Quando i miei figli si sono iscritti all’università in Germania, una delle cose che più mi ha colpito è stata la naturalezza con cui veniva affrontata una questione che in Italia, e in gran parte del mondo, continua a rappresentare un peso economico significativo per le famiglie: le tasse universitarie. Dopo aver pagato rette non certo trascurabili durante i miei anni di studio in Italia, scoprire che in Germania gli studenti versano soltanto modesti contributi amministrativi semestrali è stato quasi uno shock culturale. E non si tratta soltanto dell’iscrizione. Attorno agli studenti esiste un sistema di servizi che rende concretamente più sostenibile la vita universitaria: mense a prezzi contenuti, trasporti pubblici fortemente agevolati, biblioteche efficienti, alloggi convenzionati dove disponibili. Per chi arriva da altri Paesi, soprattutto per chi arriva dagli Stati Uniti, il confronto è ancora più impressionante. Là una laurea può significare anni di debiti e mutui da ripagare ben oltre l’ingresso nel mondo del lavoro. In questo contesto, le recenti parole della ministra tedesca della Ricerca Dorothee Bär, secondo cui gli studenti tedeschi sarebbero «molto privilegiati», non sembrano affatto scandalose. Eppure hanno suscitato una reazione vivace e, per molti versi, comprensibile. Non tanto perché i fatti siano falsi, quanto perché quelle parole sono cadute nel mezzo di una discussione che riguarda il cuore stesso del modello sociale tedesco: il futuro del BAföG, il sistema di sostegno economico agli studenti universitari. Da mesi il governo federale discute una riforma che dovrebbe entrare in vigore con l’anno accademico 2026-2027. La proposta prevede un aumento del contributo massimo destinato agli affitti e un ampliamento della platea dei beneficiari attraverso l’adeguamento delle soglie di reddito delle famiglie. In altre parole, si tenta di correggere un problema ormai evidente: il costo della vita è aumentato rapidamente, mentre i criteri di accesso agli aiuti pubblici non hanno seguito la stessa evoluzione. Oggi molte famiglie vengono considerate troppo benestanti per ricevere sostegni, pur non essendo affatto nelle condizioni di mantenere facilmente un figlio agli studi. Chiunque abbia dovuto cercare una stanza a Monaco, Amburgo, Francoforte o persino in molte città universitarie di medie dimensioni sa che il problema non è teorico. Gli affitti sono diventati una delle principali voci di spesa e spesso assorbono gran parte del budget di uno studente. Eppure la riforma è ora in bilico. La Germania, come molti altri Paesi europei, deve fare i conti con finanze pubbliche sotto pressione, crescita economica debole e nuove esigenze di spesa. In questo contesto, ogni investimento viene passato al vaglio con crescente severità. È qui che emerge una questione più profonda della semplice disputa sui sussidi. Che cos’è l’università nel XXI secolo? Un investimento privato, dal quale trae beneficio principalmente chi consegue una laurea? Oppure un investimento collettivo, i cui vantaggi ricadono sull’intera società? Per decenni la Germania ha avuto una risposta molto chiara. Non si trattava di idealismo, ma di pragmatismo economico. Un Paese privo di grandi risorse naturali ha costruito la propria prosperità sulla qualità della formazione, della ricerca e dell’innovazione. L’istruzione superiore è stata considerata un motore di sviluppo e non semplicemente un servizio da offrire a chi può permetterselo. Negli anni Cinquanta e Sessanta le università tedesche erano frequentate prevalentemente dai figli delle classi più istruite: professionisti, funzionari pubblici, accademici. Alla fine degli anni Sessanta maturò però la consapevolezza che il Paese stava sprecando enormi quantità di talento. Troppi giovani restavano esclusi dall’istruzione superiore semplicemente a causa della loro origine sociale. Fu in questo clima che il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt lanciò il celebre slogan “Mehr Demokratie wagen»”— osare più democrazia — e introdusse nel 1971 il BAföG. L’obiettivo era semplice e rivoluzionario allo stesso tempo: permettere ai giovani di studiare in base alle loro capacità e non in base al reddito dei genitori. I risultati furono immediati. Nei primi anni Settanta oltre il 40% degli studenti riceveva un sostegno. Oggi la quota si aggira attorno al 12%. Certo, il numero complessivo degli universitari è cresciuto enormemente. Ma il calo non si spiega soltanto così. Per anni le soglie di accesso non sono state adeguate all’evoluzione dei redditi e del costo della vita, producendo una progressiva riduzione dei beneficiari. Si è così creato un divario sempre più ampio tra ciò che lo Stato presume che le famiglie possano sostenere e ciò che molte famiglie riescono effettivamente a sostenere.La risposta della ministra Bär è che lavorare durante gli studi non rappresenta un problema. E, in linea di principio, ha ragione: molti studenti lavorano e ne traggono vantaggio, un’esperienza professionale può arricchire il curriculum, favorire l’autonomia personale e facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro. Ma il punto non è questo. Il punto è che non tutti i lavori studenteschi sono uguali.C’è una differenza sostanziale tra qualche ora alla settimana come assistente di ricerca, in uno studio professionale o in un tirocinio coerente con il percorso di studi, e la necessità di accumulare turni serali in un bar, in un supermercato o nelle consegne a domicilio per riuscire a pagare l’affitto del mese successivo.Nel primo caso il lavoro integra lo studio. Nel secondo rischia di entrare in competizione con esso. La vera domanda, quindi, non è se gli studenti debbano lavorare, la domanda è se le difficoltà economiche stiano creando percorsi universitari di serie A e percorsi universitari di serie B. Si tratta di una questione che riguarda anche l’Alto Adige. Da anni il nostro territorio investe in formazione, borse di studio e mobilità internazionale. Lo fa perché sa che il capitale umano è la principale risorsa di una provincia alpina che compete in un’economia globale sempre più basata sulla conoscenza. Allo stesso tempo discutiamo continuamente di carenza di personale qualificato, di giovani che scelgono di costruire altrove il proprio futuro, di imprese che faticano a trovare competenze specializzate. Sono problemi che non si affrontano restringendo le opportunità educative. La Germania, come gran parte dell’Europa, affronta una sfida demografica senza precedenti. La popolazione invecchia, la disponibilità di lavoratori qualificati diminuisce e la concorrenza internazionale aumenta. Ogni governo dichiara di voler favorire innovazione, produttività e crescita. Eppure, proprio nel momento in cui servirebbero più laureati, più ricercatori e più competenze avanzate, si discute se sia davvero necessario investire qualche centinaio di milioni di euro in più per consentire a un maggior numero di giovani di completare gli studi. Naturalmente la soluzione non consiste nell’aumentare indefinitamente la spesa pubblica. Ogni sistema deve essere efficiente e sostenibile. È giusto verificare che le risorse arrivino a chi ne ha realmente bisogno, che gli incentivi favoriscano il completamento degli studi e che gli aiuti non vengano dispersi. Ma sarebbe un errore valutare il BAföG esclusivamente come una voce di bilancio. Bisognerebbe considerarlo per ciò che è sempre stato: un investimento. Non una spesa destinata agli studenti, ma una scommessa sul futuro del Paese.Per questo il dibattito attuale va ben oltre l’aumento di qualche contributo o la modifica di qualche parametro amministrativo. Riguarda il tipo di società che la Germania vuole essere nei prossimi decenni. Dorothee Bär ha ragione su un punto: rispetto a molti loro coetanei nel mondo, gli studenti tedeschi sono effettivamente privilegiati. Ma il BAföG non è stato creato per rendere la Germania generosa agli occhi degli osservatori internazionali. È stato creato per ridurre il peso delle differenze sociali all’interno della Germania stessa. L’università gratuita è una conquista importante, ma da sola non basta. Perché il vero indicatore di uguaglianza non è quanti giovani riescono a varcare il cancello dell’università, è quanti riescono ad attraversarlo fino in fondo, arrivando alla laurea senza che il reddito familiare determini il loro destino. L’accesso conta, ma la possibilità di restare, studiare e laurearsi conta ancora di più.