canzoni di Dylan della colonna sonora: innumerevoli artisti hanno coverizzato l’autore di “Blowin’ in the Wind” ma l’impresa rimane comunque ad alto rischio, soprattutto se si deve rimanere fedeli all’originale. Di nuovo, prova perfettamente superata.

Al centro del film c’è anche la doppia relazione che Dylan tiene in piedi in quegli anni con Suze Rotolo (che ad un certo punto vediamo partire per Roma, ma noi sappiamo che in realtà andava a Perugia, per un soggiorno-studio estivo all’Università per stranieri) e Joan Baez. Il tutto è trattato con delicatezza e rispetto per i coinvolti, senza indulgere in particolari pruriginosi o eccessi di sentimentalismo, nonostante qualche inevitabile concessione allo storytelling. Anche questo è un merito da ascrivere al film, ma più ancora forse ai suoi protagonisti.

Solo un paio di appunti. In qualche situazione, forse per volontà dello stesso Dylan, si sono smussati gli spigoli. Un personaggio come quello di Bob Neuwhirt è noto fosse molto aggressivo, perlomeno in quel periodo (il film di Todd Haynes “Io non sono qui” lo racconta bene). Qui sembra a volte un onesto cavalier servente di Dylan. Manca inoltre l’altro “gigante” della scena culturale della New York di quegli anni, Andy Warhol: e in fondo è patrimonio comune che “Like a Rolling Stone” sia ispirata alla figura di Edie Sedgwick, la più celebre, e tragica, superstar della Factory warholiana. In compenso Pete Seeger ha molto spazio e ne esce benone, mentre di Suse/Sylvie poteva essere sottolineata con maggior vigore l’intelligenza e la cultura, molto vasta per la diciassettenne che era quando incontrò Bob.

Ma sono dettagli. Chi scrive ha visto Dylan dal vivo nel primo concerto ufficiale che tenne in Italia (se si esclude la “leggendaria” esibizione al Folkstudio di Roma, mai veramente confermata), il 28 maggio 1984 all’Arena di Verona, dove suonò dopo Carlos Santana. Considera insomma Dylan un po’ come un “amico immaginario”, i cui versi lo hanno accompagnato nell’arco di quasi tutta la vitae può solo sperare che altri, più giovani, possano oggi interessarsi a lui e agli eventi di quell’epoca ormai lontana. Anche se i tempi, sì, sono definitivamente cambiati.