Mattarella, una bella vittoria e una grande sconfitta



Hanno vinto il presidente che sembrava perduto e il buonsenso che sembrava perduto. Ha perso la politica: incapace di intese, di accordi alti, di rinnovamento, di reali connessioni con un Paese che è profondamente cambiato e che è stremato da una crisi sanitaria, economica e sociale che non ha precedenti. Più che l’elezione di un presidente (e l’implicita conferma dell’altro) quella che è uscita ieri sera dalle urne di Montecitorio è l’ennesima pagina del Gattopardo. Ancora una volta tutto cambia perché nulla cambi. Per il Parlamento, quella di ieri, è infatti una nobile sconfitta. Nobile per un risultato finale che merita comunque, se non un applauso, almeno un sospiro di sollievo. Ma resta una sconfitta, perché l’esito finale dimostra quanto la politica sia ormai capace solo di veti e non di voti.
Che per due volte consecutive si chieda all’inquilino del Colle di fermarsi alla guida dello Stato oltre i 7 anni previsti dalla Costituzione e dalla logica, è infatti semplicemente incredibile. Sia chiaro: il tandem Mattarella-Draghi è una garanzia assoluta: in Italia, in Europa, nel mondo. Ma il primo, che il 23 luglio ha compiuto 80 anni, aveva in tutti i modi fatto capire che non aveva intenzione di forzare la Costituzione per trattenersi anche un solo minuto in più al Quirinale. E il secondo, che il 3 settembre di anni ne compirà 75, resta un tecnico prestato alla politica, un tecnico che nemmeno la maggioranza che lo sostiene ha saputo portare al Quirinale, un tecnico - ancora - che esce comunque molto indebolito dal balletto destabilizzante delle ultime ore. Auguriamoci che l’ottimo tecnico porti a termine il suo lavoro come ha fatto fino a oggi, ma la politica - tutta - smetta di chiedersi come mai gli elettori disertino le urne, come mai a Roma, il 16 gennaio, solo 11 elettori su cento siano andati a votare alle suppletive, come mai nel Paese crescano il dissenso e la sfiducia.
Se quello di questi giorni era un esame importante - e indubbiamente lo era -, ebbene i parlamentari non l’hanno certo superato. Ne sono anzi usciti con le ossa rotte. Ripeto: la soluzione è ottima. E va ringraziato chi ha capito per tempo che per salvarsi bisognava aggrapparsi di nuovo a Mattarella e di fatto anche a Draghi, che peraltro sperava davvero di spostarsi da un palazzo all’altro. Ma chi ha ancora una volta congelato il presente, da oggi, che credibilità avrà quando parlerà ad esempio di riforme o di nuova legge elettorale? Non potranno certo pensare a tutto Mattarella e Draghi.
 

















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