È stato come assistere a un incidente automobilistico al rallentatore: mercoledì il governo della coalizione ”semaforo” è andato a sbattere contro il muro verso cui era lanciato da tempo. Un impatto disastroso che era ampiamente previsto, si trattava solo di capire quale sarebbe stato il momento. Un’amara fine della giornata iniziata con la vittoria schiacciante di Donald Trump nelle elezioni USA, che la leadership tedesca sperava non avvenisse. Lo schianto del governo tedesco è avvenuto mercoledì in serata, quando Olaf Scholz ha licenziato il suo ministro delle Finanze, Christian Lindner, con una mossa che ha portato alla crisi di governo. I due eventi, la crisi di governo tedesca e il risultato delle elezioni americane, hanno un collegamento.

Il governo di Olaf Scholz è imploso a causa delle fondamentali differenze di opinione tra i membri della coalizione semaforo su come rianimare l'economia del Paese che è in enorme difficoltà e che viaggia sull’orlo della recessione per il secondo anno consecutivo. Due dei tre partiti della coalizione, i socialdemocratici (SPD) e i Verdi, volevano riprodurre in Germania il percorso di prestiti e spese intrapreso dagli USA, che favorisce certe industrie, un approccio che ha stimolato la crescita economica ma ha anche fatto impennare i livelli di debito pubblico.

Per il ministro dell'Economia Robert Habeck (Verdi) in tempi di instabilità come quelli attuali la Germania deve riportare in patria le industrie strategiche, costi quel che costi. E, sempre secondo Habeck - che nel frattempo è stato confermato candidato alla cancelleria dal suo partito – i posti di lavoro che si creeranno saranno un antidoto al populismo (cosa che il risultato delle elezioni USA ha dimostrato che non è proprio così). Habeck e Scholz hanno concesso sussidi multimiliardari alle fabbriche di chip e ai produttori di batterie, ma finora nessuna di queste scommesse ha dato i risultati auspicati. I liberali FDP guidati da Christian Lindner vogliono invece tagli alla spesa pubblica, tasse più basse e meno regolamentazione, in modo che l'economia nel suo complesso possa riprendersi, mantenendo basso il debito pubblico. Lindner sostiene che non è compito del governo “scegliere i vincitori”, ma che dovrebbe invece creare le condizioni affinché i vincitori emergano dal settore privato attraverso l'innovazione e la concorrenza.

L'elezione di Trump, che ha già sbandierato il voler imporre dazi del 20% sui prodotti importati dall’Europa, ha reso la discussione sulla direzione economica che la Germania deve prendere per il futuro ancora più urgente. Gli USA sono il principale mercato per i prodotti tedeschi al di fuori dell'UE, con vendite pari a 160 miliardi di euro (2023). A trarre benefici dalle vendite in America sono soprattutto i grandi player dell'industria automobilistica e farmaceutica. Se Trump dovesse effettivamente applicare i dazi minacciati ai prodotti d’importazione, secondo gli economisti tedeschi la Germania potrebbe vedere un calo del 15% degli affari in America.

Per Volkswagen, BMW e le altre case automobilistiche, che già hanno subito il crollo delle vendite in Cina, il futuro è tutt’altro che roseo. Secondo l’economista Moritz Schularick, presidente del Kiel Instituts für Weltwirtschaft (IfW), la vittoria di Donald Trump rappresenta “l'inizio del momento economico più difficile nella storia della Repubblica Federale di Germania”. Nell'annunciare il licenziamento di Lindner mercoledì sera, Scholz ha sottolineato l’intenzione di voler dare soldi all'industria automobilistica per garantire che possa mantenere i posti di lavoro.

Non è quindi una sorpresa che le principali lobby industriali lo abbiano ampiamente sostenuto. Le industrie siderurgiche e chimiche contano sul fatto che il governo paghi le loro pesanti bollette energetiche; l'industria automobilistica che riporti gli incentivi per l'acquisto dei loro prodotti. Ma dall’altra parte c’è l'ampia base di aziende di medie dimensioni che costituiscono la spina dorsale dell'economia tedesca, che ha sostenuto Lindner. È molto improbabile che beneficino direttamente delle sovvenzioni e si lamentano dei politici che pensano di essere “i migliori quando si tratta di business”.

A questo punto tornano in ballo gli USA. L’IfW ha condotto uno studio su quali potrebbero essere gli effetti sulle esportazioni complessive di una guerra commerciale tra l’Ue e gli Stati Uniti. Una guerra commerciale con dazi reciproci, secondo l’istituto di Kiel, avrebbe un effetto paralizzante sulle esportazioni statunitensi, e un impatto “misto” sull'economia tedesca. Non ci sarebbero solo dei perdenti, ma anche dei vincitori.

Questo perché il protezionismo di Trump renderà i prodotti made in USA più costosi in altre parti del mondo, cosa che aprirà opportunità per i concorrenti. La produzione automobilistica e farmaceutica tedesca verrebbe colpita pesantemente in tale tipo di conflitto commerciale, ma le aziende del settore IT ed elettrico, ad esempio, vedrebbero espandersi i loro mercati Tutto questo sembra parlare a favore di una politica che non utilizzi il denaro pubblico per sostenere l'industria automobilistica, cosa che -tra l’altro inciderebbe poco sul fatto che ci sono sempre meno acquirenti per le auto tedesche. L'Istituto presieduto da Schularick non è l'unico a dire che la priorità della Germania dovrebbe essere quella di sostenere il sistema commerciale internazionale, piuttosto che cercare di compiacere la Casa Bianca. Ci saranno altri clienti altrove. Alla fine il protezionismo di Trump farà più male all'America che alla Germania, che probabilmente andrà alle urne all’inizio di marzo, con la propria economia come tema principale per gli elettori.

La CDU, che è nettamente in testa nei sondaggi, è piuttosto allineata con l'FDP di Lindner. Il leader della CDU Friedrich Merz ha persino affermato che Lindner ha preso molte delle richieste fatte a Scholz dalle proposte della CDU in Parlamento. Per entrambi i leader la priorità, in vista delle acque agitate dalla presidenza Trump, sarebbe quella di mantenere il debito tedesco a un livello gestibile e di concentrarsi invece sul miglioramento dell'ambiente imprenditoriale. Entrambi vogliono indirizzare la spesa pubblica sulla difesa e allontanarla dal welfare. Ma è difficile che con questi argomenti conquistino una maggioranza parlamentare: la CDU secondo i sondaggi attualmente si attesta intorno al 33% dei consensi, e l'FDP non è detto che riesca a rientrare in Parlamento (si attesta intorno al 4% e per entrare è necessario il 5 %).

Se riuscissero a entrare al Bundestag, l’Unione CDU e CSU insieme all’FDP otterrebbero circa il 40% dei voti e avrebbero bisogno di un altro partner per governare. L'SPD e i Verdi intanto sosterranno l'assunzione di più debiti per salvare i posti di lavoro e spingere la trasformazione verso un sistema energetico net zero. Ma insieme è probabile che arrivino solo al 25 % dei voti. Dall’altra parte ci sono l’AfD e il neonato partito di sinistra BSW di Sahra Wagenknecht che già si è fatto notare nelle elezioni in Turingia e in Sassonia, per cui la soluzione di tutti i mali economici della Germania è la revoca elle sanzioni sul gas russo.

Probabilmente anch’essi raggiungeranno il 25% dei voti, ma per la loro allergia all’Occidente non hanno alcuna possibilità di finire in un futuro governo. Faranno solo molto rumore. Alla fine -convinzione della scrivente- le argomentazioni di Lindner vinceranno le elezioni, ma lui non sarà il vincitore. Verrà punito dagli elettori per aver fatto cadere il governo e il suo partito sarà fuori dal Bundestag. E sarà Merz a guidare il prossimo esecutivo verso la deregolamentazione e la riduzione delle tasse. Ma il suo partito o, meglio, l’Unione, dovrà trovare un accordo con l’SPD o con i Verdi, o forse con entrambi, facendo delle concessioni. Quelle che non piacerebbero a Lindner.