BRESSANONE. Dal punto di vista medico se ne sa molto poco, da quello sanitario si fa ancora troppo poco per la gestione e l’informazione stenta a decollare. Eppure il Parkinson è una realtà che tocca 250 mila persone in Italia, circa 2 mila in Alto Adige e che coinvolge familiari e parenti. Nella giornata mondiale dedicata a questa malattia “sconosciuta” e ad oggi inguaribile, l’associazione altoatesina Parkinson ha tenuto ieri pomeriggio a Bressanone una conferenza per fare il punto della situazione. A parte il ruolo sanitario svolto dai medici, è proprio l’associazione a farsi carico di una mole impressionante e importante di lavoro. Al di là delle medicine, infatti, il Parkinson può essere in qualche modo rallentato da una serie di interventi di fisioterapia o logopedia e da un supporto costante. Ma per fare questo servono volontari e anche familiari collaborativi e in qualche modo preparati ad una situazione che non è facile per nessuno, per il paziente ma anche per coloro che gli stanno accanto. «Sul territorio provinciale - spiega la presidente Alessandra Zendron - abbiamo gruppi di auto aiuto a Bolzano, Bressanone, Brunico, Merano, Silandro, Egna, un gruppo giovanile e un altro che stiamo costituendo a Bolzano che dovrà occuparsi di “istruire” i familiari. L’ente pubblico fa ancora troppo poco per questa malattia, che è in continua ascesa. Speriamo che con la nuova riforma l’assessore Stocker tenga conto di questo aspetto. Per esempio i tempi d’attesa per una visita neurologica a Bolzano sono troppo lunghi e nel Parkinson non è possibile attendere un anno per avere un controllo. Siamo in ritardo anche rispetto al Trentino che può contare su ambulatori interdisciplinari».

Generalmente il Parkinson colpisce in età avanzata, ma ultimamente comincia ad affacciarsi anche in soggetti più giovani. «La scarsa conoscenza - spiega la presidente - provoca un ritardo nella prima diagnosi. Pensare che un tempo chi aveva rigidità nei movimenti o cadeva per terra veniva bollato come ubriaco. L’informazione è la base di partenza e il nostro impegno è anche su questo fronte».

La malattia che comporta appunto difficoltà o impossibilità di fare certi movimenti, ma anche creare problemi ai muscoli per la deglutizione o per la parola, ha un risvolto psicologico non indifferente. Spesso si aggiunge anche la depressione e le difficoltà nella socializzazione che in qualche modo coinvolgono anche i familiari. Per questo l’associazione punta molto sulla “terapia di gruppo” che permette non solo di creare una specie di solidarietà e di dare supporto psicologico, ma anche di confrontare sintomi che possono variare da soggetto a soggetto, così come il decorso. Tendenzialmente ha uno sviluppo progressivo abbastanza lento, ma non sempre è così. I casi sono in costante aumento. In Alto Adige già una stima di duemila pazienti, ma è difficile dare una cifra esatta: esiste ancora un certo tabù, una “vergogna” a chiedere aiuto, oppure altri scelgono di farsi curare fuori provincia, magari a Innsbruck dove c’è un centro specializzato. (r.t.)