memoria

Storia di Pietro, la gamba  “mangiata” dalla fabbrica e la guerra in casa 

Il testimone. Da ragazzino portava i viveri in stazione a Bolzano ai prigionieri italiani sui treni per i lager, Il 3 maggio 1945 è stato testimone degli scontri in Zona industriale. Nel 1955 il terribile incidente al Laminatoio delle Acciaierie Falck

di Luca Fregona

Bolzano. La macchina gli ha mangiato la gamba, la “zampa” come la chiama lui, che aveva appena compiuto 25 anni. «Se l’è presa tutta fino a metà coscia». Era il 5 novembre 1955, Acciaierie di Bolzano, reparto Laminatoio. «Con i compagni ci guardavamo negli occhi, e hop, giravamo le barre da otto quintali. Bisognava girarla in corsa, la barra, per infilarla nella gabbia successiva. Ci sono andato dentro con il piede...». Pietro Bianchi oggi ha 91 anni, spalle da lottatore, braccia e mani da alpinista. Uno uomo gentile e generoso. Un combattente mite. È tra i pochi testimoni rimasti della Bolzano operaia, con il cuore saldato alla sua, di fabbrica: le Acciaierie Falck. A cui ha dato, appunto, anche una gamba. La sinistra, per la precisione. «Un treno di laminazione - spiega - è un carico di lingotti d’acciaio: il lingotto entra, passa e ripassa attraverso cilindri di diverse dimensioni. Viene lavorato per ottenere un certo spessore. Il treno dov’ero io, il 630, era quello con i pezzi più grossi. Stavo mettendo a posto le barre sui rulli, quando me ne è arrivata una sul piede, maledizione! Una frazione di secondo. La gamba si è incastrata dentro il cilindro... Sono svenuto. Per tirarmi fuori, hanno dovuto fermare la linea e fare retromarcia. Il dolore è stato così forte da “svegliarmi”: ho ripreso conoscenza». Lo mettono su una barella. Lo caricano sull’ambulanza. «Muovevo ancora il piede e il ginocchio. O almeno mi sembrava. L’infermiere diceva “forse gliela salvano”». Invece... «Mi sono svegliato in ospedale che la gamba non c’era più. Zac. Amputata». Qualcuno poteva pensare che la vita fosse finita in quel preciso momento sotto la pressa, a 25 anni. Non Pietro Bianchi. Lui, che correva le maratone e ogni sabato e domenica andava in montagna. Lui, che aveva la quinta elementare e lavorava da quando di anni ne aveva 12. Lui, mutilato sul lavoro in un’Italia dove il concetto delle “diverse abilità” non esisteva. La gente ne aveva abbastanza di tragedie, pensava a scrollarsi di dosso l’odore marcio della guerra. Al massimo ti arrivava una pacca di compassione.

Ma Pietro Bianchi non era (non è) uomo da farsi compatire. «Mi sono iscritto alle serali, ho preso il diploma alle commerciali e dal laminatoio sono passato all’Ufficio paghe. La fabbrica non mi ha mai lasciato solo, va detto». Due anni dopo sposa Mariapia Filippi, anche lei impiegata alle Acciaierie, anche lei, come lui, di Shanghai, il cuore operaio di Bolzano. «Mi ha dato la forza di reagire», dice oggi mentre le stringe la mano nel tinello della loro bella casa in via Claudia Augusta, nelle palazzine costruite dai Falck con l’Istituto case popolari negli anni Sessanta. Hanno avuto tre figli. Pietro si è fatto fare l’850 col cambio automatico, ha preso la patente, non ha mai rinunciato alla sua grande passione: andare in montagna. «Sempre davanti a salire, sempre l’ultimo a scendere per colpa della stampella... Devi stare attento, è un attimo e rovini a valle ». E poi, i cori. Il Coro aziendale delle Acciaierie, il Coro Alpino Minerva, il Coro della Chiesa Don Bosco. È stato uno dei fondatori del Castel Flavon. Dopo l'infortunio ha fatto anche il segretario del gruppo alpini Acciaierie, all’epoca il più numeroso. Con gli alpini e il Castel Flavon, ha girato l'Italia e mezzo mondo. Sempre con le sue stampelle e una di riserva. «Perché non si sa mai». Se a quei tempi ci fossero state le paralimpiadi avrebbe fatto sfracelli. Stessa grinta di Bebe Vio.



Ma Pietro, oltre che un combattente nato, è anche un serbatoio di memoria molto importante per la nostra città. Probabilmente, l’ultimo testimone della strage del 3 maggio 1945 in Zona industriale.


Famiglia e fabbrica

Bianchi riavvolge il nastro della vita: «Alle Acciaierie sono stato assunto il 26 agosto del 1945, a 15 anni - racconta -. Prima in Fonderia, ma io volevo andare al Laminatoio, perché lì c’erano mio padre, i miei zii, e mio cugino». Famiglia di operai specializzati, metalmeccanici forgiati dai forni, dall’acciaio, dal ferro e dal fuoco, dal carbone. Dall’etica del lavoro e della fatica. «Venivamo da Brescia, mio padre e i suoi fratelli lavoravano alla ferriera Falck di Vobarno. E prima ancora nello stabilimento di Sesto San Giovanni. Mio papà aveva combattuto sul Piave. Era un ragazzo del ’99». Poche parole e sgobbare. Foto del 1928: il nonno, la nonna e i figli, nove maschi e tre femmine, in posa con la camicia nera.



«Mussolini era in visita a Sesto, per l’occasione premiarono gli anziani. A mio nonno, il duce diede la Stella del lavoro. La conservo ancora. La camicia nera l’aveva “fornita” il Comune. Loro avevano solo la tuta da fabbrica e un vestito buono per la festa. Mio padre è venuto a Bolzano da solo nel 1938, quando Bruno Falck ha portato su le maestranze di cui si fidava ciecamente per dare “qualità operaia” allo stabilimento. Viveva in una baracca delle Acciaierie, dove oggi c’è la sede della Protezione civile Ana. Quando siamo arrivati noi figli con la mamma, nel 1942, ci hanno dato una casa in via Milano, al 26. Avevo 12 anni. Lavoravo in via Vintola per la ditta Gilovi, frutta e verdura: andavo in giro col mio carretto a consegnare le “aras” di mele».

L’8 settembre 1943

«Dopo l’8 settembre del 1943, la contessa Fox, presidente della Croce Rossa di Bolzano, mi spediva tutti i giorni in stazione a portare le mele ai prigionieri italiani sui treni. Protestava col titolare se non tenevamo per loro le più buone e dolci. Mi facevano pena quei ragazzi poco più grandi di me. Ricordo le chiazze di sangue. I tedeschi ne hanno ammazzati diversi. Abbiamo nascosto in casa un nostro paesano che si è salvato per miracolo, scappando dalla caserma di Bressanone. Mio fratello più grande lo ha poi accompagnato a Brescia fingendo di essere suo figlio».

Gli ultimi giorni di guerra

«Gli ultimi giorni di guerra, c’era grandissima confusione a Bolzano. La città era in ginocchio. Si mangiava solo polenta. Se andava bene, il panino imbottito con la verza arrostita. Era la nostra bistecca. Un giorno la folla ha letteralmente assaltato la chiesa di Don Bosco per prendere le scarpe ammassate a centinaia in un deposito, frutto di razzie dei soldati tedeschi. I tedeschi guardavano ma non facevano niente. Sono andato anch’io con mio padre. Prendevi quello che riuscivi, anche se erano spaiate e di numeri differenti: eravamo allo stremo. Stessa cosa alle Caserme Mignone, ormai abbandonate, per il sapone. C’era tutta Oltrisarco. Poi è intervenuto il Comitato di liberazione a cacciare via tutti».

Il 3 maggio 1945

«La mattina del 3 maggio ci siamo svegliati di buon’ora. Gli stabilimenti erano fermi. Si diceva che la guerra era alla fine, ma si doveva stare attenti. Mio padre e mio zio Enrico decisero lo stesso di andare sopra Aslago a tagliare legna, portandosi dietro me e mio cugino Luigi. I miei genitori avevano preso in appalto una porzione di bosco. In via Milano c’era grande eccitazione. Gli americani erano a pochi chilometri. In via Torino, ci viene incontro un amico. Aveva la mia età, 15 anni, portava la fascia tricolore del Cln al braccio. Correva con una granata in una mano e un caricatore da mitra nell’altra. La cosa mi impressionò parecchio. Arriviamo a Ponte Roma. C’era un posto di blocco con gente armata. Partigiani. Attraversiamo il ponte, dall’altra parte troviamo un gruppo di soldati tedeschi con lo zaino e senza fucile. Erano anziani che pensavano solo a portare la pelle a casa. Parlavano con un borghese. Questo tizio gli indicava la direzione opposta. Gli diceva in italiano: “andate di là che sennò i ve ciapa, vi prendono, e chissà come va a finire...”. Erano spaventati, avevano paura di essere uccisi. Passiamo dietro le caserme Mignone, e iniziamo a salire lentamente verso Castel Flavon. Ogni tanto sentivamo pum, pum, pum: un colpo di pistola, un colpo di fucile, cose così. Ma lontano».

I colpi si fanno più intensi. Qualche piccola raffica dalla Zona industriale. «Mio padre aveva fatto la guerra di trincea. Aveva l’istinto del sopravvissuto. Dal sibilo delle pallottole riusciva a capire da dove arrivavano. Ci blocca con un gesto della mano all’altezza dell’ultimo tornante prima del castello. Scuote la testa: “Non va bene per niente, ragazzi - dice -, fermi, attenzione”. Ci mettiamo al riparo. Da lì domini tutto. Vedi la Zona fino a via Resia. Sentiamo altri colpi provenire dagli stabilimenti più grandi. Passa un camion carico di soldati tedeschi, e dalla Lancia sparano. Dal sottotetto della fabbrica, notiamo le vampe e il fumo della fucileria. I colpi piovevano sui tedeschi. Vediamo i soldati che saltano giù dal cassone e tornano indietro cercando riparo nel sottopasso che ancora oggi divide la Zona da Oltrisarco. Nessuno era stato colpito. Sulla statale arrivano da sud altri tre camion, con altri soldati: svoltano nel sottopasso in direzione della Acciaierie. Dalla Lancia partono raffiche di mitragliatrice.

Era una batteria antiaerea che si trovava sulla torre dell’acqua dietro lo stabilimento. I colpi a qual punto erano tanti. Stavamo lì a guardare, convinti di essere al sicuro, quando, abbiamo sentito un suono vicinissimo: “piuuuuuuu”. “Questa ci è passata sopra la testa ”, dice mio zio. Il proiettile ci aveva sfiorato. Scappiamo più a monte chinati in avanti per proteggerci, cercando di uscire dal tiro. Poi un boato. Un colpo di obice stavolta: i tedeschi sparavano da dietro la curva del sottopasso, dalla scarpata della ferrovia, verso le fabbriche. Il primo colpo cade vicinissimo a loro, sulla scarpata, il secondo oltre ponte Resia. Un terzo tira giù il palo della luce di cemento all’inizio di via Volta (allora via Luigi Rezza, ndr), accanto al bar all’angolo della Viberti. Un altro ancora centra uno dei loro camion, per fortuna vuoto, che comincia a bruciare. Si è levata una nuvola nera che si vedeva da tutta la città. Erano artiglieri “raccogliticci”, sbandati senza pratica: non sapevano calcolare l’alzo e la posizione. Dopo un po’, vediamo un soldato tedesco sventolare dalla ferrovia la bandiera bianca. Dalla Lancia rispondono con un colpo di fucile. Il soldato allora si accuccia, poi sventola ancora, e “pum”, un altro colpo in risposta. Lui si accuccia di nuovo, guarda giù verso gli ufficiali come dire “cosa faccio?”. A gesti gli ordinano di riprovare. Tira su ancora una volta il bastone con il drappo. Ma si becca un’altra fucilata. Gli ordinano di scendere e piazzano le mitragliatrici dietro le colonne di cemento delle ringhiere sopra il sottopasso. Di quelle che chiamavano la “sega di Hitler”».

La micidiale MG42: 1200 colpi al minuto. «Adesso sono loro, le MG, a sparare. Una mira dritto verso la Lancia. L’altra a ventaglio sul Villaggio Lancia». Il Villaggio si trovava tra lo stabilimento Viberti e la ferrovia: 32 baracche in masonite dove alloggiavano gli operai. «Ma perché sparano al villaggio?, ci siamo detti. Cosa c’entrano loro? Dalla Lancia arriva un’ambulanza. Nessuno spara. L’infermiere scende. C’erano dei feriti gravi o dei morti. Viene spintonato dai tedeschi ma poi lo lasciano proseguire. Non saprei dire dopo quanto tempo, vediamo un sacco di gente, di borghesi, anche donne e bambini, sul marciapiede addossati al muro del sottopasso. Avevano rastrellato chi aveva cercato rifugio al Villaggio». Una rappresaglia per il fuoco aperto dalle fabbriche, forse per qualche colpo partito dalle baracche. Poco distante, intanto, si era già consumata una delle pagine più tragiche della storia di Bolzano: diciotto operai rastrellati a caso dai tedeschi messi al muro della Lancia, falciati da due raffiche esplose da un autoblindo di paracadutisti tedeschi: dieci restano uccisi, altri feriti, altri si salvano, protetti dai corpi dei compagni. «Della strage non ci siamo resi conto. Ci tenevamo nascosti e guardavamo solo quello che accadeva sotto di noi al sottopasso. Siamo rimasti lì ore».

Gli ostaggi del sottopasso vengono risparmiati. «Verso le due o le tre del pomeriggio, non si sentiva più sparare. Due cingolati erano ancora fermi davanti alla Lancia. Io e mio cugino decidiamo di tornare indietro, papà e lo zio non si fidano e restano nel bosco. Ripassiamo da Ponte Roma e questa volta troviamo i tedeschi. Uno qua, uno là, ogni 10, 15 metri... Erano giovanissimi, avranno avuto 16 anni. “Pistolen? Pistolen?”,urlano. Ci perquisiscono e scortano alla caserma della Gil di viale Trieste. Lì era pieno di gente presa in tutta la città. Ci siamo seduti in disparte, facendo finta di niente. Ci siamo detti: la guerra è finita, non ci manderanno in Germania. Io poi sono uscito piano piano su viale Trieste, nessuno mi ha fermato. Scendendo lungo via Torino, ho visto i bossoli in terra delle sparatorie. Arrivato sotto casa, si ferma un camion. Sul cassone c’erano i morti: quelli che i tedeschi avevano ammazzato a Don Bosco. Della fucilazione alla Lancia, abbiamo saputo solo qualche giorno dopo. Erano stati i due blindati che avevamo intravisto fermi di fronte alla fabbrica. Il giorno dopo siamo tornati come sempre a tagliare la legna nei boschi di Aslago. Ma da lassù, invece degli spari, abbiamo sentito le grida di gioia. Erano arrivati gli americani. I carri armati Sherman sfilvano a Oltrisarco. Era finita».