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Nina Horaczek, caporedattrice del settimanale viennese Falter, presentando il suo nuovo libro Kickl beim Wort genommen (Kickl preso di parola) lo ha definito “il politico più rozzo del Paese”.
Nel libro Horaczek ha raccolto e analizzato le dichiarazioni di Herbert Kickl, il leader del Partito della Libertà Austriaco ( FPÖ), a proposito di rifugiati, istruzione, dittatura sanitaria, diritti umani e della stampa, Turchia e Ucraina, in modo che nessuno, dopo le elezioni politiche di ieri, potesse dire di non aver saputo cosa Kickl avesse in mente.
Nessuna intenzione di diffamarlo, ma solo di mostrare il carattere e l’ideologia populista di destra che il politico sulla cresta dell’onda e il suo partito rappresentano. Kickl ha portato l'FPÖ, l'estrema destra austriaca , a livelli prima inimmaginabili di consensi nonostante una storia di scandali e controversie. Come politico non è quello che si può definire una figura affascinante, ma ha saputo sfruttare abilmente le ansie degli elettori austriaci per quanto riguarda l'immigrazione, la guerra in Ucraina, pandemia e vaccini.
Il 55enne carinziano, che non è carismatico come l’ex leader Joerg Haider, né forte come il suo predecessore Heinz-Christian Strache, si è costruito soprattutto dietro le quinte come ideologo di lunga data del partito. Sotto la sua guida l'FPÖ ha rapidamente recuperato le posizioni perse dopo una serie di scandali di corruzione. Da quando è entrato in carica nel 2021, il Partito della Libertà Austriaco è salito nei sondaggi pre-elettorali al 27% circa, tre anni fa era al 18%. Ha cavalcato abilmente il malcontento per l'aumento dell'inflazione e ha tratto profitto dal calo di popolarità della coalizione di governo dei conservatori e dei verdi.
A proposito della guerra in Ucraina ha criticato le sanzioni dell'UE contro Mosca e ha sostenuto che l'Austria dovrebbe rimanere neutrale. Alle elezioni europee di giugno l'FPÖ ha portato a casa oltre un quarto dei voti. Ma chi è Herbert Kickl? Politico di professione, ha studiato filosofia, storia, giornalismo e scienze politiche senza terminare gli studi universitari prima di iniziare a lavorare per l'FPÖ nel 1995. Della sua vita privata si sa molto poco, si sa che è sposato e che ha un figlio, che è un appassionato di sport estremi, ma per il resto ha sempre tenuto un profilo molto basso. Il suo elettorato, deluso dagli appariscenti predecessori, sembra aver apprezzato anche questo tratto, oltre che il suo comportamento diligente. Ma questa immagine “senza pretese” contrasta con la sua virulenta retorica che Kickl utilizza con grande abilità contro gli avversari politici. Non si è fatto remore di definire presidente Alexander Van der Bellen “una mummia senile”. Rozzo, come dice la Horaczek, sempre pronto a screditare chi la pensa diversamente, Kickl per tutta la durata della campagna elettorale ha evitato interviste e dibattiti, accusando i media di “mancanza di obiettività”. Come l’AfD in Germania, ha invece puntato tutto sui social media.
E proprio sui social lo scorso anno ha scatenato una tempesta con un video in cui sosteneva una teoria cospirativa estremista secondo cui gli immigrati starebbero sostituendo gli europei di pelle bianca. Il video mostrava anche il balcone viennese da dove Adolf Hitler tenne il suo discorso quando tornò in patria in trionfo dopo l’Anschluss , l’annessione dell'Austria da parte dei nazisti nel 1938. L’FPÖ è stato fondato nel 1956 da Anton Reinthaller, politico con un’importante carriera tra le fila dei nazisti, e Kickl ha spesso utilizzato termini che ricordano il passato del partito, definendosi anche il futuro “Volkskanzler” (cancelliere del popolo), come veniva definito Hitler negli anni Trenta anche nei discorsi del ministro della Propaganda Joseph Goebbels .«È una provocazione ben mirata con due obiettivi: far parlare di sé e inviare segnali molto chiari» alle frange più radicali del partito, ha commentato la Horaczek.
Kickl da parte sua nega che “Volkskanzler” sia un riferimento al nazismo, insistendo sul fatto che diversi politici hanno rivendicato il termine in passato, ma il leader del partito anti-establishement non ha mai fatto mistero della sua vicinanza ai gruppi estremisti, esprimendo, anzi, il suo sostegno al Movimento Identitario già nel 2016. E non ha neppure fatto mistero del suo appoggio a idee come quella della “remigrazione” dell'estrema destra, che prevede l'espulsione delle persone di origine etnica non europea che non si sono integrate. Quando era ministro degli Esteri, in una conferenza stampa nel gennaio 2018, fece scalpore con l’idea di tenere i richiedenti asilo “concentrati in un unico luogo”, per i media austriaci ed esteri la scelta delle parole era indiscutibilmente un’allusione alla terminologia nazista. Se ne parlò a lungo. E si è parlato molto anche della sua apparizione, lo scorso anno, in una campagna di affissioni con addosso un parka verde dal look militare, accompagnato dallo slogan “Fortezza Austria - chiudere le frontiere, garantire la sicurezza”. Per queste elezioni ha cambiato outfit ma ha mantenuto lo slogan.


