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C’è un numero che dovrebbe far riflettere più di qualsiasi record di temperatura: 9800. Tante sono, secondo le stime del Robert Koch Institut (RKI), le persone morte in Germania per cause legate al caldo fino alla metà di luglio. Non alla fine dell’estate, ma quando manca ancora oltre un mese alla sua conclusione. Un dato che supera già il totale registrato in ciascun anno dell’ultimo decennio: nel 2018, finora l’anno peggiore, le vittime erano state circa 9.000 nell’intero anno.
Quella in corso non è un’estate semplicemente "più calda", è l’estate più letale. Il RKI attribuisce oltre 5.000 decessi alla sola ondata di calore che ha investito la Germania nella seconda metà di giugno, quando in molte località si sono superati i 40 gradi. Tra l’inizio di aprile e il 12 luglio le vittime stimate erano già 7.900; nella sola settimana successiva se ne sono aggiunte altre 1.900. Sono cifre che raccontano meglio di qualsiasi slogan come il cambiamento climatico abbia ormai smesso di essere soltanto una questione ambientale ed è diventato un problema di salute pubblica.
Le statistiche del Robert Koch Institut mostrano anche chi paga il prezzo più alto. Oltre 5.400 vittime avevano almeno 85 anni; altre 2.460 appartenevano alla fascia tra i 75 e gli 84 anni e 1.260 avevano tra i 65 e i 74 anni. Ma sarebbe un errore pensare che il caldo riguardi solo gli anziani: 630 persone avevano meno di 65 anni.
Nella maggior parte dei casi non è il colpo di calore a provocare direttamente la morte, bensì la combinazione tra temperature estreme e patologie preesistenti. Il caldo, insomma, non è soltanto un disagio. È un fattore di rischio che aumenta la mortalità. Lo stesso RKI osserva che le settimane con una temperatura media superiore ai 20 gradi registrano sistematicamente un numero di decessi significativamente più elevato rispetto alle settimane estive più fresche.
Di fronte a questi numeri, in Germania si è riaperto il dibattito sulle misure di protezione. I Verdi hanno chiesto maggiori investimenti nella climatizzazione di ospedali, case di riposo e asili, mentre medici e associazioni del settore denunciano come molte strutture siano ancora impreparate ad affrontare ondate di calore sempre più frequenti. Dal governo federale, invece, è arrivata una risposta prudente: il ministro dell’Ambiente Carsten Schneider ha ricordato i piani per ridurre le emissioni, rimandando però ai Länder e ai Comuni la responsabilità di predisporre i piani di protezione dal caldo. Una posizione che non convince tutti. «Il caldo estremo non è più un evento eccezionale, ma una delle più grandi sfide sociali e sanitarie del nostro tempo», ha dichiarato Michaela Engelmeier, direttrice della SoVD (Sozialverband Deutschland), una grande associazione tedesca che tutela i diritti sociali, «e persone anziane, chi necessita di assistenza, le persone con disabilità, i malati cronici, i bambini e gli operatori sanitari e sociali, dipendono in modo particolare da una protezione efficace». E ha aggiunto: «il governo federale non può continuare a scaricare questa responsabilità sui Länder, sui Comuni o sui singoli gestori delle strutture».
È difficile darle torto. Per anni abbiamo parlato di cambiamento climatico pensando soprattutto ai ghiacciai che arretrano, alle emissioni, agli accordi internazionali.
Oggi il conto arriva direttamente negli ospedali, nelle case di riposo e nelle statistiche demografiche. Le vittime non sono il simbolo di un futuro lontano: sono il prezzo che l’Europa sta già pagando. Anche l’Alto Adige non può permettersi di osservare questi dati come se riguardassero altri. Le estati sono sempre più lunghe, le notti tropicali non sono più un’eccezione nemmeno nelle vallate alpine e la popolazione invecchia. La domanda, quindi, non è se arriverà la prossima ondata di calore. È se saremo preparati quando arriverà.


